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Amazzonia: un rogo che rischia di bruciare il futuro della Terra

Il 2019 è decisamente un anno drammatico per la foresta amazzonica, il polmone verde del mondo. L’Istituto nazionale per la ricerca spaziale del Brasile (Inpe) ha rilevato un incremento dell’83% dei roghi rispetto al 2018, circa 73’000 contro i 40’000 nello stesso periodo dell’anno. Sempre secondo l’Inpe, il disboscamento della foresta pluviale è aumentato conseguentemente del 67%.

In risposta a questi dati allarmanti, il presidente del Brasile Bolsonaro, ha ben pensato di licenziare il direttore dell’Inpe, Ricardo Galvão, nonché di accusare i movimenti ambientalisti per gli incendi, fatti che si commentano da soli. Non stupisce che Bolsonaro sia al centro di critiche da parte delle principali nazioni ed economie mondiali. Ma è tutta colpa sua se l’Amazzonia brucia? In questo articolo analizziamo più a fondo le cause che portano alla distruzione della foresta pluviale più estesa del globo e iniziamo inoltre a comprendere l’importanza che riveste questa regione per il nostro pianeta. Diverse organizzazioni, tra cui il NOOA (agenzia federale statunitense che si interessa di oceanografia, meteorologia e climatologia), hanno puntato il dito, in prima istanza, su imprese zootecniche e agro-industriali (industria della soia), che tagliano e bruciano alberi per liberare la terra dalla vegetazione, ed anche dalle popolazioni locali e indigene. Ovviamente, non si tratta un fenomeno di distruzione dell’ambiente nuovo. Il problema esiste da parecchi anni. Secondo la NASA, quest’anno l’attività incendiaria complessiva nel bacino amazzonico è risultata comparabile con la media degli ultimi quindici anni. L’industria della carne, è dunque il nemico numero uno dell’Amazzonia. Per dovere di cronaca, buona parte della produzione di carne in Brasile è destinata all’inscatolamento ed esportazione in Europa. L’allevamento del bestiame e l’eccessivo consumo di carne, non bastano tuttavia a spiegare l’erosione delle foreste vergini del Sud America. Colpevoli sono anche il commercio illegale di legna e le operazioni minerarie. Dal suolo della foresta amazzonica, infatti, proviene oro utilizzato non solo per confezionare gioielli, ma anche e soprattutto per produrre i nostri amati smartphones. L’oro, ottimo conduttore resistente alla corrosione, porta la corrente elettrica che attraversa i cellulari. Secondo uno studio del 2015 di E-waste Lab di Remedia in collaborazione con il Politecnico di Milano, un comune cellulare contiene 250 milligrammi di argento e 24 milligrammi di oro. Un iPhone “solo” 0,014 grammi, ma sommando tutti gli iPhone in circolazione si arriva a non meno di 335 tonnellate d’oro. La domanda per queste tecnologie è destinata a crescere. Purtroppo, non c’è modo di far uscire l’oro delle miniere dell’Amazzonia senza distruggere la foresta, come riporta il BuzzFeed News. Di conseguenza, in Amazzonia sta fiorendo un’economia legata all’estrazione mineraria illegale. Secondo il Centro de Innovación Científica Amazónica, minatori indipendenti, spesso senza permesso estrattivo, hanno sradicato 250’000 acri di foresta nella regione di Madre de Dios in Perù. Un altro studio del 2015, condotto all’Università di Puerto Rico, calcola 415’000 acri di foresta tropicale persi in Sud America a causa dell’estrazione dell’oro. Come se non bastasse tutto questo, per separare l’oro dagli elementi di scarto, viene usato il mercurio, che di conseguenza contamina l’approvvigionamento idrico e alimentare ed avvelena gli abitanti della regione. Chi è dunque colpevole se l’Amazzonia brucia? Il presidente brasiliano Bolsonaro ha sicuramente la sua parte di responsabilità. Basti pensare che ha limitato le leggi di tutela ambientali del paese e sta lavorando per aprire maggiormente l’Amazzonia all’estrazione mineraria. Ma non è semplice retorica affermare che tutti noi, indirettamente ed in certa misura, abbiamo appiccato il fuoco. Noi tutti dovremmo salire sul banco degli imputati e prenderci le nostre responsabilità. Infatti, spegnere il fuoco non basta infatti a salvare l’Amazzonia.  Sono indispensabili anche un consumo responsabile e meno sprechi, oltre a regolamentazioni e controlli efficaci. Ma cosa rappresenta l’Amazzonia e perché è così importante preservarla? I motivi sono diversi e tutti molto validi a partire dal cambiamento climatico, che già ci crea inconfutabilmente danni e disagi ingenti.

L’Amazzonia, la foresta tropicale più estesa del pianeta, stocca il 25% del carbonio sulla Terra. Il danno più ovvio e diretto, se l’Amazzonia brucia, è perciò rappresentato dall’immissione di una grande quantità di monossido di carbonio e di anidride carbonica, l’opposto di ciò di cui abbiamo bisogno per arginare il disastro climatico dovuto all’effetto serra. Inoltre, come ogni foresta, l’Amazzonia assorbe anidride carbonica e libera ossigeno. L’Amazzonia assorbe circa un quarto dei 2,4 miliardi di tonnellate di CO2 assorbita ogni anno dalle foreste globali. Senza Amazzonia questa enorme quantità di CO2 rimarrebbe libera di danneggiare il clima. L’Amazzonia è inoltre essenziale all’approvvigionamento idrico. L’umidità della foresta nutre le piogge invernali che cadono su diversi stati del Sud America. La recente carenza idrica a San Paolo del Brasile, potrebbe derivare proprio dalla sua erosione. Ma l’effetto del cambiamento è destinato a farsi sentire anche a distanza. Secondo modelli di previsione menzionati dal National Geographic, se l’Amazzonia venisse del tutto deforestata, si dimezzerebbe la copertura nevosa della Sierra Nevada, riserva d’acqua cruciale per la California. L’Amazzonia gioca anche un ruolo essenziale per la biodiversità in termini di flora e fauna sulla Terra. Di questo importante tema, parleremo nel prossimo numero. Nel frattempo attendiamo con interesse l’intervento di Bolsonaro sull’Amazzonia all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in programma dal 24 settembre, nella speranza si svolga una discussione accesa in difesa dell’Amazzonia, essenziale fonte di vita per il nostro pianeta.

 

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