E tutto intorno solo un grande silenzio | Corriere dell'Italianità

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Cultura EVIDENZA

E tutto intorno solo un grande silenzio

Moreno Macchi

LA RECENSIONE di Moreno Macchi

«Calzoncini corti?
Ma è un da un sacco di tempo
che i bambini non li portano più»

Antonio Moresco,
La lucina (romanzo),
Mondadori

Solo. Completamente solo. In un villaggio a mezza montagna abbandonato da tutti. Un villaggio fantasma, fuori dal mondo. Così isolato e sperduto che non è rimasto più nessuno. Tutti partiti. O scomparsi? Emigrati? Morti? Non si sa. E lui è solo. Perdutamente inequivocabilmente solo. In una conca dall’altra parte della valle, proprio in faccia alla sua misera dimora, ogni notte, si accende una lucina. Eppure, non c’è nessun altro segno di vita nemmeno lì. Sarà un lampione stradale rimasto inavvedutamente in funzione che si accende perché programmato da un timer che nessuno ha pensato di disinserire? Sarà una dimora ancora abitata? Ma una sola luce? Non saranno certo presenze aliene! Lui passeggia di notte nell’unica strada. Che scende fino al camposanto. Nel cimitero dei lumicini votivi risplendono fiocamente nella notte. Chi li accende? Acciottolato. Sul cammino incappa in due tassi. Uno più frettoloso (più temerario?) attraversa velocemente la stradina, l’altro si ferma perplesso (impaurito?). Lui fa marcia indietro per vedere se il tasso si decide a raggiungere il compagno sull’altro lato della strada. Ma questo non si muove. Lui risale fino alla curva. Il tasso attraversa rapidamente e scompare tra la vegetazione. Allora lui si dirige verso casa. Va a coricarsi. Ma sente dei rumori strani e secchi. Prima al piano di sotto, poi a quello di sopra. Due sollecite ispezioni non rivelano presenze di intrusi. La finestra, però, sarà chiusa? Sì. E si addormenta.

L’indomani si alza presto. Piccoli riti quotidiani: lavare, stendere, sgranocchiare qualcosa. Poi esce. Tutt’intorno alberi vivi, alberi morti, alberi vivi e morti. Per l’uomo non è possibile essere così. Mezzo vivo e mezzo morto! Per i castagni di quel bosco sì. Vivi e morti contemporaneamente. Tronchi e rami quasi pietrificati e altri rami carichi di foglie. Ma soprattutto: silenzio. Profondissimo silenzio. Ci sarà qualcuno dall’altra parte della valle? Eppure, sembrerebbe proprio impossibile vivere tra tutta quella fitta vegetazione. E allora la lucina? Un giorno esce dalla sua casetta e fa uno strano incontro. In mezzo alla strada che scende verso un altro piccolo centro (forse abitato) un grosso rottweiler gli sbarra la strada. Impaurito e intimidito decide di fare dietro front. Poco dopo sente il passo del cane dietro di sé. Non osa voltarsi. A una curva rallenta e vede che il cane (ma a chi apparterrà? Sarà il cane da guardia di un abitante del villaggio sottostante?) cammina in modo assai strano. Nota allora che ha le gambe tutte storte. No, non storte, sembrano fratturate il più punti. Ma come fa a camminare così? Arriva finalmente a casa. Apre. Il cane si accuccia. Allora lui si allontana di qualche passo lasciando la porta accostata, poi si precipita in casa e spranga l’uscio. Il cane resta immobile. Davanti alla porta chiusa. Come vegliasse sulla dimora. L’indomani mattina non c’è più…

Quando lui si allontana dal suo piccolo universo sperduto e solitario e si reca nei rari paesi semi-abbandonati della valle, incontra altre persone che paiono però più fantomatiche e misteriose presenze che esseri reali e tutte sembrano vivere in ambienti dagli odori pestilenziali; di urina di troppi gatti, di letame, di stallatico, di mancanza di igiene.

Ma chi mai l’accende quella lucina lassù? Il dubbio e la curiosità sono come tarli che rodono il cervello e allora un giorno decide di prendere l’auto e di recarsi dall’altra parte della valle per chiarire il mistero. Le strade asfaltate si trasformano a poco a poco in carreggiate sterrate poi in impervi sentieri difficilmente transitabili, infine in un viottolo impraticabile coll’automobile e che quindi percorre a piedi fino ad arrivar a una casupola che sembra abbandonata e nella quale un bambino sta armeggiando con un mastello e delle lenzuola.
Un bambino coi calzoncini corti.
Completamente solo.

Il testo è redatto alla prima persona e il narratore non ha né un’identità precisa, né un’età, né un nome. Condizione ideale per rafforzare l’inquietante atmosfera del racconto che sembra oscillare tra la fiaba (ma allora una di quelle scritte per impaurire i più piccoli!) e il racconto fantastico. Un po’ come certe novelle del grande Dino Buzzati. E in quell’ossessiva, maniacale, continua, assillante osservazione della lucina lassù, così misteriosa e distante, dall’altra parte della valle, su quella lontana montagna deserta, in quell’altro mondo forse diverso, forse migliore o forse inesistente, ci sembra di percepire una debole eco del tenace e instancabile scrutare l’orizzonte al Nord dagli spalti giallastri della Fortezza Bastiani del tenente Giovanni Drogo ne Il deserto dei Tartari quando, ormai curvo sotto il peso degli anni e delle perdute illusioni ma sostenuto dalla sua immarcescibile e tenace speranza, agogna ancora di veder finalmente giungere il tanto atteso attacco militare.

La sospensione cronotopica (senza indicazioni di luogo e di tempo, ndr) che caratterizza questo breve romanzo (come del resto quello buzzatiano), sprigiona un effetto di straniamento e crea un impalpabile alone di inverosimiglianza favolosa, a maggior ragione perché all’interno di questo mondo narrativo ridotto all’essenziale e stranamente sospeso, la vicenda stessa del protagonista si svolge come una storia del tutto verosimile.
Un piccolo gioiello!

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