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Dove tutto si è interrotto

Tempi di pandemia. Tempo di riflessioni. Tempo di noi. Occasione per fermarci ad esaminare la nostra vita. Come nella nostra infanzia. Quando prendevamo i giocattoli più preziosi e li scomponevamo, pezzo per pezzo, per capire di cosa erano fatti. Ed eravamo sorpresi di scoprire la loro natura: fatta di viti, di molle, di incastri laboriosi, di colori e di creatività. E di renderci conto che questi elementi ci davano gioia quando raggiungevano l’armonia di una perfetta combinazione, in tutta semplicità. Allora rimanevamo a fissare i pezzi del giocattolo che avevamo appena scomposto. Incapaci di rimetterli insieme. Ma immaginando a come avrebbero potuto combinarsi e tornare ad essere parte della nostra vita. Oggi come allora, il virus ed i suoi divieti lasciano il tempo di scomporre una realtà, che rimpiangiamo come perfetta, e di domandarci cosa potrà diventare il nostro domani, quando il mondo tornerà a girare. Di cosa sono fatti gli equilibri della nostra società? Cosa ci porta ad attenderne la futura evoluzione? Come ci sentiamo, noi cittadini, nel caos calmo impostoci dalle presenti circostanze? Cosa troviamo, ora, attorno a noi? Cosa ci inquieta? A quali ricordi ci porta il nostro presente?

Torniamo a dove, forse, tutto si è interrotto. Alla crisi petrolifera degli anni Settanta, che ha segnato la fine del boom economico del secondo dopoguerra. Ci trovammo increduli, spaesati. Le certezze alla base della nostra prosperità economica improvvisamente crollarono con l’inarrestabile e vertiginoso aumento del petrolio, da allora soprannominato “oro nero”. Ma questo episodio segnò anche l’inizio di cambiamenti politici. Confrontati con la crisi energetica, i governi, e di riflesso i partiti di cui questi ultimi si trovavano ad essere espressione, si resero conto che quando il destino è uguale per tutti non è più sufficiente interpretarlo sulla base di un presupposto ideologico. È da allora che la politica, intesa in senso generale, nel dialogo fra cittadini ed istituzioni, ha iniziato a fare posto a un terzo incomodo: l’economia, che sino a quel momento era stata strumento principe della politica e ora la soppiantava. Essa fu legittimata ad entrare nella stanza dei bottoni e lentamente a imporre le sue regole, aprendo la stagione delle privatizzazioni, delle aziende specie in mano pubblica da portare in mani private. Si compra all’ingrosso e rivende al dettaglio.

Come nel resto del mondo, anche in Italia iniziarono i tempi dei titoli di stato con rendimenti a due cifre, della “Milano da bere”, della fiduciosa aspettativa, che le energie industriali, che così si sarebbero scatenate nel libero mercato, avrebbero sistemato tutto, anche i conti pubblici. Questa attitudine non era che il riflesso di un nuovo sentimento, che si era già propagato a livello mondiale e che, sempre a livello mondiale, avrebbe portato alla globalizzazione. In tal modo, secondo una logica di diversificazione del profitto prima che dell’investimento, i gruppi finanziari dominanti potevano trovare, ovunque nel mondo, le stesse regole del gioco e, con le medesime modialità, incrementare gli utili aziendali.

Ma, come accade nella vita, arriva sempre il momento di far di conto.

L’arrivo di internet, di cui oggi noi ci troviamo ad essere angosciati clienti, ha semplicemente ampliato e velocizzato questi fenomeni. Ma la tecnologia ‘facile’ non si è curata della realtà di coloro che questi fenomeni effettivamente li producono: con le proprie speranze, con il proprio lavoro, con i profitti che sono loro concessi fare, perché nuovamente possano tradursi in consumi, che a loro volta permettano alla quotidianità di replicarsi in futuro, all’infinito. Stiamo parlando di noi cittadini, che ci troviamo ad essere coinvolti in questi discorsi come impiegati, manovali, imprenditori, risparmiatori, consumatori, elettori.

Siamo democraticamente sollecitati nel difficile ruolo di elaborare il presente e maturare una coscienza di ruolo, al punto che cio’ che accade intorno a noi diventa un rumore di fondo cui, forse, ci dobbiamo fare l’abitudine.

Mentre, al medesimo tempo, ci scopriamo travolti dall’affanno della ricerca di un posto di lavoro per noi o i nostri figli; dal pensiero di mettere da parte qualcosa per il nostro futuro; di tenerci al passo con le nuove tecnologie per non venirne esclusi; di sentirci appagati dalle novità commerciali presenti, future ed indotte; di influire sulla vita collettiva con la lucidità di un voto, districandoci tra fake news, ideologie e proposte che sollecitano il consenso nei modi più svariati. Le nostre osservazioni non possono che fermarsi qui, nel silenzio del caos calmo impostoci dalle attuali circostanze. Le settimane e forse i mesi a venire ci daranno il tempo di fare tutte le riflessioni necessarie per decidere quale sarà il futuro della nostra esistenza, dopo che il presente peggio sarà passato.

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Andrea De Grandi

Andrea De Grandi è un giornalista specializzato nella evoluzione digitale delle attività d’impresa. ... Vedi profilo completo

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