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Cultura

L’etica dell’accoglienza

“In ogni separazione c’è un germe latente di follia”, Goethe, Viaggio in Italia

La figura del migrante, clandestino o regolare, infrange schemi consolidati, modi di vedere e di pensare la realtà, evoca fantasmi e paure solo apparentemente sopite, fa scattare meccanismi sociali di difesa nelle nostre società in crisi.

Jacques Derrida, in Cosmopoliti di tutti i paesi ancora uno sforzo! (Derrida 1997), chiedendo a chiunque di coltivare l’etica dell’ospitalità, scrive: “con il pretesto di lottare contro un’immigrazione travestita da esilio o in fuga dalla persecuzione politica, gli Stati respingono sempre più spesso le domande di diritto d’asilo. Anche quando non lo fanno sotto la forma di una risposta giuridica esplicita e motivata, lasciano spesso che sia la polizia a fare la legge…”

La compresenza, in uno stesso territorio, di una pluralità di culture, costituisce una sfida alla riflessione etica e giuridica in generale, in quanto evidenzia alcune differenze, sul piano delle concezioni del mondo e della vita (etiche, filosofiche religiose e culturali ) e sul piano dei comportamenti (gli usi, i costumi e le tradizioni) che mettono alla prova la consistenza dei principi di uguaglianza e di differenza (o diversità) nei limiti in cui la pretesa del diritto alla differenza o diversità deve comporsi con il principio universale dell’uguaglianza, proclamato nelle costituzioni nazionali e nei documenti internazionali. Il primo principio che deve guidare la riflessione e la prassi etica deve essere quello del riconoscimento del rispetto dell’essere umano, indipendentemente dall’appartenenza etnica o culturale.

L’identità della cultura di appartenenza è un valore che va riconosciuto e compreso. Il rispetto dell’identità e della differenza culturale va compreso proprio sulla base del principio di uguaglianza.

Le reazioni del gruppo ospite all’arrivo dell’immigrato possono essere diverse: nel caso in cui la comunità avrà, in qualche modo, partecipato a questo arrivo, l’accoglienza sarà positiva o, quantomeno privo di ostilità. Se, invece, il nuovo venuto irrompe senza preavviso, il gruppo potrà manifestare una reazione di allarme, come se dovesse prepararsi ad affrontare un possibile “attacco” da parte di un “nemico” di cui non si conoscono le intenzioni.

Un tale atteggiamento di diffidenza è stato descritto molto bene da Kafka nel romanzo “Il Castello” (1973): “Lei non è del Castello, non è del paese, non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa sventuratamente, è un forestiero, uno che è sempre di troppo è sempre tra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi…”.

Se vogliamo accogliere l’altro, dobbiamo fare i conti con sentimenti contrastanti che avvertiamo dentro di noi stessi e soprattutto con la nostra paura. Accolta la paura e con essa la possibilità di cogliere la radicale alterità dell’altro e la propria straneità, allora possiamo fare il passo successivo che è l’ascolto.

E cosa possiamo scoprire ascoltando il nuovo venuto?

Spesso un aspetto che accomuna i migranti è la perdita e la ricerca di una nuova identità. Non si tratta soltanto di una questione burocratica, di dati personali che mutano, ma di una ricerca da parte dello “straniero” di un nuovo modo di essere, che gli permetta di riconoscersi e di farsi riconoscere. L’uomo non essendo una monade solitaria e spaesata, necessita di relazioni con l’ambiente e con altri uomini, con una lingua e con una storia comune per trovare una definizione di sé, una propria identità.

Man mano che l’immigrato si inserisce, acquisisce una nuova identità che non è necessariamente la copia di quella del paese d’accoglienza, ma neppure il simulacro di quella del paese di origine.

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Paolo Cicale

Nato in Lucania nel 1963. Ha studiato Filosofia, Bioetica e Pratiche filosofiche. Titolare a Lugano dello studio praxis etica e filosofia. Interessato agli aspetti etici e filosofici della relazione c ... Vedi profilo completo

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