Crisi di governo e questione generazionale: L'Italia non è un paese per giovani | Corriere dell'Italianità

Scrivi la parola o il termine da trovare

Politica italiana

Crisi di governo e questione generazionale: L’Italia non è un paese per giovani

L’ennesima crisi di governo di fine estate della storia repubblicana non smentisce un mantra che regna sovrano da diversi lustri: al tavolo delle trattative che apriranno alla nomina del nuovo esecutivo, i convitati di pietra restano i giovani. L’ipotesi (sempre più probabile) di un’intesa tra M5S e Pd, infatti, non può prescindere da un sistema di veti incrociati, che lascerà sullo sfondo, irrisolta, la “questione generazionale”. Da un lato, i pentastellati mirano a blindare Quota 100 (almeno fino al 2021) e reddito di cittadinanza (cavallo di battaglia grazie al quale hanno spopolato al sud, raggiungendo vette superiori al 50% alle ultime elezioni politiche nei collegi di Napoli e Cosenza); dall’altra il Pd chiede una revisione del salario minimo proposto dai grillini, per preservare la priorità dei contratti collettivi nazionali, così come la riduzione del cuneo fiscale.

Proposte che mirano a incontrare il consenso di un elettorato di età medio-avanzata, se non specificamente ultrasessantenne. Le ragioni sono presto dette: Quota 100 creerà uno scompenso nelle pubbliche amministrazioni nei prossimi tre anni, aprendo ad un turnover che favorirà sì l’ingresso di nuovo personale, ma a livelli salariali meno consistenti delle pensioni che percepiranno i lavoratori in uscita, andando così a rinforzare la quota di spesa pubblica gravante sulle spalle delle nuove generazioni. Mentre riduzione del cuneo fiscale e reddito di cittadinanza non risolveranno il problema del lavoro nero e delle false partite Iva – ovvero, contratti di lavoro subordinato mascherati da lavoro autonomo, che risulteranno comunque preferibili dalle imprese rispetto a qualunque sgravio fiscale.

Dietro queste misure, si cela un orizzonte di pensiero a breve termine dei policymakers, che non tiene conto delle conseguenze sul lungo periodo per le nuove generazioni. Ma non c’è da stupirsi. Oltre a rappresentare la fetta più consistente della popolazione infatti, gli over 65 (che arrivano a quota 22,6%) rappresentano anche la fascia di età con il minor tasso di astensione. Di converso, registriamo ben sette giovani su dieci che non votano tra i diciotto e i vent’anni e un tasso di astensione ancora al 60% tra i trentenni. Un fattore, quest’ultimo, talmente significativo da far figurare la mancanza di rappresentanza politica delle giovani generazioni come una delle cause principali della diseguale redistribuzione di ricchezza tra le fasce d’età (Fonte: Bollettino Istat sulle nuove povertà 2018). Facile dunque intuire come sia interesse della politica preservare gli interessi di un bacino elettorale che influisce maggiormente sulle scelte politiche sia perché più numeroso, sia perchè più propenso al voto. “I giovani votano meno, ergo sono i più sacrificabili” sembra lo slogan implicito di chiunque si affacci alle porte di Palazzo Chigi. Un circolo vizioso che contribuisce all’acuirsi di uno squilibrio macroeconomico e, al contempo, allontana nuovamente i giovani dalla politica, così come la politica si è allontanata dai giovani.

Condividi
Tags:

Pier Paolo Tassi

33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrive ... Vedi profilo completo

Potrebbero interessarti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
* campi obbligatori