David di Donatello, 7 statuette per il film su Ligabue con Elio Germano. L'intervista al regista Diritti | Corriere dell'Italianità

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David di Donatello, 7 statuette per il film su Ligabue con Elio Germano. L’intervista al regista Diritti

“Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti sbanca ai David di Donatello, con 7 statuette: film, regia, attore protagonista Elio Germano, scenografia, fotografia, acconciatore e suono. Grande sconfitto è invece “Hammamet” di Gianni Amelio, che conquista solo il trucco dopo 14 candidature.

Miglior attrice protagonista è risultata Sofia Loren in “La vita davanti a sé”, mentre “Immigrato” di Checco Zalone è stata premiata quale migliore canzone nel film “Tolo Tolo”. “L’incredibile storia dell’isola delle rose” di Sidney Sibilia si porta a casa tre premi: miglior attrice non protagonista e attore non protagonista -andati rispettivamente a Matilda De Angelis e Fabrizio Bentivoglio- ed effetti visivi. Stesso destino per “Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli che ottiene miglior costumi, compositore e produttore. E tutto questo in un’edizione, la 66/ma, con film necessariamente ‘stagionati’ dalla pandemia, ma piena di autentiche emozioni.

Elio Germano ph. Luca Dammicco per Accademia del cinema italiano premi David di Donatello

L’intervista di Luca Bernasconi a Giorgio Diritti, regista del film “Volevo nascondermi”

Il film Volevo nascondermi (2020) racconta la travagliata esistenza del pittore e scultore Antonio Ligabue (1899-1965), fra abbandoni, rifiuti ed emarginazione, mettendone in luce la profonda sensibilità e umanità. A vestire i panni dell’artista è Elio Germano, insignito del premio come miglior attore alla Berlinale dello scorso anno, talmente intenso da far credere che sullo schermo si muova Ligabue in carne ed ossa. A realizzare questa pellicola di solida onestà emotiva è il regista bolognese Giorgio Diritti, secondo il quale «la storia di Ligabue suggerisce un’attenzione al valore della “diversità”e anche alla capacità di identità nel senso di essere sé stessi e di esprimerlo fino in fondo».

Qual è stata la molla personale e professionale che l’ha spinta a raccontare Antonio Ligabue?

“Il punto di partenza sono alcuni ricordi legati alla mia adolescenza e anche allo sceneggiato di Salvatore Nocita su Ligabue, proposto dalla RAI nel 1977, che già allora mi aveva incuriosito molto. Più concretamente, mi è capitato di andare nelle terre di Ligabue e di incontrare persone che hanno riacceso il mio desiderio di conoscerlo più a fondo; visitando poi una mostra a lui dedicata, sono rimasto colpito da bambini letteralmente incantati davanti ai suoi dipinti. Tutti questi elementi iniziali hanno smosso un percorso di approfondita ricerca e anche una sorta di innamoramento per un uomo che ne ha passate davvero tante, ma che, lottando, ha trovato nell’arte un modo per essere riconosciuto e accettato dalla società”.

Qual è l’aspetto inedito del suo ritratto di Ligabue rispetto ad altri lavori cinematografici?

“Sicuramente la parte svizzera. L’artista, la cui madre era un’emigrata italiana, nasce infatti a Zurigo dove rimane fino ai 20 anni, prima di essere espulso e tradotto a Gualtieri, un paesino della bassa reggiana, in cui il giovane viene soprannominato “el matt” per le sue turbe psichiche o “al tedesch” in quanto non parlava l’italiano. Anche la figura del pittore e scultore Andrea Mozzali non è mai veramente emersa in precedenza, pur rappresentando per Ligabue un punto di riferimento significativo dal profilo umano e, in parte, artistico”.

Quali sono stati i materiali preparatori del film?

“Anzitutto l’attenta lettura di una serie di opere su Ligabue, ma fondamentale è stato l’incontro sul territorio con le persone che hanno conosciuto l’artista, che hanno condiviso insieme a lui momenti di vita, o che sono figli di chi l’ha ospitato per un certo periodo. Ognuna di queste testimonianze mi ha fatto entrare in una dimensione più profonda, cogliendo le risonanze emotive di un uomo dalla vita varia e complicata. La componente emozionale si è quindi rivelata la chiave per ricreare la vicenda esistenziale dell’uomo e dell’artista, raccontando i suoi moti interiori tanto nelle difficoltà e solitudini quanto nei momenti positivi, al fine di viverli con lui. Un altro aspetto determinante è stato il grande lavoro che abbiamo svolto sull’epoca in cui è vissuto l’artista per restituire appieno lo spirito del tempo”.

Che cosa vorrebbe che rimanesse nella mente di chi ha visto o vedrà la sua pellicola?

“La preziosità di ogni essere umano nella sua identità e “diversità”. Per me ogni persona è diversa da un’altra e ciò è sinonimo di ricchezza. È stato proprio questo il motore che mi ha dato la forza e la profonda convinzione di voler realizzare il film”.

Perché ancora tanta ostilità nei confronti dei cosiddetti diversi, che vengono denigrati, esclusi e persino soppressi in quanto considerati «un errore» come sentenzia nei riguardi del piccolo Ligabue il suo maestro svizzero delle elementari?

“L’uomo è tristemente incapace di mettere in campo maggiori energie per far sì che anche i cosiddetti diversi siano parte della comunità a tutti gli effetti. Sembra trattarsi di un fattore che risale alla notte dei tempi e che agisce a un livello molto profondo del nostro essere, legato forse alla genetica e a una catena educativa che si tramanda di generazione in generazione. Anche le democrazie evolute, che pur cercano di compiere quel passo fondamentale verso la “diversità”, faticano non poco: le discriminazioni di ogni genere sono infatti ancora molto vive, come riportano quotidiani e telegiornali. Ci vogliono tanta buona volontà e la capacità di superare quello scoglio che istintivamente ci porta a considerare l’altro differente da noi qualcuno da temere e persino respingere a priori. Fra le testimonianze di chi ha conosciuto Ligabue da vicino, una donna mi ha raccontato che, vedendolo sbucare dalla nebbia, si metteva paura e fuggiva a gambe levate; altri, invece, si sono soffermati sul suo spiccato senso dell’ironia o sulla sua tenerezza. Ora, visto che la paura della “diversità” è uno dei fattori più inquinanti al mondo, la scommessa del futuro è quella di superare i timori e le diffidenze del primo impatto con l’altro, riuscendo finalmente a guardare oltre; e la coscienza, non le leggi, dovrebbe essere elemento primario, naturale di consapevolezza del valore di ogni vita umana”.

Ha l’impressione che ai tempi della pandemia la gente sia ancor più diffidente e aggressiva nei confronti dei “diversi”?

“La pandemia ha sicuramente creato una sensazione di isolamento e prigionia, causando sofferenza. Il disagio ha quindi acceso sentimenti di rabbia che alcuni hanno sfogato sui loro simili, sebbene non vadano esclusi sentimenti contrari quali la comprensione e l’apertura. Ma la paura per la propria vita e l’ansia del presente hanno relativizzato tutto il resto e le persone sono diventate un po’ più egoiste”.

Che cosa ha scoperto di nuovo sull’essere umano realizzando un film che mette in primo piano l’uomo Ligabue?

“Quanto le persone uscite dal secondo dopoguerra abbiano dentro di sé un senso di gioia di vivere. Ogni situazione diventa occasione per un sorriso o una battuta, in un clima di energia ed entusiasmo che nelle generazioni attuali è particolarmente raffreddato perché lo stimolo, derivato soprattutto dal mondo del consumo, è quello di essere qualcosa di diverso da ciò che si è, contando quasi più l’apparenza della sostanza, e di rincorrere modelli preconfezionati, quando il principale modello da seguire dovrebbe invece essere la piena consapevolezza e capacità di essere ciò che realmente siamo e di realizzare i nostri sogni, come evidenzia, in fondo, anche l’esistenza di Antonio Ligabue”.

Quale valore ha l’uso del dialetto nel film, al di là della sua funzione mimetica?

“Direi che esprime un senso di verità, non da intendersi però soltanto come corrispondenza storica al periodo in cui è ambientato il film, quando la gente usava sostanzialmente il dialetto, ma piuttosto come un’affinità emotiva nella quale risuona la dimensione della socialità e della comunità. Il vernacolo, percepito come una lingua più sanguigna rispetto all’italiano, era anche un modo per essere più carnalmente dentro le dinamiche delle relazioni umane”.

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