Disparità di genere prima e dopo la crisi. Intervista a Vania Alleva, Presidente del sindacato Unia | Corriere dell'Italianità

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Disparità di genere prima e dopo la crisi. Intervista a Vania Alleva, Presidente del sindacato Unia

Se già prima della pandemia nel mondo – ovunque nel mondo – le donne guadagnavano meno (il divario di genere nelle retribuzioni si attesta al 16%), risparmiavano meno, avevano lavori meno sicuri e un minore accesso alle tutele sociali, le restrizioni economiche e l’emergenza sanitaria causata dal coronavirus hanno acuito notevolmente le discriminazioni di genere. A rilevarlo è uno studio dell’ONU intitolato “L’impatto del COVID-19 sulle donne” pubblicato lo scorso aprile. Come ha dichiarato anche Caroline Freund, direttore del commercio, dell’integrazione regionale e del clima degli investimenti presso la Banca Mondiale, “Quasi il 60% dei posti di lavoro persi negli Stati Uniti fino a metà marzo erano occupati da donne, mentre nel Regno Unito i settori chiusi a causa delle misure di distanziamento sociale occupavano il 17% di tutte le lavoratrici e il 13% di tutti i lavoratori di sesso maschile. In Spagna, il 90% delle donne e il 64% degli uomini lavorano nel settore dei servizi, dove la disoccupazione è aumentata più rapidamente a causa del blocco nazionale.” E in Svizzera? Abbiamo chiesto a Vania Alleva, Presidente del sindacato Unia, un commento sulla condizione delle donne e sulle discriminazioni di genere.

Presidente Alleva, partiamo da un dato pre-COVID. Circa un anno fa, il 14 giugno, la Svizzera ha visto la mobilitazione di donne – e uomini – per chiedere maggiori parità. Quali progressi sono stati fatti da allora?

Lo sciopero delle donne con la partecipazione di oltre 500.000 persone è stata la più grande mobilitazione politica in Svizzera degli ultimi 100 anni. Il solo ricordo fa riemergere i brividi creati dell’enorme energia presente sui diversi luoghi di lavoro e sulle piazze di tutta la Svizzera. Un grande movimento femminista, donne di tutte le fasce d’età scese in piazza per difendere i diritti delle donne, per chiedere rispetto, aumenti salariali. E se nel corso di quest’ultimo anno ci sono stati alcuni avanzamenti, come le quote per i consigli di amministrazioni o il 10% in più di donne elette in Parlamento, arrivando così al 42%, i progressi restano troppo pochi e troppo lenti. C’è ancora molto da fare!

Un recente studio della Commissione Europea, presentato nella “Strategia per la parità di genere 2020-2025” ha evidenziato che, mentre l’incidenza del lavoro temporaneo nell’UE è simile tra gli uomini (14,8%) e le donne (16,1%), queste sono molto più propense a lavorare a tempo parziale (30,2%) rispetto agli uomini (8,5%). Com’è la situazione in Svizzera per quanto riguarda le pari opportunità di accesso al lavoro, di retribuzione e di carriera?

Gran parte delle donne lavorano part-time, ma vorrebbero lavorare di più. Il part-time si rivela essere una sorta di trappola, visto che è prevalentemente femminile e che ha degli effetti negativi sulle carriere professionali. E le donne sono mal retribuite: il 50% guadagna meno di 4.000 franchi e il 70% meno di 5.000 franchi. Inutile dire che il tutto ha degli effetti negativi anche sulle pensioni delle donne. Durante la pandemia abbiamo visto l’importanza di tutte quelle professioni cosiddette femminili che sono state definite essenziali. Gli applausi a sostegno di queste lavoratrici non bastano.

Le donne voglio vedere i fatti! In termini di aumenti salariali e di migliori condizioni di lavoro, ma anche di abolizione della disparità salariale.

Il 1° luglio entra in vigore la revisione della legge sull’uguaglianza di genere. Le aziende con più di 100 dipendenti devono eseguire un’analisi salariale per valutare la differenza salariale tra donne e uomini. Perché in media è ancora del 20%. Sebbene la nuova legge sia insufficiente, questi controlli minimi devono ora essere rigorosamente attuati.

Guardiamo al lavoro di cura, svolto principalmente da donne: non è pagato o è pagato in modo insufficiente e generalmente non è considerato lavoro.

Il doppio onere della vita lavorativa e familiare incombe ancora quasi esclusivamente sulle spalle di molte donne.

Nell’attuale crisi COVID, le donne in telelavoro e a casa hanno assunto nell’insieme un carico di lavoro enorme. Il sistema non funziona o funziona a scapito delle donne. Sono necessari un congedo sufficiente per la cura dei parenti, il congedo parentale, che deve essere diviso tra padre e madre, e strutture pubbliche per l’infanzia di alta qualità. Anche in quest’ambito il coronavirus, unito al fatto che i nonni per settimane non hanno potuto badare ai nipoti, ha messo in evidenza l’urgenza di agire. Abbiamo calcolato che mancano 50.000 posti per l’infanzia.

A fronte della pandemia in corso, quali misure fiscali possono agevolare il lavoro femminile e insieme la conciliazione?

Delle agevolazioni fiscali non sono né necessarie né opportune. C’è invece bisogno di investimenti in nuovi di posti di lavoro durevoli. La crisi COVID ha mostrato con chiarezza che solo la sicurezza sociale ci rende forti, solo la solidarietà sociale ci porta avanti. Per migliorare le condizioni di lavoro delle donne e per uscire dalla crisi, sarà determinante per prima cosa preservare i posti di lavoro e il potere d’acquisto. Il governo federale garantisce alle imprese 60 miliardi di franchi in aiuti di Stato. Ciononostante, la disoccupazione aumenta e oltre un milione di lavoratrici e lavoratori sono in lavoro ridotto e soffrono di perdite di reddito. È dunque necessario che il reddito (almeno fino a un reddito di 5.000 franchi netti) sia compensato al 100%. Secondo, bisogna rafforzare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori: c’è bisogno di una migliore copertura di contratti collettivi di lavoro, con salari minimi vincolanti e aumenti salariali regolari, soprattutto nei settori della vendita, delle cure, della logistica. Dobbiamo impedire con determinazione gli attacchi alla legge sul lavoro o le altre deregolamentazioni degli orari di lavoro, perché questi attacchi vanno a scapito soprattutto delle donne. Terzo, bisogna far pagare a chi ha tratto profitti dalla crisi e colmare le lacune fiscali. La Svizzera può far fronte alla crisi post-COVID. Il governo federale genera regolarmente eccedenze: deve iniettarle e sospendere il freno all’indebitamento. Può recuperare i mezzi finanziari colmando le lacune fiscali per i più ricchi, addebitando i dividendi di chi ha tratto profitti della crisi e riducendo inutili spese militari. È solo una questione di volontà politica.

 

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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