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Alan Maglio, Asmarina e le comunità africane in Italia

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A volte, essere italiani di altra origine significa diventare custodi dei ricordi e dell’eredità della comunità di origine. Per questo, Medhin Paolos insieme al fotorgafo e appassionato di archivi Alan Maglio ha diretto nel 2015 un documentario sulle sfaccettature della comunità habesha di Milano.

Sono cresciuto a Milano, da sempre nei pressi del quartiere di Porta Venezia dove, da quando ho memoria, vive una ricca ed energica comunità originaria del Corno d’Africa. Non è storia recente quella dei bar e ristoranti habesha, bensì storia di retaggio coloniale che parte dagli anni ’70 e arriva in pace, senza troppe tensioni con la città, fino al 2008 quando un giovane di 19 anni, Abdoul Guiebre detto Abba, venne inseguito e ucciso a sprangate da due baristi che lo accusavano di aver rubato un pacchetto di biscotti. La situazione rientra, ma non viene dimenticata. Così come non vengono dimenticate le fughe dalla guerra civile tra Etiopia ed Eritrea e, successivamente, dal regime sanguinario eritreo che intorno agli anni ’90 induce alla fuga ogni mese in 5 mila su una popolazione totale di 5 milioni di persone. La situazione attualmente è molto cambiata, ma di recente, anche purtroppo per merito di una certa propaganda elettorale becera, si è tornati a parlare del passato coloniale dell’Italia. Ho voluto dunque intervistare Alan Maglio sul documentario Asmarina, con la non troppo velata finalità di raccontare e informare i nostri lettori e chi avrà voglia di ampliare le proprie vedute su fatti e ricordi che ci riguardano da molto vicino.

Photo credit
© Alan Maglio FB page

Ciao Alan, grazie del tuo tempo.
Qual è stata la parte più complicata del tuo lavoro nel realizzare il film? Come ha accolto la comunità questa ricerca storica/sociale?

Abbiamo girato 65 ore di materiale per montare meno di 70 minuti di film, cercando di raccontare la storia della comunità del Corno d’Africa in Italia dall’epoca coloniale ai giorni nostri… scegliere cosa inserire è stata un’impresa davvero complessa! Per questo la bravura del montatore (Walter Marocchi) è stata fondamentale: Asmarina tocca tanti argomenti senza approforndirne alcuno in modo esaustivo, anche perché non era quella la nostra intenzione. Mi piace pensare che altri possano prendere spunto dalle nostre mancanze e proseguire la ricerca con nuovi film e nuovi percorsi artistici sul tema. La comunità ha accolto questo lavoro accompagnandoci in ogni tappa del nostro percorso, posso dire che abbiamo trovato appoggio e disponibilità. Anche qualche opposizione da parte di chi è legato a certe fazioni politiche eritree filo-governative, ma è un aspetto che non ci ha bloccati. Nella maggior parte dei casi con le persone coinvolte si è riusciti a mantenere aperto il dialogo.

Il film è targato 2015, ma sembra essere sempre molto attuale. Come è stata accolta la pellicola in Italia e nei festival internazionali?

Abbiamo prodotto un film indipendente semplicemente con le nostre forze, senza avere alle spalle una produzione effettiva. Per questo, ancora di più, i risultati raccolti sono stati positivi al di là di ogni aspettativa. Il film è stato proiettato in festival di cinema in Italia e all’estero (il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano e il Festival di Internazionale a Ferrara, giusto per fare due esempi nostrani); il circuito delle Università e dei centri culturali ha supportato la nostra ricerca in modo molto forte (siamo stati alla Goldsmiths di Londra e gli USA ad Harvard e Yale, presentati nientemeno che da Angela Davis). Ma il ricordo delle prime proiezioni milanesi resta un momento molto speciale per me: la gente ha risposto così calorosamente che la prima sera al cinema si è dovuto proiettare il film due volte di fila per permettere la visione alle persone rimaste fuori per esaurimento posti. Non mi sarei mai immaginato una partecipazione in tale misura!

Quale è stata la cosa più incredibile che hai scoperto o che sei venuto a conoscenza durante le riprese?

Che fino al 1991 per 17 anni si sono svolti a Bologna i convegni estivi del Fronte per la Liberazione dell’Eritrea, con l’organizzazione di un festival che ogni anno vedeva presenti oltre diecimila eritrei giunti da varie nazioni europee, africane e persino dagli Stati Uniti. Confluivano a Bologna dal mondo per supportare la causa dell’indipendenza del paese e discutere l’andamento delle attività di guerriglia e il tutto accadeva in spazi concessi gratuitamente dal comune, data la coincidenza dell’orientamento politico del movimento eritreo e le idee filo comuniste del tessuto sociale emiliano. In quello che oggi è il Teatro Europa, dove abbiamo girato alcune parti del film e negli spazi adiacenti, si riuniva una moltitudine di persone pronte ad assistere quotidianamente a concerti e dibattiti. Al raggiungimento dell’indipendenza Bologna è rimasta nel cuore degli eritrei come luogo-simbolo, ancora oggi ad Asmara molte attività commerciali portano il nome di “Bologna” in memoria di quegli anni.

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Jacopo C. Buranelli

Laureato in filosofia presso La Statale di Milano con una tesi sul cinema di Ozu, da molti anni si dedica all’editoria e al mondo dell’arte contemporanea e dello spettacolo. Collabora con diverse test ... Vedi profilo completo

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