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Politica italiana

Draghi sceglie Marta Cartabia. La giustizia è donna

di Giovanna Guzzetti
Foto Max Allegritti

Il diritto, si sa, per sua natura è e deve essere neutro. Per essere imparziale (super partes). Sarà un caso: in latino diritto si traduce con Ius ed è di genere neutro. Ma l’applicazione del diritto, quella giustizia (che, come la legge, è uguale per tutti), rappresentata come una bilancia con i piatti in perfetto equilibrio, è di genere femminile. Solo mera coincidenza grammaticale? Risposta aperta… Sta di fatto che nel governo Draghi, insediatosi a Roma il 13 febbraio, a Palazzo Chigi, la Giustizia, che in Italia ha bisogno di riforme non più procrastinabili, ha davvero il volto di una donna.

Il nuovo ministro della Giustizia è Marta Cartabia. Nata in provincia di Milano, una laurea in giurisprudenza cum laude con un fine costituzionalista del calibro di Valerio Onida. A soli 57 anni è diventata, prima donna in tutta la storia della Repubblica Italiana, presidente della Corte Costituzionale, l’organo deputato ad essere il Giudice delle Leggi. O a giudicare il Capo dello Stato in caso di alto tradimento. Capito di che cosa stiamo parlando? Marta Cartabia, una formazione cattolica, mamma di tre figli, è agli antipodi della figura di chi, dalla propria posizione professionale, vuole spiccare il salto verso il profilo di figura chiave dello star system (della politica).

Assertrice di una giustizia riparativa e dal volto umano, che si fondi sulla funzione rieducativa della pena, pur convinta della necessità di un iter giudiziario più rapido e più snello, non appare però disponibile ad escamotage procedurali che “ingessino” la fase investigativa: l’accuratezza delle prove è necessaria al pari delle garanzie per l’imputato. Marta Cartabia sa che deve riformarla la Giustizia tricolore. E in tempi brevi. A partire da quella civile, caratterizzata da lungaggini insopportabili che si trasformano in zavorre non solo per i cittadini ma anche per il tessuto economico: troppi i casi di aziende e possibili investitori esteri che abbandonano l’idea di una presenza in Italia a causa della burocrazia, farraginosa e imprevedibile, e dell’incertezza del diritto. Che si origina neutro ma poi deve pronunciarsi. E in modo incontrovertibile.

Marta Cartabia non è l’unico ministro donna di natura tecnica del gabinetto Draghi. Completano l’organico delle ministre di espressione non partitica Cristina Messa, già rettrice dell’ateneo di Milano Bicocca, ed ora responsabile del dicastero dell’Università, e Luciana Lamorgese, una carriera al Viminale dal 1979, già prefetto di Milano, ministro dell’Interno nel governo Conte bis.

Accanto a loro la renziana Elena Bonetti, confermata al ministero della Famiglia e delle Pari opportunità; Fabiana Dadone dei 5Stelle alle Politiche giovanili; le azzurre Maria Stella Gelmini agli Affari generali e autonomie e Mara Carfagna al ministero per il Sud e la Coesione territoriale; la leghista Erika Stefani alle Disabilità. Sì, certo, non sono state rispettate le pari opportunità da un punto di vista numerico ma confidiamo nella qualità e nella competenza che dal percorso accademico, dove le ragazze svettano, sappiano trasferirsi anche nei banchi del Governo.

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