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Coronavirus: perchè a morire sono più uomini che donne?

Il virus Sars-CoV-2, meglio conosciuto come coronavirus, continua a diffondersi in tutto il mondo tanto quanto qui da noi e, ad oggi si contano più di 3 milioni  di persone contagiate, con quasi 300.000 decessi.  Per poter capire, combattere, trattare e prevenire il contagio è estremamente importante la raccolta delle informazioni che esaminano i modelli comportamentali del virus e, tra queste, ha un ruolo cruciale lo studio statistico della malattia, perché può dare indicazione su chi può essere a maggiore rischio di essere infettato e di sviluppare sintomi gravi e potenzialmente letali. Ad esempio, in molti Paesi europei, come anche negli Stati Uniti e in Australia, le statistiche hanno evidenziato che gli uomini presentano un rischio di mortalità da coronavirus molto più alto rispetto alle donne, tendenza notata subito in Cina, non appena apparsa la pandemia.

Dai dati provenienti dall’Organizzazione Nazionale della Sanità, è possibile rilevare come il 68% delle vittime della pandemia in Europa siano uomini. Secondo altri dati, provenienti dal sito web Global Health 5050, riassumendo le informazioni statistiche sulla malattia nei vari Paesi da essa toccati, si rileva che il tasso di mortalità maschile in Grecia e in Danimarca è di 1,9:1 rispetto alle donne, in Irlanda si trova su 1,8:1 e in Cina 1.7, varie fonti negli Stati Uniti hanno anche pubblicato che il tasso di mortalità tra uomini e donne a New York è di 2:1. La percentuale tende a diminuire tra gli 80-89 anni e, sopra i 90 anni, tanto i decessi quanto i contagi sono più numerosi nelle donne, probabilmente per la struttura demografica della popolazione e, nell’85% dei casi, in presenza di almeno una comorbidità.

Il 68% delle vittime della pandemia in Europa sono uomini

Ma perché gli uomini si ammalano maggiormente di coronavirus? Ci sono tre possibili spiegazioni.

– Fra quelle ipotizzate da vari esperti, una è l’aspetto ormonale. La produzione di estrogeni da parte delle donne, infatti, è solita creare delle barriere naturali contro molte patologie, come ad esempio quelle cardiovascolari, malattie di cui gli uomini tendono soffrire con più anticipo, visto che le donne sono appunto protette dagli ormoni fino alla menopausa, periodo in cui, calando la produzione di estrogeni, la popolazione femminile diventa più vulnerabile quasi al pari degli uomini. Pertanto, si ritiene che la maggiore difesa immunitaria mostrata dalle donne contro il COVID-19 risieda negli ormoni sessuali femminili, e soprattutto negli estrogeni, la cui capacità di rafforzarne la reazione stimolerebbe il sistema immunitario femminile ad affrontare meglio e combattere il virus.  Nel corso di un recente studio condotto sui topi dall’Università canadese di Ottawa in collaborazione con l’Università tedesca di Ratisbona, si è scoperto che le femmine di topo erano in grado, più dei maschi, di sopravvivere al virus corona e di guarire. La ricerca ha constatato inoltre che, dopo che i ricercatori hanno eliminato gli estrogeni, il tasso di mortalità delle femmine di topo è di fatto pari a quello dei topi maschi. Sono dati che trovano conferma in tutto il mondo: anche in Spagna la percentuale maschile dei morti è doppia rispetto a quella femminile. L’unico Paese dove a sorpresa la situazione si ribalta è la Corea del Sud, dove la mortalità è stata molto bassa, ma il 61 per cento delle infezioni ha colpito le donne. Ma questo potrebbe essere legato al fatto che il punto di partenza è stata la chiesa Shincheonji, frequentatissima da ragazze di 20-30 anni. Sembra dunque che il sesso maschile, quanto a risposta immunitaria, sia in realtà quello debole e che si possa dedurre che gli ormoni sessuali femminili aiutino le donne a combattere diverse malattie virali, tra cui il coronavirus.

– La seconda spiegazione ha a che fare con la genetica e si potrebbe ricercare in alcuni dei geni che controllano l’attacco di un virus. Questi geni si trovano principalmente nel cromosoma X: le donne hanno appunto due cromosomi X, mentre i maschi ne hanno uno solo: il cromosoma X contiene un numero elevato di geni legati alle risposte immunitarie, per cui, secondo una ricerca dell’Università Stellenbosch di Cape Town, Sudafrica, averne il doppio significa essere in vantaggio.

– La terza spiegazione consegue da fattori pratici, come le abitudini e lo stile di vita. Sappiamo tutti che chi ha più problemi con il COVID-19 sono gli over 60. Ebbene, in quella generazione fumavano molto di più i maschi che non le femmine. E il fumo danneggia i polmoni. Pertanto, nella lotta contro il virus è come se gli uomini di questa fascia di età – e che hanno fumato – “partano per una maratona con un handicap”. Oggi le donne fumano di più, ma sempre meno degli uomini: secondo l’ultimo rapporto ISS tra le donne fuma il 16,5% contro il 28% degli uomini. La differenza di mortalità osservata in Cina, secondo i dati di un grosso studio condotto dal Chinese Centers of Disease Control, su 44 mila persone la percentuale di uomini deceduti per di coronavirus era del 2,8% rispetto all’1,7% di donne. Nel caso cinese le abitudini e gli stili di vita hanno avuto un peso rilevante, dal momento che in quel Paese fuma il 52% degli uomini e solo il 3% delle donne. Gli uomini inoltre tendono ad un maggiore consumo di alcolici e se stanno male ritardano nel consultare un medico.

 

L’aspetto ormonale, la genitica e fattori pratici aiutano a spiegare l’alto tasso di mortalità maschile

 

Concludendo, lo dicono i numeri: i dati generali mostrano una differenza significativa dal punto di vista statistico fra uomini e donne nelle patologie gravi e nel tasso mortalità ed è indubbio che l’universo femminile resiste meglio agli attacchi del COVID-19 in virtù del suo sistema immunitario connesso a fattori ormonali, alla condizione genetica legata al doppio cromosoma X, ad abitudini di vita più salutari o alle diversità sociali.

Ciò non toglie che tanto gli uomini quanto le donne siano tenuti nello stesso modo a seguire le norme d’igiene e a proteggersi dal virus in tutti i modi dovuti, fintanto che un vaccino o una cura mirata non siano disponibili. La previsione di avere accesso ad un trattamento specifico e a un vaccino lasciano presumere tempi non brevissimi, anche se, visti gli sforzi posti in atto sia a livello nazionale che internazionale e secondo notizie delle ultime settimane, la disponibilità di dosi per il personale sanitario e altri addetti ai lavori potrebbe essere questione di qualche mese, mentre per la popolazione mondiale potrà essere a fine anno o forse anche più in là. Occorrerà dunque continuare con ottimismo facendo del nostro meglio nel praticare le norme igieniche e d’abitudine raccomandate. Del resto, come anche Mark Twain usava ripetere, «Le lit est l’endroit le plus dangereux du monde: 99% des gens y meurent!»

 

 

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Adrian Weiss

Medico e ufficiale medico addestrato per il contagio biologico, membro del gruppo europeo GCP . ... Vedi profilo completo

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