40 anni fa, il sisma distruggeva l’Irpinia: per una memoria collettiva | Corriere dell'Italianità

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40 anni fa, il sisma distruggeva l’Irpinia: per una memoria collettiva

La definizione di memoria racchiude implicitamente un’estrema complessità, oltre che una profonda vocazione sistemica: da un lato la memoria richiama sensazioni, immagini e nozioni che ci accompagnano, si accumulano, ma che in parte inevitabilmente si perdono nel corso della nostra esistenza. Dall’altro la memoria agisce sia come fattore di individuazione, che di omologazione e appartenenza ad una collettività. Si parla quindi di memoria collettiva, nel momento in cui un gruppo di persone arriva a selezionare e riorganizzare le immagini del passato, in relazione agli interessi e ai progetti che predominano nel presente. Secondo lo studioso Jan Assman, autore di La memoria culturale (Einaudi 1997) 40 anni sono il tempo giusto per iniziare a fare i conti con una storia tragica.  

Proprio quest’anno ricorre il quarantesimo del terremoto dell’Irpinia, che il 23 novembre del 1980, rase al suolo e, in parte cancellò completamente, vari paesi delle provincie della Campania centrale, allungandosi fino alla Basilicata. Fu, il terremoto dell’Irpinia, l’evento catastrofico della storia dell’Italia repubblicana, con 3000 morti, 9000 feriti, oltre 300mila sfollati e la distruzioni di interi centri abitati, per la ricostruzione dei quali si mobilitò anche il Corriere degli Italiani. Il giornale avvierà per mesi, e da subito, una raccolta fondi per la ricostruzione della scuola di Calabritto e anche di altri comuni del cratere. 

Tanto si è detto e scritto del dopo terremoto. Mancano però studi e analisi che comprendano la portata della tragedia in relazione al prima e al durante. La domanda di fondo, che finora non ci si è posti, è se le tremila vittime furono inevitabili conseguenze del 23 novembre o invece quella tragedia poteva essere scongiurata. Ed è una domanda, questa, a cui in parte si può rispondere: è questa la tesi centrale del libro Il Terremoto dell’Irpinia. Cronaca, storia e memoria dell’evento più catastrofico dell’Italia repubblicana, pubblicato da Donzelli editore e scritto a sei mani, dallo storico delle migrazioni Toni Ricciardi, dal giornalista Generoso Picone e dal giurista e presidente del Centro di ricerca “Guido Dorso” Luigi Fiorentino.

Gli autori ricostruiscono il perimetro storico, legislativo e mediatico entro il quale si diede il sisma che sconvolse il Mezzogiorno con l’obiettivo, chiarisce Ricciardi, di mostrare come “la catastrofe non può essere compresa se non nel contesto più largo della storia nazionale, una storia già segnata dalla questione morale, che poi porterà allo scoppio di Tangentopoli, favorendo, tra l’altro, l’affermarsi della Lega”. 

Toni Ricciardi, nel libro lei scrive che il terremoto, che sconvolse la provincia di Avellino, alla quale lei tra l’altro è personalmente legato, fu uno spartiacque nella storia italiana ma allo stesso tempo un’accelerazione di eventi che erano già in atto. 

Il terremoto fu uno spartiacque in quanto portò, quasi all’improvviso, a scoprire una parte d’Italia fatta di luoghi fermi all’immediato dopo guerra. Il terremoto è stato anche uno spartiacque per la rappresentazione e percezione dell’evento avuta da chi è nato dopo, dalla cosiddetta generazione dei prefabbricati. Tuttavia, la catastrofe non può essere pienamente compresa se non si colloca, storicamente, in un’Italia che era sia la Milano da bere che quel Sud dove la modernità e il boom economico non erano mai arrivati. In questo senso, come tutte le catastrofi, anche quella che seguì la scossa sismica, ha costituito un processo di accelerazione della storia, un’accelerazione di qualche cosa che si muoveva, già e comunque, nella società. Benché ci si sia molto soffermati – e a torto, a mio avviso – a discutere dello scandalo post sisma, da storico mi sento di affermare che nessuna catastrofe è comprensibile semplicemente guardando alla cronaca e alla gestione della ricostruzione.

Mettendo in fila la narrazione della storia, come arriva al momento del terremoto il territorio dell’Irpinia, che era uno dei territori più marginali, non d’Italia, ma dell’Europa del tempo?

Da una decina di anni mi occupo di catastrofi, e in particolare del prima, del quadro nel quale si sono inserite. Nel caso del terremoto che si abbattè sul Mezzogiorno nel 1980 è bene precisare che l’evento naturale di per sé non è stato “catastrofico” ma lo è diventato nel momento in cui è entrato in contatto con il fattore antropico, ovvero con l’uomo e le “sue” costruzioni. Molte di esse non erano adatte e coerenti con il rischio sismico della regione. A cadere distrutte dalla scossa sismica non furono infatti le case in pietra dei contadini, ma i nuovi edifici e infrastrutture pensate male e realizzate non a norma. Un esempio su tutti, il crollo dell’ala dell’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi inaugurato solo un anno prima, con tanto di richiesta di declassamento sismico da parte degli amministratori locali dell’epoca. E poi, ricordo che molte case e costruzioni, al momento del terremoto, erano abbandonate e diroccate, come risultato di quel flusso migratorio che già da un decennio stava interessando l’Irpinia. Se noi studiamo il fenomeno delle emigrazioni in Italia, vediamo ad esempio che la Campania era, assieme alle regioni del Nord, la regione maggiormente interessata dalle partenze di uomini e donne all’estero. Tra il 1961 e il 1971 i comuni dell’alta Irpinia perdono il 33,5% della popolazione, un dato molto significativo se pensiamo che al tempo il Mezzogiorno era ancora il serbatoio demografico d’Italia. Quindi la domanda relativa alla possibilità di evitare la catastrofe può trovare risposta nel momento in cui i fatti vengono contestualizzati nella storia più ampia dell’Italia degli anni Ottanta, che era la Milano da bere, la stagione dei paninari, ma anche un Paese in cui persistevano territori dove il Cristo di Levi non aveva volto nemmeno lo sguardo. 

Nel libro lei ricostruisce il legame tra le zone colpite dal terremoto e la Svizzera: è un legame che riguarda flussi di migranti “in uscita” ma anche “in entrata”.

La Svizzera si inserisce tra i Paesi destinatari del flusso migratorio pre-terremoto. Il loro ruolo per dare un assaggio di modernità alla gente rimasta nell’entroterra dell’Appennino meridionale è noto: dalla svizzera arrivano in vacanza auto piene di cioccolata e tabacco… E nel post-terremoto sarà proprio nella Confederazione Elvetica (ma anche in Francia e in Belgio) che troveranno ospitalità, presso parenti, tanti sfollati. A Zurigo, ad esempio, risiede la comunità più numerosa degli irpini nel mondo (45mila presenze) e esiste ancora oggi l’Associazione dei Morresi fondata proprio da persone emigrate come conseguenza del sisma.

Allo stesso tempo, proprio da oltre il confine giungeranno, nei giorni immediatamente successivi al terremoto, parenti e amici, che “scendono” per comprendere la gravità del fenomeno, alla ricerca dei propri cari o per valutare lo stato della tenuta delle proprie abitazioni. Alcuni di questi, soprattutto i più giovani – che erano tra l’altro nati in Svizzera – sceglieranno di rimanere nelle zone terremotate, attirati dalla ricostruzione e dai promessi investimenti. 

Lei scrive: “Per quanto riguarda l’inadeguatezza dei soccorsi nell’immediato e le decisioni che si sarebbero dovute prendere, è stato ampiamente scritto e discusso, e nei fatti parve cambiare poco, sia nel Belice che in Irpinia rispetto a Messina.” Una critica aperta alla mancata risposta istituzionale durante l’emergenza?  

Ci fu certamente un problema di gestione, aggravato, in Irpinia, dal fatto che quando accadde il terremoto, fu molto difficile comprendere la geografia e le dimensioni della catastrofe che colpivano una zona d’Italia ai margini. Non solo perché la RAI non esisteva e la notizia del disastro si sparse oralmente, fino oltre il confine italiano. La Protezione civile, che era stata sancita dal punto di vista legislativo nel 1970 all’indomani del terremoto del Belice nel 1968, non fu dislocata nel 1980, in seguito al conflitto di merito tra le neo-nate regioni e il dislocamento di poteri dello stato: non era affatto chiaro chi avrebbe dovuto gestire in caso di emergenza il territorio. Il ritardo dei soccorsi rimane un dramma nel dramma. È vero che la Protezione Civile non era stata coinvolta nemmeno nel post sisma che colpì il Friuli nel 1976. Ricordo però che quella Regione italiana, che era l’avamposto della Cortina di ferro, poteva contare, per i soccorsi e la ricostruzione, sulla presenza dei militari già dislocati nelle zone terremotate. La disorganizzazione dei soccorsi quindi non era del Mezzogiorno, ma dello Stato italiano.

Per quanto riguarda la ricostruzione, lei affronta il capitolo dello scandalo post sisma ed è piuttosto critico nei confronti di coloro che etichettano la ricostruzione solo come spreco e malaffare.

Quello dell’Irpinia, con oltre 60 miliardi di stanziamento totale di risorse, resta certamente l’intervento finanziario più grande di sempre. A 40 anni di distanza servirebbe però tenere scissi la ricostruzione dei danni provocati dal terremoto: la ricostruzione privata è stata completata dieci anni dopo l’evento, anche se i prefabbricati rimarranno altri trent’anni anni. È stato scritto che la ricostruzione fu un malaffare, in particolare rifacendosi al modello Friuli dove però il sisma, avvenuto quattro anni prima, non è paragonabile né per vittime né per danni prodotti né per estensione a quello dell’Irpinia. Un altro fronte di critica riguarda le aree industriali e gli insediamenti produttivi nell’Irpinia subito dopo il sisma. Ci fu ad esempio una grandissima polemica per lo sbancamento della montagna di Balvano dove oggi però la Ferrero produce il biscotto più venduto al mondo, e per l’insediamento di Morra De Sanctis che ancora adesso dà lavoro a duemila persone. Per questo io parlo nel libro di ricostruzione compiuta ma tra virgolette, per sottolineare il paradosso: mentre la ricostruzione interna, quella che ha interessato la zona del cratere, ha visto in primo piano amministratori e tecnici locali, il grosso della ricostruzione delle infrastrutture e del piano dell’industrializzazione – per supplire non solo la catastrofe ma un secolo e mezzo di ritardi che non c’erano stati – fu gestita per la stragrande maggioranza da imprese del nord Italia: solo 3 delle cinquanta imprese chiamate alla ricostruzione erano ‘meridionali’.

La narrazione di chi vede nella ricostruzione lo spreco, il clientelismo, l’ingerenza della camorra, oppure la corruzione di una classe dirigente che al tempo proveniva da quelle aree dell’entroterra campano è dunque semplicistica?

Certo. Invito a non dimenticare il contesto nazionale in cui i fatti accaddero. Tutti i partiti, tutta la classe dirigente del Paese, furono coinvolti in merito alla spesa pubblica. Fu un fatto nazionale. 

Che invece i media rappresentarono come “la questione meridionale”?

Io argomento che l’Irpiniagate, scandalo della ricostruzione, fu pompato dai media nazionali e piegato agli interessi della politica, offrendo linfa vitale a un movimento che fino ad allora aveva avuto carattere territoriale e si apprestava a ristrutturarsi politicamente nel partito della Lega: improvvisamente, il mezzogiorno aveva drenato un eccesso di risorse, tanto da mettere a repentaglio la prosperità di altre parti del paese. 

In Il Terremoto dell’Irpinia. Cronaca, storia e memoria dell’evento più catastrofico dell’Italia repubblicana, parte del capitolo da lei scritto è dedicato alla generazione post-terremoto. Nel 2010, a trent’anni dal Terremoto i dati ISTAT mostravano la desertificazione verso cui molti comuni del cratere stavano precipitando. Usando le parole di Tarpino, che lei stesso per altro cita, possiamo interpretare la mobilità della generazione post-terremoto alla luce dell’assenza di una memoria condivisa che è “in larga parte immemore del passato ma insieme incontinente»e che «si dà spettacolo di un passato sempre più contiguo, quotidiano»?

La voglia di memoria, o quanto meno, di conoscere e indagare i racconti trasmessi dalle generazioni che avevano vissuto in prima persona il terremoto del 23 novembre 1980 ha portato a narrare un passato che, per una ragione o l’altra, era caduto nel dimenticatoio ed era stato spazzato via quella sera di novembre. Recentemente i ricordi e la memoria individuale delle persone coinvolte direttamente o indirettamente hanno iniziato a convergere ma una memoria collettiva si darà solamente con i più giovani, che avranno modo di liberarsi dei racconti tramandati da nonni e padri, la cui vita è stata divisa da un prima o un dopo. Sarà con le generazioni future che si arriverà a far emergere una memoria collettiva che raccoglie, più che l’avvenimento, le ripercussioni dello stesso.

Il 23 novembre, ore 23.15 su Rai3 andrà in onda il docufilm “Il Terremoto Irpinia 1980” di Alessandra Rossi, diretto da Mario Maellaro con la consulenza storica di Toni Ricciardi e liberamente ispirato a “Il Terremoto dell’Irpinia. Cronaca, storia e momoria dell’evento più catastrofico dell’Italia repubblicana” (Donzelli, 2020).

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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