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E adesso mi dimetto!

Covid-19 e lavoro

Di Giorgio Marini

La chiamano Great Resignation, “Grande Rassegnazione”, ed è la traduzione del nome inglese di un fenomeno recente del mercato del lavoro statunitense in cui milioni di lavoratori, in massa, recedono dal contratto aziendale a cui sono stati vincolati per anni o addirittura per decenni. Partita da oltreoceano, la tendenza si sta diffondendo sempre di più anche nel resto del modo. Ormai si parla in molti Paesi, Italia inclusa, di “Grandi Dimissioni”. Che cosa sta succedendo? Quali sono le cause di questo fenomeno ormai globale?

Ad aprile 2021, il numero di coloro che hanno lasciato il posto di lavoro in un solo mese ha battuto il record di tutti i tempi negli Stati Uniti, con nuovi primati stabiliti a luglio e ad agosto. Il Bureau of Labor Statistics li chiama “abbandoni”: sono in aumento in quasi tutti i settori, in particolare in quello del tempo libero e dell’ospitalità. In un solo mese, in estate, almeno 1 su 14 addetti di hotel, camerieri di ristoranti e barbieri hanno detto addio a capi e colleghi, con conseguenti criticità per le strutture recettive e i locali. Ma da che cosa ha avuto origine tutto ciò? Gli analisti fanno notare che la Great Resignation in Usa è stata preceduta da una stagnazione molto maggiore – probabilmente decennale – dei salari e dei benefici dei lavoratori. Nelle fasce più basse, i guadagni non sono andati di pari passo col ritmo dell’inflazione, mentre le condizioni lavorative sono diventate ancora più precarie. Allo stesso tempo, l’esperienza di una prolungata emergenza sanitaria ha spinto una miriade di americani a rivalutare le proprie opzioni professionali e cercare opportunità differenti. Il bilancio della pandemia – e il tortuoso percorso verso la ripresa – continuano ad alimentare quello che lo scrittore Derek Thompson su The Atlantic ha descritto come “un momento centrifugo nella storia economica americana”. Come ha spiegato al Wall Street Journal Danny Nelms, presidente del Work Institute, una società di consulenza, tutto quello che si è vissuto per 18 mesi di paura e incertezza legate al Covid hanno fatto riflettere le persone sulla loro vita, carriera e professione e continuano a farle ragionare.

NON FANNULLONI, MA PROPOSITIVI
Sempre su The Atlantic Derek Thompson ha sottolineato che, tipicamente, nella mentalità occidentale, interrompere un percorso, andarsene è un “concetto tipicamente associato a perdenti e fannulloni”. Ma il livello di abbandono della Great Resignation è semmai un’espressione di ottimismo che significa: “Possiamo fare di meglio”. “La verità è che le persone negli anni ’60 e ’70 hanno lasciato il lavoro più spesso di quanto non abbiano fatto negli ultimi 20 anni, e l’economia stava meglio per questo”, ha aggiunto Thompson. “Dagli anni ’80, gli americani lo hanno fatto meno e molti si sono aggrappati a lavori scadenti per paura che la rete di sicurezza non li sostenesse mentre ne cercavano uno nuovo. Ma gli americani sembrano aver finito di tener duro”. Va detto, contestualmente, che dall’inizio della pandemia il campo della formazione aziendale ha visto una forte crescita, con maggiori competenze, qualifiche e specializzazioni a beneficio di diversi profili professionali. La categoria in maggiore espansione è l’e-commerce, con nuovo personale impiegato in questo mercato. Ciò ha coinciso con un aumento dei traslochi di singoli e imprese, soprattutto verso le periferie delle grandi aree metropolitane. Diverse grandi aziende, come Tesla, hanno spostato la propria sede. Altre, come Twitter, hanno annunciato politiche permanenti di lavoro da casa. Parallelamente alla Great Resignation lavorativa, la pandemia ha spinto molte famiglie verso uno stile di vita legato all’abitazione. Oggi più genitori lavorano a casa, cucinano, si prendono cura dei figli e si occupano perfino dell’istruzione dei loro piccoli tra le pareti domestiche. Lo scrittore Aaron M. Renn l’ha definita l’ascesa della “famiglia DIY” (Do-It-Yourself) che rappresenterebbe una nuova visione dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, ancora in fase di messa a fuoco. Eliminando l’ufficio come presenza fisica nella vita di molti nuclei familiari, la pandemia potrebbe aver declassato la sfera professionale che prima costituiva il fulcro della loro identità. In effetti, la quota di americani che affermano di voler lavorare oltre i 62 anni è calata a picco da quando la Federal Reserve Bank di New York ha iniziato a porre la domanda, nel 2014. Chiaramente, sottolineano gli esperti, il workaholism non sta scomparendo. Per molti, il lavoro a distanza farà crollare il confine tra lavoro e vita che un tempo era delineato dal pendolarismo quotidiano e in ogni caso bisognerà ridefinire spazi e tempi e sarà necessario capire come ciò avverrà. E con quali risultati.

EUROPA TRA CHIUSURE E SALARI BASSI

Nell’Europa occidentale socialdemocratica, una rete di sicurezza sociale più forte ha portato a una minore interruzione della forza lavoro. Ma tendenze simili a quelle americane sono comunque in gioco: “I dati raccolti dall’Ocse, che raggruppa la maggior parte delle democrazie industriali avanzate, mostrano che nei suoi 38 Paesi membri, circa 20 milioni di persone in meno lavorano rispetto all’epoca pre-Covid”, ha osservato Politico Europe. “Di questi, 14 milioni sono usciti dal mercato del lavoro e sono classificati come soggetti che “non lavorano” e “non cercano lavoro”. Rispetto al 2019, 3 milioni di giovani in più non trovano lavoro, istruzione o formazione”. Un sondaggio diffuso ad agosto ha rilevato che un terzo di tutte le aziende tedesche segnalava una carenza di lavoratori qualificati. Nello stesso mese Detlef Scheele, capo dell’Agenzia federale tedesca per l’occupazione, ha dichiarato al quotidiano Süddeutsche Zeitung che il Paese avrebbe bisogno di importare 400.000 lavoratori qualificati all’anno per compensare le carenze in una serie di settori, dall’assistenza infermieristica alle aziende di tecnologia verde. Le chiusure delle frontiere dell’era della pandemia e l’aumento dei salari nei Paesi dell’Europa centrale e orientale hanno provocato una carenza di lavoratori negli stabilimenti di lavorazione della carne e altri nel comparto dell’ospitalità in Paesi come Germania e Danimarca. “Francamente, questo è un problema di retribuzione”, ha commentato a Politico Andrew Watt, capo dell’unità di economia europea al Macroeconomic Policy Institute presso la Hans Böckler Foundation dei sindacati tedeschi. “I salari dovranno aumentare in questi settori per riportare le persone a lavori duri e sottopagati. Non è una brutta cosa”.

SCENARI DIVERSI IN SUDAMERICA E IN ORIENTE

Ma il fenomeno assume contorni più irregolari, e più cupi, nei Paesi in via di sviluppo. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite, lo scorso anno in America Latina e nei Caraibi, in un’area caratterizzata già da profonde disuguaglianze economiche, 26 milioni di persone – in particolare, molti giovani tra i 18 e i 29 anni – hanno perso il proprio impiego a causa delle chiusure dovute alla pandemia. “Si tratta di lavori generalmente instabili, con salari bassi, senza protezione sociale o diritti”, ha affermato Vinícius Pinheiro, direttore regionale dell’International Labour Organization. Non va meglio nelle diverse economie asiatiche si avvertono altri dolori. La Cina sta assistendo alla propria versione della “Great Resignation“, con una generazione più giovane di lavoratori più disillusi dalle loro prospettive e scoraggiati dai salari relativamente bassi nei centri di produzione che hanno alimentato l’ascesa economica del Paese stesso. Le autorità di Pechino sono alle prese con una crescente carenza di lavoratori qualificati nella sua fondamentale industria tecnologica, una sfida per la leadership cinese mentre cerca di guidare l’economia nazionale verso settori più qualificati. E mentre la domanda globale riprende dopo quasi due anni, nelle fabbriche del Paese si registra carenza di manodopera. Nel vicino Vietnam molti lavoratori migranti che sono partiti per le loro case rurali, quando hanno perso il posto di lavoro a causa dei lockdown, non tornano nelle grandi città. Nei loro villaggi, del resto, molti dei lavoratori poveri dell’Asia si ritrovano con un tetto sopra la testa per cui non devono pagare affitti stellari e cibo agricolo a volontà, recuperando una dimensione di vita più umana, senza più essere sottoposti a condizioni lavorative terribili. È un’altra forma di Resignation, ma il messaggio di fondo resta lo stesso: il cambiamento è ora, non può più essere rimandato. 

L’espressione Great Resignation per indicare il fenomeno in atto nel mercato del lavoro viene attribuita a un docente della Texas A&M University, Anthony Klotz. Lo studioso ha individuato almeno quattro motivi che spingono coloro che possono farlo e possono scegliere a cambiare posto di lavoro o addirittura percorso professionale (ovviamente con riferimento a uno scenario come quello americano e in generale delle società occidentali, come descritto):
1. Le dimissioni “in arretrato”, cioè quelle rimandate nei mesi dell’emergenza sanitaria;
2. L’esaurimento da lavoro, il burnout, che ha interessato soprattutto, ma non solo, i lavoratori che non si sono mai fermati, fra cui medici e infermieri, ma anche gli addetti dei supermercati;
3. L’avversione a ritornare a un lavoro completamente in presenza, in ufficio, dopo aver provato i benefici dello smart working (molte aziende, anche in Italia, stanno testando formule ibride);
4. Le “epifanie da pandemia” che hanno colto molti lavoratori. Tanti, infatti, hanno realizzato improvvisamente che le modalità con cui venivano svolte le loro mansioni non erano più accettabili.

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