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50 anni fa la conquista più importante delle donne svizzere

di Franco Narducci

Nel 1971 ero da poco più di un anno in Svizzera e con i rudimenti di “Schwyzerdütsch” acquisiti nel frattempo, avvertivo che la discussione sull’imminente votazione sul diritto di voto alle donne aveva un forte impatto emozionale, e le argomentazioni degli oppositori al suffragio universale mi sembravano di scarso peso, condite di banalità. Devo dire che l’ambiente di lavoro in cui si discuteva del voto alle donne non era un campione tra i migliori: un ufficio d’ingegneria con soli uomini, l’unica donna presente era la segretaria.

In quegli anni il mondo era percorso da tanti rivoli “rivoluzionari” di carattere politico, sociale e culturale, innescati segnatamente dal “maggio francese” e dall’insorgere della ribellione giovanile, ben presto allargatasi al mondo del lavoro. Tuttavia non riuscivo a comprendere, probabilmente per le mie limitate conoscenze della storia elvetica, come si potesse negare un diritto democratico fondamentale alla metà della popolazione, limitandolo soltanto agli uomini. E ciò nel paese dei diritti garantiti dalla democrazia diretta, peraltro molto avanzati per gli standard internazionali di allora, come di oggi.

Andando oltre l’ambiente di lavoro, tuttavia, si avvertiva che nella società la musica era diversa, in particolare tra i giovani e nelle grandi città. Merito soprattutto delle battaglie combattute dalle pioniere dei movimenti femminili elvetici, salite sulle barricate per affermare i diritti delle donne, superare l’ostracismo maschile e conquistare il voto di una gran parte dell’elettorato, con gli argomenti a sostegno di una lotta che doveva essere comune. Fu questa la chiave di volta che determinò il risultato delle urne? Con grande probabilità sì, anche se il disagio delle istituzioni governative svizzere era sempre più marcato a livello internazionale.

Il 7 febbraio 1971 gli elettori misero fine allo stato d’ingiustizia che aveva relegato le donne “a possesso degli uomini”: il 65,7% dei votanti si pronunciò a favore del suffragio femminile sancendo il successo di una battaglia di civiltà e l’eleggibilità delle donne al Parlamento nazionale. Nell’arco di un decennio, dunque, era avvenuto un cambiamento epocale nell’opinione pubblica; infatti, il risultato della votazione del 1° febbraio 1959 era stato diametralmente opposto: due elettori su tre avevano votato contro la concessione del voto alle donne! Il lungo cammino delle donne svizzere per la conquista di un diritto sacrosanto, iniziato nel 1959 con l’introduzione del suffragio universale da parte dei Cantoni Vaud e Neuchâtel, si era così compiuto.

Questa memorabile conquista delle donne svizzere è stata ampiamente celebrata a livello mediatico, così come negli ambienti universitari e politici. 78 anni dopo la nuova Zelanda, 53 anni dopo gli Stati Uniti e 26 anni dopo l’Italia, nel 1971 la Svizzera ha sanato il vulnus che per decenni ha rappresentato una contraddizione in termini del proprio sistema democratico. Ma sono ci sono voluti ancora 20 anni per abbattere l’ultima barriera del potere maschile: soltanto nel 1991 il Cantone Appenzello Interno ha detto sì – gioco forza – al suffragio femminile.

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