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Barbara adesso: sono donna ma non voglio essere madre

Le donne che decidono di non avere figli si sono decuplicate in meno di una generazione nel mondo occidentale, secondo le stime Eurisko. Oggi sono ben dieci volte più numerose rispetto a 50 anni fa. Eppure questa scelta suscita ancora sospetto e diffidenza da parte di molti. La decisione di non volere dei figli, a molti, appare ancora oggi strana, se non insane, incomprensibile, se non problematica. Addirittura scandalosa.

È ancora un tabù essere donna senza voler essere madre? Su questo tema ci aiuta a riflettere il film “Barbara adesso” (2018) della regista ticinese Alessandra Gavin-Müller, presentato per la prima volta circa un anno fa alle Giornate di Soletta. Il film racconta di Barbara, architetta lanciata in un progetto innovativo in uno studio rinomato, dalla vita apparentemente tranquilla. E invece Barbara è anche moglie e mamma, ma nessuno lo sa. Già. Barbara la propria famiglia l’ha lasciata, rinnegata. Mancandole quello che si chiama ‘istinto materno’, Barbara arriva a scegliere di togliersi di dosso quel ruolo scomodo. Lascia la figlia, e lascia dunque anche il marito, il ‘padre di sua figlia’. Allo stesse tempo, il sentimento di diniego del ruolo materno convive, nel profondo di Barbara, con il bisogno ‘vitale’ di essere riconosciuta come figlia. Una sorta di contrappasso: Barbara decide di escludersi volontariamente da una famiglia che non ha mai sentito sua e non riesce ad avvicinarsi all’unico legame familiare che invece desidera. Quello con la madre, dalla quale è rifiutata.

“Barbara adesso” affronta in modo diretto, e anche forse scomodo, tematiche delle quali ancora poco di parla: la maternità non voluta, il ruolo di madre vissuto come un’angosciante prigione, la famiglia monoparentale, il ruolo della donna nel nucleo familiare, e la questione del ‘dover sentirsi mamma’ per forza.

Alessandra Gavin-Müller, com’è nata l’idea del film?

“Sono interessata alle persone alle quali è affidato un certo ruolo nella società e che però non si sentono a proprio agio in tale ruolo. Penso che la maternità sia sicuramente uno di questi casi. Così come siamo tutti figli di qualcuno, non tutti siamo pronti, addirittura desideriamo, essere genitori. Una possibilità remota, che non ci tocca? Non direi. Conosco casi, anche a me vicini, di madri che hanno avuto figli per dovere coniugale – in Svizzera c’è stato un periodo in cui il rifiuto di avere figli con il coniuge era un motivo per poter chiedere lo scioglimento del matrimonio. Ma anche tra le coppie più giovani, ci sono donne che non si sentono a proprio agio tenendo tra le braccia un bebè o accudendo un bambino. Non tutte le madri ‘senza istinto materno’ scappano. Alcune si occupano dei propri figli garantendo una pressoché minima attenzione, cure, se necessarie, ‘un letto’ dove dormire. Ma non cercano alcun altro tipo di relazione con i propri figli, e non si interessano di ‘come’ crescono. Mi sono sempre se domandata non siano più oneste le madri che se ne vanno, piuttosto di quelle che restano fingendo un ruolo che non sentono proprio e non vogliono. D’altra parte, mi sono spesso domandata quale sia l’alternativa di queste madri senza istinto materno Cos’altro avrebbe dovuto fare Barbara?”

Barbara lascia la famiglia nel pieno delle sue facoltà. Non ha problemi di coppia, non è una sbandata, non ha un amante. Vuole ancora bene al marito. Che reputa un uomo dall’istinto paterno e capace di allevare la figlia. Dunque lei sparisce. Nemmeno un attimo pensa a che ne sarà della figlia?

“Questa questione, come affrontare questa domanda, mi ha fatto pensare tanto. Si può sperare che la figlia cresca in modo equilibrato, sia un giorno capace di farsi una propria famiglia e sia in grado di gestire l’esclusione della madre dalla propria vita. D’altra parte, conosco anche persone, abbandonate dalla madre, che non hanno mai smesso di sperare in un ‘pentimento’ della figura materna e negli anni, ripetutamente, l’hanno cercata, questa madre – senza successo, tra l’altro. Questo bisogno di farsi riconoscere dalla madre e di connettersi con lei lo conosce a volte chi ha un figlio adottato. Ma lo stesso sentimento pervade anche Barbara. Non pensando alla figlia. Ma nella relazione (mancata) che lei ha con la propria madre. Barbara bussa, ripetutamente, alla porta della mamma. Urla. La chiama. In dietro riceve solo silenzio.”

Nel film c’è anche l’intenzione di mettere in discussione i ruoli, in particolare quello della madre come amorevole e unica figura in grado di allevare la prole?

Non direi che questa è l’intenzione primaria. Capita che le mamme siano giudicanti e si sentano giudicate ai giardinetti, ad esempio, quasi fossero in competizione per lo svolgimento del ruolo sociale nel modo migliore. D’altra parte viviamo anche in un periodo contraddittorio. Per molti versi sembra che la madre non rivesta più un ruolo centrale nella crescita dei figli. Rinnegando un po’, a mio avviso, quello che è il filo invisibile che già fin dai mesi della gravidanza si va a creare tra madre e figlio, sono tante oggi le tipologie di famiglie con figli presenti nella società – etero e omosessuali. Possiamo fare a meno della madre? Barbara non può. Detto questo, il mio film vuole davvero essere una riflessione sulla maternità come sentimento e istinto non necessariamente naturale.”

Il ruolo di Barbara è interpretato dall’attrice Cristina Zamboni. Una scelta immediata?

“Si. Con Cristina Zamboni ho già lavorato in passato. L’ho scelta anche per il ruolo della protagonista del mio film per la sua figura asciutta, che di materno, nel senso di matronale, non ha nulla. Eppure è una donna sensuale. Proprio per sottolineare che Barbara non è una persona che non vuole relazioni adulte. Quello che non vuole è essere mamma.”

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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