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Americanah: un romanzo che denuncia il razzismo

Qualche anno fa, durante uno dei miei tanti viaggi in Africa, precisamente in Costa d’Avorio,  mi trovavo in compagnia di Raffaele Masto, grande giornalista e scrittore, purtroppo scomparso troppo presto a causa di questo orribile virus che troppa gente ha portato via. Raffaele e io eravamo entrambi mattinieri e così ci ritrovavamo a far colazione ogni mattina alle 6, e ci raccontavamo di noi, delle nostre esperienze in Africa (le mie quasi tutte per turismo), del nostro lavoro, dei nostri interessi, delle nostre letture. È grazie a Raffaele che ho scoperto l’autrice che vi propongo in questo articolo, Chimamanda Ngozi Adichie, quarantenne nigeriana che, dopo l’università, si è trasferita negli Stati Uniti. 

Di ritorno dal viaggio, mi precipitai in libreria e acquistai Metà di un sole giallo, un romanzo della stessa autrice ambientato durante la guerra in Biafra. Conoscevo la storia di quella guerra, sebbene avvenuta prima che io nascessi, perché in casa mia se ne parlava spesso quando io ero bambino, e si usava l’espressione “Biafra” per indicare qualcuno particolarmente denutrito. 

Continuai la scoperta di questa autrice leggendo il suo romanzo d’esordio, L’ibisco viola, che narra di integralismo religioso e violenze domestiche nella “Nigeria bene”, quella parte di società ricca e istruita. Ma il libro che voglio presentarvi è “Americanah”, che narra la storia di Ifemelu, giovane nigeriana che si trasferisce negli Stati Uniti per proseguire gli studi, diventa l’autrice di un blog di successo, “Razzabuglio”, che usa per denunciare gli stereotipi e i pregiudizi ancora diffusi negli Stati Uniti. Poco dopo l’arrivo negli USA, in un periodo in cui, nonostante la borsa di studio, fa molta fatica a mantenersi e a digerire gli standard americani, decide di troncare la sua relazione storica con Obinze, il suo amore di sempre, rimasto in Nigeria. Ifemelu avrà altri amori, e otterrà anche il successo, ma deciderà di lasciarsi tutto alle spalle e di tornare in Nigeria.

Sono tanti i temi presenti in questo romanzo, che si presta a vari livelli di lettura: una storia d’amore interrotta ma mai dimenticata, l’importanza di avere radici salde, che sono la nostra storia e rappresentano la nostra identità, ma allo stesso tempo il desiderio di migliorarsi, evolversi, emanciparsi, cercare la propria strada per acquisire la propria libertà, al prezzo di sacrificare, in tutto o in parte, le proprie radici (questo è un aspetto che i migranti di tutte le latitudini conoscono molto bene).

Io ve lo propongo però per un tema che è sempre attuale, anche se noi occidentali spesso preferiamo credere che non sia più così: il razzismo. In tempi di Black Lives Matter, tema che è arrivato in Europa di rimbalzo, con alcune lodevoli iniziative, come la mostra fotografica “Black art matters”, tenutasi a Zurigo a luglio e agosto 2020, la lettura, o rilettura, di questo libro, può aiutare a comprendere; può farci riflettere su quanti dei nostri commenti siano inconsapevolmente razzisti, può farci rendere conto di quante situazioni spiacevoli debbano subire quotidianamente le persone di colore, può aiutarci a capire come comportarsi ma soprattutto come NON comportarsi.

Ifemelu, nel suo blog, scrive: “In America, il tribalismo è vivo e vegeto. Ce ne sono di 4 tipi – classe, ideologia, religione e razza. […] In America c’è una scala gerarchica razziale. I bianchi sono sempre al vertice, in particolare i White Anglo-Saxson Protestants, altrimenti noti come WASP, e i neri americani sono sempre alla base, e chi sta in mezzo dipende dai tempi o dai luoghi. […] Gli Americani danno per scontato che tutti comprendano il loro tribalismo. Ma ci vuole un po’ per entrarci dentro. […] Ebreo per me era qualcosa di vago, qualcosa di biblico. Ma imparai in fretta. Dovete sapere che, nella scala razziale americana, un ebreo è bianco, ma anche alcuni gradini sotto il bianco”.

Soprattutto, durante una discussione, Ifemelu dice: “L’unico motivo per cui dici che la razza non è un problema è perché vorresti che non lo fosse. Tutti lo vorremmo, ma è falso. Vengo da un paese in cui la razza non è un problema; non mi sono mai pensata nera e lo sono diventata solo al mio arrivo in America”.

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Maurizio Nappa

Maurizio Nappa, 48 anni, napoletano, si occupa da più di 20 anni di sicurezza sul lavoro nell'industria chimica; vive in Svizzera da più di 12 anni. Il suo amore per il continente africano è nato graz ... Vedi profilo completo

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