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Cry Macho, il 39esimo film di Clint Eastwood. Stavolta non siamo a cavallo

Di Dario Furlani

Un vecchio, un ragazzo e un gallo vanno dal Messico al Texas: non è l’inizio di una barzelletta ma la sinossi dell’ultimo (ma speriamo non ultimo) film di Clint Eastwood, che al suo quarantaduesimo film da regista narra di un uomo che ha perso la famiglia e la ritrova nel ragazzo che deve scortare dalla capitale messicana fino a suo padre negli Stati Uniti.

Purtroppo però l’anima da barzelletta la pellicola ce l’ha davvero e nonostante all’ultimo lavoro, Richard Jewell, avesse dimostrato la sua inossidabilità, con Cry Macho il regista californiano ha sbagliato clamorosamente il bersaglio.

Hitchcock sottolineava come una buona sceneggiatura fosse fondamentale per un buon film, se la storia manca o è carente l’intera opera che si costruisce sopra rischia di crollare. Ed è forse la trama la colonna più pericolante di Cry Macho. Eastwood propone una vicenda stanca fin dalla prima scena, con dei personaggi talmente consumati da echi di migliaia di loro simili da non riuscire a far affezionare lo spettatore per neanche un minuto della durata.

Una trama è basata su conflitti, dinamiche contrastanti tra di loro che motivano lo svolgimento della vicenda. Il film ne mette in campo qualcuna, cercando per esempio di introdurre un dissidio interiore nel giovane ragazzo deluso dal mondo o gli antagonisti che sono sulle loro tracce, ma risultano talmente ininfluenti da far girare la pellicola completamente a vuoto, vagando alla deriva in un deserto messicano da cartolina. Ogni singola svolta di trama, ogni confronto diretto con il ‘cattivo’ e ogni dialogo sembrano l’ombra sfocata di una vicenda raccontata troppe volte.

Clint Eastwood author Thore Siebrands -wikimedia commons

Il buon Clint alla veneranda età di novantadue anni riesce miracolosamente a tenere in piedi il proprio personaggio grazie a un carisma che non smette mai di brillare, lasciando però molto distanti sullo sfondo tutte le altre figure, talmente abbozzate da non lasciare nessuno spazio recitativo agli attori nel tentativo di dargli anima.

Ed è forse Eastwood stesso il punto centrale della pellicola. Ritroviamo tutti i temi a lui cari: il rapporto tra due figure maschili, il dualismo tra il duro e il tenero che ama inserire nelle sue opere dell’ultimo decennio, quel punto di vista rude ma saggio sulla vita che da’ sempre colore ai suoi lavori.

Però man mano che il film prosegue nasce e cresce a ritmo costante una terribile sensazione. Germoglia piano e prende sempre più forza fino a prendere forma nel finale, in una affermazione che suona come una domanda. È tutto qui (?).

Dopo decine di film diretti e interpretati, dopo aver reiteratamente dimostrato di essere un grande cineasta Clint Eastwood esce con un prodotto che, più che diretto da un distinto veterano, sembra realizzato da un artigiano di second’ordine.

Mentre scorrono i titoli di coda l’unica speranza che viene in mente è di non aver visto l’ultima opera di un grande protagonista del Cinema americano. Perché non è giusto che una gloriosa carriera debba finire così. Ci vediamo al prossimo film, Clint.

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