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Cultura

Alcune riflessioni sul mecenatismo

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di Viviana Kasam

Vengo da una famiglia ebraica in cui la beneficenza – che da noi si chiama Tzedaqà – è sempre stata estremamente importante. Tzedaqà ha la stessa radice della parola tzedeq, la giustizia divina, e di tzadiq, il giusto. Questo è un concetto fondamentale, che distingue la filantropia ebraica da quella cattolica: rientra nell’ordine della giustizia, dell’etica, e non in quello della carità, ovvero della bontà. Aiutare i poveri non è un gesto discrezionale, è un preciso dovere sociale e religioso, codificato. E come chi dispone di mezzi ha il dovere di dare, l’indigente ha il diritto di esigere, e di protestare se questo diritto non viene rispettato: l’umorismo ebraico è ricco di storielle che raccontano di mendicanti che protestano perché ritengono che l’elemosina elargita sia inferiore al dovuto.

Nel Talmud, che è la summa delle interpretazioni della Torah, la tzedaqà viene meticolosamente regolamentata. La prima regola è che non deve mai ledere la dignità di chi riceve. E poi la tzedaqà non riguarda solo i ricchi: ognuno deve contribuire nei limiti delle sue possibilità, anche il povero, e l’ammontare “equo” è stato fisato tra un minimo del 10% e un massimo del 20% (forse i saggi ritenevano che di più fosse equivalente a scialacquare e privare i propri eredi di ciò che loro spetta). Ed è considerata tzedaqà anche la cessione di beni immateriali, come per esempio il proprio tempo o il proprio lavoro. Inoltre, i rabbini ammoniscono che si deve stare molto attenti a come offrire denaro per tzedaqà. Non è sufficiente donarlo a chiunque o ad una qualsiasi organizzazione, piuttosto si devono controllare le relative credenziali e finanze per essere certi che il denaro venga usato saggiamente, efficientemente ed efficacemente: “Non derubare il povero, perché è povero” (Proverbi 22:22). Il Talmud insegna che il denaro “non era tuo per cominciare, mentre invece appartiene sempre a Dio, che solo te lo affida cosicché tu possa usarlo appropriatamente. Pertanto è tuo obbligo assicurarti che venga distribuito saggiamente”.

Maimonide, il sommo studioso e saggio elenca otto gradi di tzedaqà:

  1. il livello più basso è quello di chi dà, ma con rammarico;
  2. un pochino superiore è il livello chi dà meno del dovuto, ma lo fa con buon viso;
  3. poi c’è il dare quando si è richiesti;
  4. più meritorio, il dare prima che arrivi la richiesta;
  5. poi c’è il dare senza sapere a chi si dà: il povero però sa da chi riceve;
  6. il dare anonimamente, sapendo però a chi si dà è il sesto livello;
  7. il settimo è il dare anonimamente senza sapere chi riceverà la beneficenza: bisogna però che la donazione passi attraverso una persona onesta e di comprovata fiducia, o un’organizzazione affidabile; guai a scialacquare la tzedaqà.
  8. Infine, il livello più alto è quello di chi non si limita a dare, ma prende per mano un povero e lo mette in grado di guadagnarsi la vita in modo che non debba più chiedere.

Non è meraviglioso? E così moderno, nell’idea di non derubare il popolo investendo male la propria generosità, e di non trasformare il povero in un mendicante a vita, ma invece aiutarlo a trovare l’indipendenza economica.

Mio padre ripeteva sempre che fare il bene fa bene, dà felicità e allunga la vita. Poiché la mia professione è quella di divulgare la ricerca nel campo delle neuroscienze, mi sono chiesta se c’è qualche fondamento scientifico a questa affermazione. E con un certo stupore, ho scoperto che esistono parecchi studi che comprovano l’effetto benefico del mecenatismo sul cervello e sulla salute. I primi studi risalgono addirittura agli anni ’30 del secolo scorso. La professoressa Deborah Danner, insieme ad altri collaboratori dell’Università del Kentucky, rileggendo nel 2001 i diari scritti negli anni ’30 da 180 suore cattoliche, si accorse che quelle che avevano espresso più emozioni positive erano vissute in media 10 anni in più delle altre e non avevano sviluppato sintomi di demenza. Nel 2003 la psicologa Barbara Fredrickson dell’Università del Nord Carolina ha pubblicato uno studio in cui dimostra che le emozioni positive controbilanciano il danno delle emozioni negative, e ha teorizzato quella che chiama la “positive ratio” (rapporto positivo): 3 a 1. Ovvero, sarebbero necessarie tre azioni buone per controbilanciare lo stress causato da una emozione negativa.

Lo studio più citato è però quello di Doug Oman, dell’Università di Berkeley in California, che si occupa di spiritualità e mindfulness, la disciplina oggi tanto di moda tra i giovani che si ispira alla meditazione e allo yoga. Già nel 1990 Oman cominciò a studiare 2015 residenti di una regione californiana, Marin County, attivi nel volontariato. I parametri di Oman sono piuttosto complessi e non posso elencarli in un breve articolo. Il risultato finale è che le persone molto attive nel volontariato risultarono mantenersi più sani e longevi del gruppo di controllo.

Uno studio analogo, condotto quasi contemporaneamente da scienziati dell’Università del Michigan su 2.153 persone anziane in Giappone, volto a studiare il rapporto tra religione, aiuto agli altri e salute, confermò il rapporto tra buona salute e generosità.

“L’altruismo crea maggiore integrazione sociale,
distrazione dai problemi personali e dall’ansia,
dà significato alla vita, combatte l’isolamento e la passività
spesso collegate all’invecchiamento.
Ed è un forte antidoto allo stress,
uno dei fattori principali di malattia.”

Interessanti anche gli studi di Stephen Post dell’Università di Chicago, autore di parecchi best seller su questi temi, chiamato a parlare in tutte le più prestigiose università del mondo. Le sue ricerche esplorano come la beneficenza migliori la salute e la felicità di chi dà, e come l’empatia e la compassione non solo abbiano un effetto positivo sui malati e i bisognosi, ma anche su chi si occupa di loro. Post su queste ricerche ha costruito una brillante carriera: è stato eletto membro del College of Physicians della New York Academy of Medicine, membro della Royal Society of Medicine di Londra, ed è uno dei fondatori del International Society for Science and Religion (ISSR), che ha sede presso l’Università di Cambridge ed è dedicata agli studi interdisciplinari su scienza e religione.

Oggi i neuroscienziati tentano di misurare, attraverso le più moderne apparecchiature di brain imaging, l’attività del cervello mentre si compiono atti di generosità. Cito un recente studio, pubblicato nel 2018 su “Nature Communications” che conferma queste teorie. Proprio in Svizzera, presso l’Università di Zurigo, in collaborazione con la Northwestern University di Chicago, un team di ricercatori guidati da Philippe Tobler ed Ernst Fehr ha osservato gli effetti della generosità su alcune specifiche aree cerebrali, chiarendo finalmente l’interazione che esiste tra altruismo e felicità. Servendosi della risonanza magnetica funzionale, il team di ricercatori ha monitorato i cambiamenti cerebrali in 50 volontari reclutati per lo studio. A metà era stato chiesto di pensare a come avrebbero speso 100 CHF per comprarsi qualcosa, all’altra metà per aiutare qualcuno. Alla fine dell’esperimento, i ricercatori sottoposero tutti i volontari a un test per verificare se era riscontrabile un cambiamento nell’umore. E sì, i generosi erano più felici e soddisfatti.

 


Viviana Kasam, giornalista, ha creato nel 2010, sotto l’egida del Premio Nobel Rita Levi Montalcini, l’Associazione BrainCircle Italia, di cui è presidente.

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