Carlo Cassola, lo scrittore partigiano e “La ragazza di Bube”

di Sandra Persello, docente di Lettere

Foto: Claudia Cardinale nel film “La ragazza di Bube”, tratto dal romanzo di Carlo Cassola

Verso la metà degli anni 50 il neorealismo inizia ad evidenziare segni di crisi, che si manifestano in una duplice direzione: da un lato c’è la ricerca di nuovi moduli espressivi, di un nuovo rapporto con la realtà, più problematico, fatto di dolore, di violenza, di delusione. È il caso di Pasolini, la cui importanza consiste anche in questo valore di testimonianza.

Dall’altro lato si palesa in una tendenza, con Carlo Cassola, che evade dalla Storia e si volge ad una rappresentazione esistenziale del dolore o della solitudine come modi di essere eterni dell’uomo. Si apre la strada ad un’arte che si risolve in un lamento sulla condizione umana intesa dal punto di vista ontologico e non storico.

Sin dalle sue prime opere Cassola mira a cogliere in una vicenda o in un gesto quello che è il suo aspetto più autentico, capace di svelare il senso di una esistenza, di un sentimento.

È questa, per definizione dell’Autore stesso, la poetica del subliminare: “Subliminare” significa sotto il limite (della coscienza pratica). Così stanno appunto le cose: la verità poetica non appartiene alla coscienza pratica, ma alla coscienza che sta sotto, subliminare. L’emozione poetica è propria di quei momenti in cui l’attenzione pratica viene meno e le cose ci appaiono nella loro realtà.

In tal modo egli imbocca una strada senza via di uscita: “Una cosa era certa, che dovevo ridurre al minimo il peso dei fatti […] Poche frasi bastano per dare il senso di una esistenza”.

Romano di nascita (1917), Cassola si colloca nella linea dei narratori toscani, perché la maggior parte della sua produzione letteraria è ambientata nella Maremma, dove fissa la sua residenza sino alla morte. Sono luoghi da lui amati non solo per le origini materne, ma anche perché vi aveva combattuto durante la Resistenza.

Quando, nell’immediato dopoguerra, riprende a scrivere, lo fa tuttavia in modo meno rigoroso rispetto alle idee precedentemente formulate ed accoglie addirittura la tematica politica: la sua ricerca è comunque sempre lirico-intimistica, volta a squarciare il velo opaco che nasconde le cose.

Si precisa in tal modo quella sfiducia nella Storia, che è tanta parte della ideologia di Cassola, dove la partecipazione ad un evento porta a ridurre a fatto privato il medesimo, come in Fausto ed Anna, scritto nel 1942 e per molti aspetti considerato romanzo autobiografico (Fausto collabora con la Resistenza solo per colmare il vuoto prodotto in lui dall’abbandono di Anna).

Pure Il taglio del bosco (1950) è riconosciuto dalla critica come sfondo del tormentato mondo interiore dell’Autore, oppresso dal suo personale dolore.

In sintonia con la poetica del subliminale (concetto derivato dai Racconti di Dublino di James Joyce), Cassola afferma di “essere portato per quel tipo di narrazione in cui il sentimento del personaggio ha lo stesso valore del suo vestito”.

Ecco perché La ragazza di Bube è il romanzo esemplare per l’Italia degli anni 60, per la società del boom economico: la Resistenza è addirittura presentata attraverso un topos retorico, la separazione degli amanti. All’insegna della rimozione dei problemi difficili e sgradevoli, la vicenda volge lo sguardo al paesaggio toscano, all’intervento dei sentimenti ed entrano così in campo il contesto della fatalità, del rassegnato dolore.

Allo scritto segue nel 1963 una celebre versione cinematografica, interpretata da Claudia Cardinale, con la quale Cassola raggiunge il successo internazionale.

La ragazza di Bube segna una profonda cesura nella narrativa italiana del dopoguerra: benché ispirato ad una vicenda realmente accaduta, l’opera si arricchisce di elementi psicologici, superando le istanze neorealiste, tanto per il linguaggio che per il rifiuto dei dogmatismi concettuali.

Il ritmo narrativo sobrio, quasi essenziale, tende ad amalgamare l’ambiente naturale, gli uomini, il loro lavoro, i sentimenti, ed il passaggio dalle sequenze narrative a quelle liriche avviene infatti senza bruschi stacchi stilistici.

Pur vivendo nel periodo del neorealismo, infatti, egli non ne accetta completamente la poetica, giacché ritiene che l’uso del linguaggio popolare, vale a dire del dialetto, sia da condannare in ambito letterario; lo scrittore si considera un realista, ma rifiuta l’approccio del naturalismo e la ricerca degli “spaccati sociali” tipici del neorealismo.

Nel 1960 gli viene assegnato il Premio Strega proprio per La ragazza di Bube. Di generazione in generazione il testo è una delle letture che più contano nell’educazione sentimentale e civile degli Italiani. E soprattutto, come scrive Geno Pampaloni nell’introduzione alla edizione BUR, “Rileggere queste pagine oggi, dopo l’esperienza del terrorismo (e pur avendo ben chiari i termini della incomparabilità tra resistenza e terrorismo) fa riflettere […]. L’opera d’arte si dimostra ancora una volta, via e momento di libertà”.

Il 29 gennaio 1987, colto da un collasso cardiocircolatorio, Cassola muore a Montecarlo di Lucca.

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