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A cosa serve una piazza?

#Paradeplatz2018 è stato un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Da gennaio a dicembre 2018, per dodici mesi, Yari e Andrea si sono dati appuntamento a Paradeplatz, ogni mese per un anno, seduti con una poesia ogni volta diversa, per capire meglio questo luogo e le persone che lo attraversano.

 

di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Paradeplatz, a Zurigo. Forse la piazza più famosa della Svizzera, dove batte il cuore della Confederazione

(…)

Con Yari Bernasconi, in Paradeplatz, abbiamo letto una poesia di Fabio Donalisio.

“dire le cose non è raccontarle e
spiegarle men che meno; è accettare
che esista il binario e pure il treno
e l’unico senso è che noi
non ci saremo”

Mentre eravamo seduti a leggere, siamo invecchiati in fretta.

Quando alziamo gli occhi, ci accorgiamo che tutte le persone intorno sono nuove. All’improvviso, sento l’impulso di salire sul primo tram, magari quello diretto allo zoo o a Frankental. Del resto, sulle fiancate dei tram le pubblicità sbandierano panda, koala e viaggi da sogno a Singapore. Ma ci sono binari che non vedremo e luoghi che, forse, esistono proprio perché non ci saremo. Un’altra pubblicità tranviaria dice: The show must go wrong.

Sfilano cravatte e borse della spesa, zampettano piccioni, passano e ripassano con suono di risucchio macchine per la pulizia stradale. Accanto a me si siede una ragazza con un telefono così vasto che, anche se lo non facessi di proposito, probabilmente leggerei per sbaglio ciò che sta scrivendo. È un’immensa, entusiasta parola, in un profluvio di faccine: Woooooooow!!! (Mi pare di aver contato sette vocali e tre punti esclamativi, ma non ne sono sicuro). Guardo Yari e gli dico che la prossima volta dobbiamo andare a Frankental.

(…)

La pulizia è anche la prima immagine che mi investe in Paradeplatz: il tempo di sedersi e una pulitrice a quattro ruote comincia a fare il giro della piazza, spazzando l’asfalto già lustro e aspirando con roboante entusiasmo. Ci si può chiedere perché certi clichés vengano coltivati con tanta dedizione. Sotto il tettuccio della pensilina dove sostiamo, del resto, le vetrate della struttura che porta ai gabinetti sotterranei sono così terse da scomparire (ma ci sono, giuro).

Un uomo fissa lo spazio libero accanto al mio, mi guarda due volte senza sorridere e decide di sedersi solo quando è sicuro che nemmeno io gli sto sorridendo. Ma è un attimo: il suo tram arriva, lui corre e io l’ho già dimenticato.

Non conosco bene Paradeplatz. La mia antipatia non ha argomenti solidi e cerco di dissimularla rapidamente, come se qualcuno potesse cogliermi in fallo. Eppure in questo imbarazzo riconosco qualcosa di rassicurante, di umano. In fondo, se di Paradeplatz vogliamo scrivere, forse la strada da seguire non è così distante da questa componente poco razionale. Per esplorare davvero le cose, bisogna anche fare i conti con la nostra imperfezione, con l’imponderabile, con tutti i paradossi (evidenti e non) che ci abitano. Ecco perché dire le cose non è raccontarle e / spiegarle men che meno. Non è sufficiente rifugiarsi in qualche apparente, transitoria ovvietà.

Certo, di tutto questo Paradeplatz se ne infischia. Chi giunge qui sembra avere solo voglia di ripartire. Oppure viene respinto come in una centrifuga. Una donna chiede ad Andrea se il tram su cui sta salendo è quello per la stazione. «Ich glaube», risponde lui. Poi mi guarda e aggiunge: «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental». La poesia dei capolinea. In Piazza della Parata, ogni tram è una promessa.

(…)

Sì, è un luogo promettente. Ma è anche indecifrabile. Forse perché i luoghi, se li guardi a lungo, diventano tutti misteriosi. A che cosa serve una piazza? Ad allontanarsene, a sostare, a pensare… qual è il suo vero scopo?

(…)

E invece della Memoria, del Sole, della Vittoria, perché non c’è Piazza della Dimenticanza, Piazza dell’Uggiosità, Piazza della Sconfitta? Al posto di un Fondatore della Patria, perché non prendere un panettiere?

 

Articolo adattato dal testo originale, tratto dal Blog di Andrea Fazioli (http://andreafazioli.ch/blog/2018/01/)

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