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Democrazia morta, sospesa o risorta?

Le elezioni rinviate in tutta Europa; la democrazia diretta sospesa. E poi, il lavoro dei parlamenti snellito, fatto online o anche messo in stand-by e in alcuni casi ‘scavalcato’ – penso all’Ungheria. Tribunali che si occupano solo di casi urgenti. Riduzione, se non divieto, di ritrovarsi in gruppi, siano essi sportivi, di bocciofili o politici. Giornalisti costretti a lavorare da casa, impossibilitati a interrogare politici, stakeholder e personaggi della società civile. Riunioni dei leader europei che sono fatte in video-conferenza. La democrazia, quella rappresentativa, che richiederebbe, tra le altre cose, la centralità delle assemblee elettive e del Parlamento, è moribonda. O, nella più rosea delle ipotesi, sospesa.

Le condizioni in cui versa, oggi, il modello democratico rappresentativo preoccupano quanti ravvisano nella cessione ai politici di tutta una serie di libertà personali e civili l’anticamera di autoritarismo e populismo. Al contrario, c’è anche chi accoglie, e nemmeno troppo velatamente, la fragilità della democrazia come la conosciamo e vede nell’accentramento del potere in mano di pochi una via d’uscita per liberarsi di ‘fastidiosi’ organi di controllo e assemblee rappresentative. Preoccupati, o no, per la salute della rappresentatività democratica, davvero la strada è segnata, “lo Stato (autoritario) sta tornando” e non resta che dire ai populisti che, a conti fatti, hanno sempre avuto ragione loro sulle élite e economie globali?

Secondo questa narrativa, il ritorno del governo “al centro della scena” segna la fine di un’epoca in cui il potere e la responsabilità sono migrati dagli Stati ai mercati. A frontiere chiuse, quali unica salvaguardia contro il mondo esterno, c’è chi fa notare quanto sia stata assurda la preoccupazione degli ultimi decenni per il pareggio di bilancio, il deficit pubblico e il rapporto debito-PIL. Non da ultimo, l’incapacità dell’Unione Europea di mostrare solidarietà nel sostenere la disperata lotta dell’Italia contro il virus e le divisioni sul Fondo Salva-stati delegittimano, con forza, l’internazionalismo e qualsiasi logica di cooperazione globale – proprio ora che l’emergenza è una pandemia e tocca la salute dell’uomo così come quella del Pianeta.

Eppure, ci è dato di fare appello a una narrativa alternativa. Più difficile da credere. Più impegnativa da concretizzare. Ma non impossibile. Il coronavirus offre la possibilità di lavorare a una più equa soluzione degli equilibri tra politica ed economia; di ripristinare la fiducia nella politica democratica e in una rinnovata cooperazione globale transnazionale inclusiva del locale e del globale, perché certe problematiche oggi sono trasversali, toccano i Grandi e i Piccoli: dalla lotta allo spreco e ai disastri ambientali, al ripensamento di diverse forme di socialità, coabitazione e organizzazione del lavoro, anche con l’utilizzo di nuovi strumenti digitali.

Come ha scritto Philip Stephens poche settimane fa sul Financial Times, la rappresentatività democratica non è destinata a soccombere al populismo ma chiama a nuovi programmi di riforme capaci di democratizzare tutti i livelli politici, rivolgendosi ai cittadini, che in queste settimane di isolamento e quarantena potrebbero – perché no – occupare un po’ di tempo a valutare con calma il processo referendario locale posticipato, a imparare (davvero!) la differenza tra Camere alte e basse e le loro funzioni, a fare proposte per le elezioni appena rinviate, ad esempio.

Così, come ha scritto Riccardo Luna sulle pagine di Repubblica recentemente, il problema della democrazia oggi non è tanto una questione di rappresentatività quanto di accountability – come dicono gli anglosassoni. Accountability non si riferisce alla responsabilità di governo legata “al dover agire” (responsibility), ma ha a che fare con l’assunzione di responsabilità da parte di chi fa politica (al Governo così come al Parlamento, maggioranza e opposizione) davanti ai cittadini. È un’assunzione di responsabilità dell’azione fatta o fatta fare. Proprio l’assenza di accountability lascia a una struttura politica il potere assoluto di agire senza coscienza o espiazione. È un rischio che corrono anche le democrazie rappresentative.

Ecco che allora, mentre il coronavirus limita la partecipazione politica ed elettorale, là dove i cittadini siano in grado di identificare chi compie le scelte, in un clima di trasparenza, che rende possibile la “resa del conto”, la democrazia riesce a resistere. Perché la partecipazione dei cittadini, l’uguaglianza politica, la coscienza civica, il rispetto per le norme costituzionali, la protezione dei diritti umani e dell’ambiente, le norme sociali, il welfare economico e, certamente, la “libertà” sono tutti contingenti e vulnerabili se “i cittadini” non possono ritenere i loro governanti responsabili in modo affidabile delle azioni che intraprendono.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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