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È la crisi del capitalismo?

Una crisi sanitaria e finanziaria, quella causata dalla pandemia del coronavirus. Ma anche una crisi profonda che amplifica le divisioni e differenze sociale, investe tutta la filiera del mondo produttivo, mette in luce il valore dei beni relazionali e modifica la nostra relazione con “il lavoro”. Siamo di fronte a una crisi del capitalismo?

Sul tema ha riflettuto, in modo chiaro, diretto e concreto il Professor Luigino Bruni (Docente di economia la LUMSA di Roma e
Presidente e docente della Scuola di Economia civile), in occasione dell’incontro virtuale organizzato mercoledì 6 maggio dal Comitato dell’Osservatore Democratico di Massagno (Canton Ticino). Il convegno ‘virtuale’ ha inaugurato il ciclo triennale dal titolo “Economia e ambiente, nuovi approcci, nuove pratiche, nuove politiche”

Richiamandosi alla “Lettera Enciclica Laudato si’” di Papa Francesco, documento nel quale il Pontefice riflette su un’economia civile, povertà e ambiente hanno costituito il nucleo iniziale della riflessione di Bruni. Da un lato il confinamento forzato delle fasce più fragili aumenta le disuguaglianze. Tra ricchi e poveri, ovviamente, ma anche tra inclusi e esclusi nella società. Pensiamo alle minoranze linguistiche o, anche, ai figli di immigrati che da settimane non frequentano la scuola e non hanno contatti con la lingua locale. Dall’altro lato l’attenzione alla questione climatica viene romanzata ma le azioni e le politiche ambientali passano in secondo piano: si parla di fiumi che non sono più torbidi e della presenza di meduse nei canali di Venezia. Ma non del fatto che di inquinamento si continua a morire.

C’è di più. Il coronavirus mette in luce crepe profonde nel ‘nostro’ sistema capitalistico e, suggerisce Bruni, ci offre una finestra per riappropriarci del lavoro come amore civile, anonimo e serio: il lavoro come ciò che ci è caro (dal latino “caritas”, carità) ma non ci assoggetta, non ci schiavizza.

Il virus ci porta a riflettere sulla centralità del lavoro ‘umano’ e impone una riflessione sull’annosa dicotomia “corpo-intelletto” e anche sull’aperta discussione che investe la parità di genere. Camionisti, commesse, spazzini e idraulici, tanto per citarne alcuni: senza queste figure professionali, talvolta sbistrattate e spesso definite come ‘umili’, le nostre settimane di lockdown non sarebbero state possibili. È bene prenderne atto. E poi la questione della parità tra uomo e donna: in queste settimane è riemersa l’economia domestica. Nei silenzi delle fabbriche e del mondo del lavoro ‘là fuori’, seminari e riunioni online hanno avuto, come sfondo, ambienti familiari, foto e spaccati di vita privata: sono stati possibili grazie a una riorganizzazione degli aspetti pratici della vita familiare – e, diciamolo, gravando in maggior misura sulle donne che sugli uomini.

Il coronavirus, poi, rallenta il tempo e nella solitudine imposta non possiamo non percepire l’importanza dei beni relazionali oltre a quelli materiali. Non di solo pane vive l’uomo. D’improvviso sentiamo tutti la mancanza della cena con gli amici e anche dei parenti che normalmente vedremmo comunque solo a Pasqua e a Natale. Abbiamo letto le storie di anziani recarsi a fare la spesa più volte al giorno, alla ricerca di latte e farina tanto quanto di ‘rapporti’ e ‘incontri’. Il coronavirus ha evidenziato dunque il nostro bisogno di ‘distanze brevi’ e di contatti veri. Per un po’ siamo stati tutti interessati e intrigati dalle modalità di lavoro a distanze, eppure con il passare del tempo, possiamo dirlo di esserlo ancora?

Usa un’immagine forte e molto evocativa, il professore nel suo discorso: si richiama allo Shabbàt. Nella religione ebraica, nel giorno dello Shabbàt si distoglie l’attenzione dalle questioni mondane e secolari per concentrarsi sugli scopi spirituali della vita. Ecco, il coronavirus ci ha imposto di fermarci. Ci permette di liberarci dalla schiavitù del lavoro e di riappropriarci del valore del nostro tempo.

 

 

 

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