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Allevamenti intensivi: c’è del marcio anche da noi

di Alessandro Vaccari

All’origine dell’attuale crisi pandemica si ipotizza un caso di passaggio del virus da animale selvatico all’uomo, che sarebbe avvenuto in un mercato della città cinese di Wuhan. La cronaca recente ci costringe purtroppo a constatare l’esistenza di pericolosissime forme di zoonosi dall’animale all’uomo anche in Paesi a noi più vicini.

Nell’aprile scorso si sono verificati casi di infezione da Sars-Cov-2 in diversi allevamenti intensivi di visoni in Europa e negli Stati Uniti e gli esperti hanno subito ravvisato il pericolo di una trasmissione del virus dall’animale all’uomo e viceversa. In Danimarca, all’inizio di novembre, si sono effettivamente verificati casi di infezioni di esseri umani da parte di visoni, a loro volta precedentemente infettati dal contatto con esseri umani.

Le autorità sanitarie di tutto il mondo esprimono la preoccupazione che il virus, nel passaggio dall’animale all’uomo, subisca mutazioni tali da rendere in tutto o in parte inefficace l’azione di un eventuale vaccino; al momento questo non si è verificato in quanto, nei casi avvenuti in Danimarca, il virus, pur mutando, non è diventato più aggressivo e pericoloso, ma non si può escludere che in un prossimo futuro possano avvenire mutazioni molto più pericolose.

La virologa Ilaria Capua denuncia infatti il rischio che l’attuale pandemia si trasformi in una panzoozia, cioè che colpisca altre specie animali. I mustelidi, la famiglia di mammiferi a cui appartengono anche i visoni, sembrano molto ricettivi al virus e in grado di trasmetterlo ad altri animali con possibili incontrollabili mutazioni, che si potrebbero ulteriormente ripercuotere sull’uomo. 

La Danimarca produce il 28% delle pellicce di visone del mondo e nei suoi allevamenti sono presenti circa 17 milioni di esemplari. In un primo momento, dopo la scoperta dei casi di trasmissione del virus dai visoni all’uomo, il governo danese aveva decretato lo sterminio completo di tutti gli animali presenti negli allevamenti del Paese. In seguito alle proteste degli allevatori e forse anche all’orrore suscitato dalle prime immagini diffuse, la strage è stata sospesa dopo l’uccisione di “soli” 2,5 milioni di esemplari e si è dunque deciso di limitare gli abbattimenti alle zone dove si sono verificati i casi di zoonosi verso l’uomo.

In Italia esistono allevamenti di visoni da pelliccia in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Abruzzo. Due casi di infezione sono stati registrati in un allevamento della Lombardia già nello scorso agosto, ma sono stati resi noti ufficialmente solo per insistenza della Lega antivivisezione, che ora chiede uno screening di massa in tutti gli allevamenti italiani, mentre le autorità competenti ritengono sufficiente un rafforzamento delle misure veterinarie già in atto.

In Svizzera l’allevamento intensivo di animali da pelliccia è inesistente per le norme restrittive imposte in materia dalle autorità locali che non lo renderebbero redditizio ma le importazioni di pellicce sono consistenti Nel 2015 un’équipe della televisione svizzera fu autorizzata a visitare un moderno allevamento danese di visoni. Il video mostra che ogni animale, della lunghezza di circa sessanta centimetri, coda compresa, vive all’interno di enormi capannoni, in una gabbia di metallo di un metro di profondità e 30 cm di larghezza e senza nessun accesso all’esterno. I visoni vengono cibati con un impasto di pesce e carne, mentre in natura si nutrono di animali acquatici. Gli animali dell’allevamento nascono in aprile e rimangono in gabbia per sette mesi, al termine dei quali, per mantenere la loro pelliccia intatta, vengono uccisi con il gas di scarico di un motore. La stessa équipe tentò poi di visitare, senza preavviso, altri allevamenti, ricevendo sempre dinieghi chiaramente pretestuosi e tali da ingenerare il sospetto che gli animali in essi ospitati versassero in condizioni ancora peggiori.

Le organizzazioni animaliste di tutta Europa chiedono la chiusura degli allevamenti intensivi di visoni e degli altri animali da pelliccia, denunciando appunto le condizioni inaccettabili di vita e di morte degli animali, tali oltretutto da favorire l’insorgere di ogni genere di patologia infettiva, potenzialmente trasmissibile all’uomo. 

Stragi di animali come quella danese avvengono spesso anche se, in genere, con scarso risalto mediatico, mentre da parte loro le autorità ne parlano come di provvedimenti dolorosi, ma necessari soprattutto per la salute umana. Si tratta in ogni caso del sintomo evidente di un rapporto profondamente distorto degli esseri umani con la vita del pianeta in tutti i suoi aspetti. 

Davvero possiamo pensare che una volta debellato il COVID, tutto possa ritornare come prima, senza un ripensamento della nostra relazione con la Natura?

Sarebbe quindi del tutto sbagliato se si pensasse che una volta debellata o almeno messa sotto controllo la diffusione dell’attuale pandemia, tutto possa ritornare come prima e non si comprendesse come nuove e più letali pandemie siano in agguato se non verranno rimosse le cause che possono in ogni momento provocarle o amplificarle, una delle quali, e non secondaria, è appunto l’esistenza di allevamenti intensivi.

L’esperienza danese conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che la salute del pianeta e di tutti gli esseri viventi che lo popolano è un fatto unico e inscindibile per cui, se l’ambiente o gli animali si ammalano, finiranno inevitabilmente per ammalarsi anche gli esseri umani.

 La vicenda ha fatto infine    emergere la preponderanza dei forti interessi in gioco e una colpevole sudditanza a tali interessi da parte dei responsabili politici nonché una malintesa volontà di non creare ulteriori allarmi in una popolazione già stressata dal complesso della situazione pandemica. In realtà l’unico modo per non creare panico fra la gente è invece un’informazione corretta e puntuale e azioni conseguenti da parte dei responsabili politici e sanitari che diano l’impressione di mettere la salute e la difesa dell’ambiente al primo posto, sia nell’attuale situazione di emergenza sia, soprattutto, nella predisposizione dei  futuri piani economici. È in gioco anche la salute della nostra democrazia e della nostra economia.

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