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Come sopravvivere al bombardamento di notizie sul Covid-19?

di Alberto Costa, oncologo

Mio figlio che vive e lavora in Inghilterra mi dice che lassù sono ormai stremati dal bombardamento di notizie sul COVID-19 dopo tre anni di bombardamento sulla Brexit. Ciò che i due temi hanno in comune è la confusione che regna sovrana, le centinaia di voci che si levano a favore delle interpretazioni e delle tesi più diverse senza dare a chi ascolta la possibilità di verificare e di capire cosa è vero e cosa è falso.

La tragedia della pandemia di COVID-19 è sotto gli occhi di tutti, ma bisogna ammettere che di chiaro e sicuro c’è ben poco. Nessuno ha ancora dato una spiegazione valida del perché l’epicentro europeo è stato proprio da noi in Italia, per esempio. Perché abbiamo tanti anziani? Secondo il sito di Focus, celebre rivista scientifica, l’aspettativa di vita in Italia è in effetti di 82,9 anni, al terzo posto nel mondo. Ma quella francese è di 82,6 e quella svizzera 82,2, quella svedese 81,7. Quindi questa è una spiegazione solo parziale.

Nessuno ha ancora detto con chiarezza se abbia senso o meno produrre un vaccino e se questo sarà una vera soluzione oppure proteggerà solo, come molti temono, dal COVID-19, ma non dal COVID 20 o 21. Tutti sanno che il cosiddetto “vaccino influenzale” protegge dai virus dell’influenza che si sono già manifestati, ma non da quelli nuovi che ogni anno si presentano. I coronavirus sono la grande famiglia cui appartengono anche i virus del raffreddore e come sappiamo non esiste vaccino contro il raffreddore, tanto è vero che ad ogni inverno ce ne prendiamo almeno uno.

Nessuno ha poi chiarito come raccogliere i dati in maniera uniforme e quindi comparabile. Alcuni Paesi contano come infetti solo i soggetti che presentano un tampone positivo, ma sappiamo bene che i test possono dare risultati che si chiamano “falsi positivi”, cioè che la loro accuratezza diagnostica non è del 100%. Qui in Svizzera i tamponi vengono il più possibile ricontrollati da un laboratorio centrale a Ginevra per cercare di fornire dati il più precisi possibili. Poi sappiamo, almeno di questo siamo sicuri, che si può essere infetti ma senza sviluppare sintomi o sviluppando forme minori con solo febbre alta, ma senza disturbi respiratori.

Questo è in fondo il vero problema, come ha ben spiegato recentemente il prof. Paolo Ferrari direttore medico dell’Ente Ospedaliero Cantonale ticinese: ciò che rende diverso questo virus dagli altri noti in precedenza è la sua capacità di causare una polmonite “interstiziale”. Come dice il nome, questa forma virale riguarda gli interstizi dei polmoni ed è quindi molto più difficile da curare. Gli antibiotici non servono a nulla, per esempio. Per questo si dice che la soluzione sono i respiratori, altro punto fermo, perché il soggetto colpito non ha la forza di respirare da solo, mandando aria nei propri polmoni i cui interstizi sono pieni di virus, ma la macchina sì e per questo i respiratori riescono quasi sempre a far superare la fase acuta. Il sistema immunitario dell’individuo e un bel po’ di paracetamolo poi fanno il resto e se ne viene fuori.

Ma i nostri sistemi sanitari non erano programmati per poter disporre di centinaia di respiratori da utilizzare subito e tutti insieme e questo ha fatto sì che gli ospedali siano stati sommersi e travolti come da uno tsunami.

È vero quindi che il COVID-19 di per sé non è una nuova peste bubbonica letale. Ma è anche vero che una percentuale di chi ne viene colpito non riesce più a respirare. Anche se questa percentuale è relativamente piccola, tuttavia, poiché il numero totale degli infetti è molto alto, anche il numero di coloro che richiedono un respiratore diventa elevatissimo e nessuno poteva prevedere una simile emergenza.

È giusto allora cominciare a distinguere il numero di morti DI coronavirus dal numero di morti CON coronavirus, cioè quelle persone già anziane o malate alle quali l’infezione ha dato una sorta di colpo finale anche senza essere di per sé la vera causa di morte.

Come oncologo, tuttavia, vorrei mettere in guardia dall’atteggiamento facilone di chi insiste troppo sul fatto che molti dei morti di queste settimane “avevano comunque già una diagnosi di cancro”. Dare spazio a questa interpretazione significa tornare a credere che il cancro è una sentenza di morte, dimenticando il fatto che più della metà dei malati di cancro guariscono e sopravvivono bene. Quanti di questi uomini e donne che oggi escono dagli ospedali dentro una bara sarebbero invece sopravvissuti bene al loro tumore e sarebbero ancora fra noi se non fosse arrivato il COVID-19?

Non lasciamoci quindi impressionare dagli “esperti” dell’ultima ora e continuiamo a rispettare le norme che ci siamo dati, il lavaggio delle mani, la distanza di sicurezza, il massimo di isolamento sopportabile ancora per un po’. Fermare il contagio è l’unica strada ed è al momento l’unica risposta possibile al signor COVID. Chi la dura la vince.

 

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Alberto Costa

Nato a Biella nel 1951, a Milano. Chirurgo oncologo. Ancora studente incontra l’oncologo Umberto Veronesi e insieme lavorano all’Istituto Tumori di Milano fin dal 1973, fondano nel 1982 la Scuola Euro ... Vedi profilo completo

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