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È stata la mano di Dio

Un appiglio per sfuggire al dolore c’è sempre

di Dario Furlani

Maturo e sincero sono forse gli aggettivi più adatti per descrivere È stata la mano di Dio, ultima fatica di Paolo Sorrentino, presentato questo settembre a Venezia dove ha vinto il Gran premio della giuria e già selezionato per rappresentare l’Italia all’edizione degli Oscar 2022. Il film, dopo un periodo di proiezione limitata nelle sale, è approdato il 15 dicembre su Netflix.

Anche se indubbiamente il piccolo schermo dei nostri televisori e computer non può competere con la maestosità dello schermo cinematografico, si può leggere in questa distribuzione digitale una sottile ironia e un caso del destino. Le caratteristiche autoriali si trasformano assumendo un aspetto più sobrio, quasi ad adattarsi al nuovo formato.

Il regista napoletano è infatti famoso per la propria regia solenne fatta di inquadrature ricercate e movimenti di macchina barocchi, che in sala trovano il loro spazio appropriato. Con È stata la mano di Dio Sorrentino decide invece di mettere in campo una messa in scena pacata, che nonostante non perda il suo tratto indistinguibile, si discosta molto dai propri stilemi. Si raggiunge quindi un compromesso più equilibrato, che perde quegli approcci estremi a volte al limite del pomposo.

Le scelte registiche sono solo uno degli aspetti che riflettono un cambio di rotta radicale nel modo di fare cinema dell’autore. Si volge lo sguardo su una storia personale e biografica, portando lo spettatore in una Napoli di metà anni ’80, con un giovane Maradona appena arrivato nella squadra partenopea.Tra un carosello di personaggi assurdi e teatrini familiari esilaranti è forte la sensazione di entrare nella vita del giovane Sorrentino, che si sofferma su una lunga illustrazione della vita del protagonista Fabietto, alter ego e giovane liceale che vive una vita sostanzialmente spensierata. Il regista riversa nella sceneggiatura innumerevoli elementi della propria vita, che si legano a doppio filo con gli eventi narrati, trasformando il film nella sua opera di gran lunga più personale.

Gran parte dello sviluppo della trama viene dedicato all’affresco ironico dei drammi e problemi familiari, sempre affrontati con relativa leggerezza e senso di unità da parte di tutto il parentado, in una continua sfilata felliniana intorno al personaggio principale.

Una tragedia rompe però l’equilibrio e stravolge tutte le dinamiche presentate. Improvvisamente Fabietto si ritrova senza un punto di appoggio, disperato e senza sapere come gestire la propria situazione.

Si arriva dunque al nocciolo dell’opera: l’affrontare il dolore e tutte le maturazioni che ne derivano. Il regista narra con un’onestà disarmante le paure di un giovane costretto a crescere troppo presto, circondato da persone che a una a una si piegano ai propri fantasmi personali. Con un occhio sempre tenuto su Napoli, sfondo di tutta la vicenda, si affrontano i compromessi emotivi del protagonista.

Da sottolineare l’analisi del rapporto di Sorrentino con il Cinema stesso, che attraverso il personaggio di Antonio Capuano, anch’egli regista napoletano, esplicita le ragioni che l’hanno portato a fare il proprio lavoro, quasi per sfuggire al dolore di una perdita. L’autore coglie inoltre l’occasione per dialogare con il sé stesso del passato, in una scena in cui sembra quasi criticare gli approcci sfarzosi alla regia cinematografica.

È stata la mano di Dio è dunque una pellicola profondamente onesta e personale, che segna un cambiamento decisivo nell’opera di Sorrentino. Un film sincero, per ricordarci che -tra zie pazze, vecchie ed eccentriche baronesse e calciatori miracolosi- un appiglio per sfuggire al dolore c’è sempre, ed è spesso dietro l’angolo.

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