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Il Liceo Vermigli legge Dante

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Al Liceo Vermigli di Zurigo, il XXVI canto dell’Inferno è stato lo spunto per letture e considerazioni personali degli studenti, spesso provocatorie, ma sicuramente interessanti e  ricche di promesse per future e più mature riflessioni. Il liceo è anche questo: riscoprire le proprie radici culturali, e rielaborare le tradizioni per andare oltre, e renderle vive. Eccone due esempi.

Una studentessa al Dantedì

di Ester Bini, 1a Linguistico

Sabato 26 ottobre al Liceo Vermigli si è tenuto un incontro sul 26° canto della Commedia di Dante Alighieri per onorare la memoria dell’autore. Gli studenti, preceduti da una presentazione di Dante e dei suoi lavori fatta dal Prof. Sandrini, hanno letto parte del canto e spiegato che il brano era stato scelto perché la figura di Ulisse è molto stimolante proprio per la sua sete di conoscenza. Successivamente il prof. Sandrini ha proposto alcune interpretazioni del brano.

La Commedia è un poema allegorico-didascalico composto da tre cantiche per un totale di cento canti scritti in terzine incatenate di versi endecasillabi. Il poema, oltre a raccontare l’immaginario viaggio di Dante attraverso inferno, purgatorio e paradiso, è anche una specie di enciclopedia che contiene molte delle conoscenze di quel periodo in materie come geografia, scienze, politica, teologia, poesia e fatti di cronaca.

Il canto si apre con una critica a Firenze di Dante che è da poco uscito dal girone dove sono puniti coloro che hanno commesso furti (7a bolgia) e dove ha trovato cinque ladri fiorentini.

Arrivati nella 8a bolgia, dove le anime dei consiglieri fraudolenti sono avvolte in lingue di fuoco perché in vita avevano usato la propria lingua per i loro ingannevoli consigli, l’attenzione di Dante e Virgilio viene catturata da una fiamma biforcuta: in essa si trovano Ulisse e Diomede.

Ulisse è all’inferno a causa dell’inganno del cavallo di Troia e Dante, che probabilmente non conosceva il greco, ma era desideroso di parlare con lui, chiede a Virgilio di fargli delle domande.

Ulisse racconta come, tornato ad Itaca, decide di intraprendere un altro viaggio per soddisfare la sua sete di conoscenza: arriva alle colonne d’Ercole, il limite del mondo conosciuto per gli antichi e, dopo aver fatto un piccolo discorso ai suoi compagni, ne varca il confine.

Prima che la nave venga affondata da una tempesta (una punizione divina per la sua curiosità), Ulisse riesce a vedere la montagna del Purgatorio e dietro di essa il sole che tramonta.

Questo racconto è in realtà una creazione medievale: in quel periodo infatti vengono scritti testi che seguivano le narrazioni epiche. Probabilmente Dante lo riporta per fare un’analogia fra il viaggio di Ulisse alla scoperta del mondo e delle sue verità e il suo viaggio descritto nella Commedia. L’immagine del monte con il sole che tramonta si trova infatti anche all’inizio della Commedia (ma lo incontreremo anche nei Promessi Sposi di Manzoni, nella scena in cui l’Innominato si converte). Ulisse, come Dante, si rallegra di vedere la montagna, ma mentre Dante viene fermato da Virgilio che gli fa percorrere la via più lunga in modo da “lavarlo” dai suoi peccati e renderlo degno di entrare nel purgatorio, Ulisse pagano e dannato si dirige direttamente verso di essa e verso il naufragio. Il viaggio di Ulisse oltre le colonne d’Ercole si svolge di notte, a significare, forse, la mancanza di Dio o la mancanza di pentimento per l’inganno del cavallo di Troia.

Nel canto Ulisse si dirige verso ovest con lo scopo di seguire il corso del sole, ma poi inizia a virare verso sud. Il prof. Sandrini a questo punto pone una domanda: “Se vuole correre verso il sole perché va verso sud?” Ulisse, ipotizza il professore, è spinto dalla sua sete di conoscenza razionale non illuminata dalla vera fede e corrotta dal peccato, che è la stessa cosa dell’irrazionalità.

Alla domanda infine perché Virgilio venisse usato come intermediario tra Dante e Ulisse, il prof. ha risposto che Dante non ha problemi a parlare con Francesca e Paolo, perché questi parlano in volgare e sono più vicini a lui nel tempo, mentre Ulisse parla il greco che Dante non conosce.

(Vittoria Zegna, 3a linguistico)


L’ingiusta condanna di un uomo d’ingegno

di Dario Furlani, 3a Linguistico

Ulisse è forse uno dei personaggi più iconici e memorabili dell’intero Inferno dantesco. Il Poeta dipinge infatti l’ambiguo ritratto di un uomo all’apparenza deprecabile ma con una forte morale illuministica, che si rivela studiando il personaggio nella sua poliedricità. All’eroe acheo, intrappolato nelle fiamme dalla morale cristiana, non è degnamente riconosciuta la genialità delle imprese compiute in vita, dimostrando così la potenza della dottrina religiosa che per secoli ha in parte ingabbiato l’umana bramosia della scoperta. Perché che cos’è Ulisse se non l’incarnazione della nostra voglia di conoscenza, della nostra innata curiosità?

La sua sete di sapere è insaziabile, ed è tale da farlo ripartire quasi immediatamente dalla sua amata Itaca dopo uno stremante viaggio di dieci anni. Un primitivo richiamo all’esplorazione lo ha dominato ed egli non ha saputo sottrarsi. La smania di ampliare le conoscenze umane è il vessillo di questo personaggio che perpetua la sua missione fino alla morte, venendo così punito per la sfrontatezza dimostrata davanti agli imperiosi principi della Fede. Infatti, giungendo alle Colonne d’Ercole, egli raggiunge anche i limiti posti del sapere umano e trova perciò la morte.

Ulisse lancia una spudorata sfida alla figura totalitaria del dogma, è incurante di qualunque cosa, persino della propria vita per il bene superiore, per il sapere comune. Dante è affascinato da questa figura così prorompente tanto da esserne toccato, da soffrire per la sorte di un uomo in cui fondamentalmente egli stesso si rispecchia. Il poeta è consapevole dell’ingegno dell’eroe greco e vede nell’uomo che gli si staglia di fronte il riflesso della propria indole intellettuale. Dante è però costretto moralmente a inserire Ulisse tra i dannati a causa del comportamento farisaico tenuto in vita da quest’ultimo. L’eroe omerico, venendo giudicato indegno delle grazie ultraterrene, è forse giudicato troppo severamente dal Sommo Poeta. Egli ha provocato apertamente le basi della religione cristiana ma non per idiosincrasia o per pura vanagloria bensì in nome della Conoscenza. Ricordiamo il machiavelliano ‘Il fine giustifica i mezzi’.

Dante sintetizza il proprio pensiero e le proprie considerazioni nella celebre terzina   “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Come l’ingegnoso eroe ellenico, il Poeta pone come obbiettivo dell’intera esistenza umana la ricerca del sapere e delle virtù intellettuali.

Ulisse è l’umanista per eccellenza, è l’emblema dell’umana caparbietà nell’oltrepassare i limiti noti, la rappresentazione della fiamma che arde nell’animo di ogni uomo e che dovremmo impegnarci a tenere sempre accesa.

(Alessio Sessa, 3a Liceo Linguistico)

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