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Cosa si prova ad essere la madre di un bambino transgender?

È difficile crescere un bambino transgender. È una scoperta dolorosa e, per alcuni genitori, terribile. Richiede un lungo, tortuoso, drammatico, percorso di accettazione, tra rassegnazione e incredulità. Com’è possibile che il proprio figlio sia intrappolato nel corpo sbagliato? Di solito le prime parole che sentiamo quando mettiamo al mondo un bambino sono “è una femmina” o “è un maschio”. Eppure, anche se è difficile immaginarlo, queste parole non sempre suonano ‘vere’. E quando anche i genitori arrivano ad accettare i propri figli transgender, non rimane comunque presente la paura che ‘gli altri’ possano fare del male, fisico o psichico, al proprio figlio?

Nel momento in cui diventiamo genitori, giuriamo di fare tutto il necessario per garantire che nostro figlio cresca integro, mentalmente e fisicamente, felice, sicuro di sé, protetto. Però – ammettiamolo – ci riesce difficile accettare che la vita scelta da nostro figlio non sia quella che ci aspettavamo vivesse. Abbiamo aspettative, per i nostri figli, e ci rammarichiamo se non seguono la via – professionale, ad esempio – che noi abbiamo previsto per loro. Il dolore è tanto più terribile e profondo se i nostri figli non riflettono le nostre presunzioni culturali e non aderiscono agli stereotipi di genere ritenuti da noi (o dalla nostra società) ‘giusti’, ‘normali’, appropriati.

Essere accolti con amore e accettazione a casa è fondamentale per lo sviluppo, sin dall’infanzia, passando per l’adolescenza e anche nell’età adulta.  Negli Stati Uniti, il 41% dei giovani transgender ammette di aver provato a togliersi la vita, mentre vari studi americani hanno mostrato che quando i ragazzi gender e omosessuali sono accettati e non discriminati, hanno la stessa probabilità di sviluppare forme di depressione dei coetanei etero. Da questi studi è anche emerso il ruolo centrale della madre per un bilanciato sviluppo emotivo del figlio (o della figlia) transgender.

Ma non è un ruolo facile. Né tanto meno immediato.

“Purtroppo non ho mai pensato a mia figlia con un disagio di genere – mi racconta Dina, mamma di un ragazzo transgender – anche se, da quando era una bimba, percepivo una differente preferenza sessuale dalla mia, credendola lesbica. Non sono stata capace di guardare la sua reale sofferenza e questo ci ha allontanate con conflitti forti. Poi attorno ai suoi 30 anni di età mi confidò la sua decisione di iniziare il percorso per il cambiamento di sesso. Non so esprimere in parole il dolore fisico e psichico provato. Un colpo al cuore che mi toglieva il respiro ogni qualvolta che tentavo di elaborare questa sua decisione. Quello che mi faceva tremare ogni notte e ogni giorno era la sorpresa di una grande lontananza dal mio essere madre, perché percepivo che non saremmo state ciò che avremmo dovuto diventare. Non vedevo compiersi il progetto di un’unità che vibrava nel mio intimo e stava alla base del ‘mio’ progetto di famiglia, quel progetto che avevo deciso di intraprendere con mio marito.”

“Una madre vede la propria creatura, desiderata, concepita, partorita e cresciuta con tutto l’amore e gli strumenti che meglio crede di possedere, mutare in tutto. Non la riconoscevo più: quasi improvvisamente era un’altra persona pur essendo ancora la persona che avevo cresciuto e accudito – ricorda Dina – Nuovo nome, tratti somatici stravolti. Muscoli che andavano a sostituire il suo bel seno deturpato. Non ero pronta e ne soffrivo. La sofferenza più grande era commisurata dalla fatica di reggere il tutto con il resto della famiglia. Le loro lacrime scavavano un solco indescrivibile dentro me. La mia ignoranza su questa tematica mi rendeva impotente,  anestetizzando così ogni impaccio nell’abbordare questo mio malessere, facendomi sentire svestita da tutto quello che quotidianamente andavo a fare.”

Non è solo il proprio dolore e quello della propria famiglia più stretta ciò che le madri di figli gender sono spesso tenute a sostenere.

In una società dove ‘la casa’ continua a essere una roccaforte dei ruoli di genere tradizionali, le madri di bambini transgender sono, ancora oggi, giudicate dalla società in base alla loro capacità di crescere “i figli secondo le norme sociali”.

“Il dolore e l’impotenza che si prova di fronte allo sgretolare del significato della propria famiglia, la difficoltà a comprendere i cambiamenti del proprio figlio transgender, sono notevolmente acuiti dalla responsabilità che la società, il resto del parentato, conoscenti, amici, in tanti, crudelmente o pietosamente attribuiscono alla madre. È molto diffusa la credenza che se un figlio non rispecchia appieno la normalità richiesta dalla gran parte della società, la colpa sia dei genitori, soprattutto della madre, magari troppo poco attenta o secondo loro poco presente. Oppure perché lunatica o troppo remissiva o al contrario troppo severa. O ancora perché molto curata… potrei dilungarmi all’infinito elencando mille altri motivi.”

Tuttavia, proprio perché il genere è una parte fondamentale della cultura, la casa è il luogo in cui può inizia gran parte del de-condizionamento del genere.

Parlando con famiglie di ragazzi transgender, le mamme che prima non avevano famigliarità con il concetto di identità di genere sono diventate sostenitrici delle esigenze dei bambini transgender – non solo per quel che concerne il coordinamento delle cure mediche e la presentazione di petizioni per il cambio di nome al tribunale. Queste mamma combattono per una nuova comprensione del genere, che poi condividono con i loro mariti e altri membri della famiglia, per affermare il senso di sé dei propri figli e far progredire l’accettazione della diversità di genere in modo più ampio.

Purtroppo però ci si dimentica che ci vuole coraggio e forza, per costruire una società dove i ragazzi e le ragazze transgender siano accettati e possano vivere in modo autentico. E questo coraggio, alle mamme di figli transgender, dobbiamo darlo anche noi.

“Ho ricevuto tanti giudizi, sterili, distruttivi. Quasi per nulla ho ascoltato un ragionamento comprensivo capace di risponde positivamente ai nostri bisogni di mamme di bambini transgender, alle nostre perplessità e confusione, lasciandoci invece ancora di più nella fatica più misera. Se solo ‘gli atri’ – anche ‘gli altri’ – capissero che anche solo un abbraccio o un sorriso basti a lenire in parte il nostro grido di aiuto tramutato in lacrime!” Parole, quelle di Dina, che non possono non farci riflettere.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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