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Coronavirus: una valanga di denunce contro gli Stati?

Il Perù, il Messico e l’Argentina sono minacciati da cause legali di multinazionali per misure adottate per far fronte alla pandemia. Anche la Svizzera si ritrova davanti a un tribunale arbitrale per la prima volta. 

di Isolda Agazzi, Alliance Sud

Lo si temeva, così è successo. Come rivelato dal Transnational Institute, almeno tre Paesi latinoamericani sono minacciati da cause davanti a tribunali arbitrali per via delle misure adottate per fronteggiare la pandemia. All’inizio di aprile, il parlamento peruviano ha promulgato una legge che prevede la sospensione del pedaggio autostradale per facilitare il trasporto di merci e lavoratori, quando numerosi peruviani hanno perso il posto di lavoro. La risposta non si è fatta attendere. Sin da giugno, numerosi concessionari autostradali stranieri hanno annunciato l’intenzione di portare il Perù di fronte ai tribunali arbitrali. Intimorita, la ministra dell’Economia ha lanciato un processo per aggirare la legge e conservare il pagamento dei pedaggi, che potrebbe però essere contrario alla costituzione. In gergo si chiama “chilling effect”: è la rinuncia da parte di un governo di adottare misure d’interesse pubblico per paura di dover pagare ingenti compensazioni all’investitore straniero, cui si aggiungono le spese processuali. La corte costituzionale peruviana si deve ancora pronunciare sulla legalità della misura adottata dall’esecutivo e, a seconda della sentenza, le multinazionali decideranno se sporgere denuncia o meno. 

Il Messico e l’Argentina a rischio

Poco dopo, è stato il Messico a fare infuriare gli investitori stranieri per avere imposto restrizioni alla produzione di energie rinnovabili in seguito alla diminuzione del consumo di elettricità. Studi di avvocati specializzati nell’arbitrato internazionale non hanno perso tempo, esortando le multinazionali a fare causa al Messico – imprese spagnole e canadesi hanno già minacciato espressamente di farlo.

Poi è stata la volta dell’Argentina, che sprofonda sempre più in una crisi senza fine. Il 22 maggio il governo ha dichiarato di non poter rimborsare il debito nei confronti dei portatori di obbligazioni straniere, fra cui l’americana BlackRock, la più grande società di gestione di portafogli al mondo. In quello stesso momento, aspri negoziati erano in corso per ristrutturare 66 miliardi USD di debito pubblico, una misura considerata come necessaria anche dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Eppure il 4 agosto, l’Argentina ha accettato di pagare 54.8 USD per ogni 100 USD di debito, una somma molto vicina ai 56 USD richiesti da BlackRock, mentre il governo aveva proposto di pagarne 39 USD. 

Questa capitolazione non è un caso: il 17 giugno, White and Case, lo studio legale di BlackRock, ha minacciato di considerare tutti i mezzi a sua disposizione – un riferimento appena celato all’arbitrato internazionale – se l’Argentina non avesse accettato le condizioni dei suoi clienti. Si tratta dello studio legale che aveva permesso a 60’000 creditori italiani di vincere una causa contro l’Argentina nel 2016 (caso Abaclat), dopo che avevano rifiutato la ristrutturazione del debito proposta dal governo per affrontare la crisi economica del 2001. Avevano intascano 1.35 miliardi USD. 

Quando le multinazionali fanno treaty-shopping

Sempre in America latina, la Bolivia ha chiesto di sospendere temporaneamente i processi di arbitrato in corso riguardanti due litigi nell’ambito dell’estrazione mineraria, fra cui quello che la oppone alla multinazionale svizzera Glencore. Dal momento che la pandemia rende difficile la fornitura dei documenti richiesti, La Paz invoca un caso di forza maggiore, ma invano. Nota bene, questa causa non si basa sull’accordo di protezione degli investimenti (API) con la Svizzera, che la Bolivia aveva denunciato precedentemente, ma su quello con la Gran Bretagna, la multinazionale svizzera essendo riuscita a farsi passare per inglese. 

Un’altra impresa che pratica vantaggiosamente il “treaty-shopping”, ovvero la capacità di scovare l’accordo di protezione degli investimenti più favorevole e di farsi passare per un’impresa di quel Paese via una delle sue numerose filiali, è Chevron. La multinazionale americana, impantanata in una battaglia giuridica decennale con l’Ecuador per l’inquinamento dell’Amazzonia, ha sporto denuncia contro le Filippine per un’oscura questione di piattaforma di gas offshore, sulla base dell’API Svizzera – Filippine, visibilmente a lei più favorevole. 

Prima denuncia contro la Svizzera 

Ciò porta a 37 il numero di querele basate su API svizzeri. L’anno scorso Glencore ha sporto una seconda denuncia contro la Colombia, dopo averne vinta una prima e intascato più di 19 milioni USD. 

Anche la Svizzera deve far fronte a una prima causa intentata da una società domiciliata alle Seychelles, che contesta un decreto federale urgente del 1989, il quale vieta la rivendita di edifici non agricoli per la durata di cinque anni. Questa società reclama 300 milioni CHF di compensazione e, secondo le rivelazioni del sito International Arbitration Reporter, 1.2 miliardi di CHF d’interessi composti (5% dal 6 ottobre 1989). 

La buona notizia è che le minacce di cause contro Stati che hanno adottato in extremis misure per affrontare la pandemia potrebbero convincerli a rinunciare una volta per tutte a questi accordi, che non hanno attratto tanti investimenti come speravano. O perlomeno, a escludere l’arbitrato internazionale quale meccanismo di regolamento delle controversie e sostituirlo con il ricorso ai tribunali interni. 

La riforma costituzionale del Cile a rischio denuncia

Questi casi mostrano anche la necessità di permettere agli Stati di sporgere denuncia a loro volta contro gli investitori stranieri che violano i diritti umani. È previsto in rarissimi API, ma non in quelli della Svizzera. Anzi, succede piuttosto il contrario: il gruppo francese Suez ha minacciato di fare causa al Cile se rimunicipalizza la gestione dell’acqua, come richiesto dagli abitanti di Osorno, una cittadina nel sud del Paese. Il motivo: un taglio alla fornitura d’acqua di dieci giorni avvenuto l’anno scorso, dopo che 2’000 litri di petrolio erano stati versati nell’impianto di acqua potabile gestito dalla filiale della multinazionale francese. 

Eppure i cittadini si erano espressi nell’ambito della consultazione sulla riforma costituzionale, il cui voto si è svolto il 25 ottobre scorso. Il plebiscito potrebbe innescare a sua volta una valanga di denunce se la volontà popolare contraddicesse gli interessi degli investitori stranieri, molto presenti in Cile in tutti i settori, a cominciare dai servizi pubblici

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