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Elezioni Emilia-Romagna: nell’ex roccaforte rossa vince il verde di Bonaccini

Alla fine, la Linea del Piave – come l’aveva battezzata il presidente uscente Stefano Bonaccini – ha retto.

Le elezioni in Emilia-Romagna hanno riconfermato il centrosinistra, seppur con percentuali di scarto tra le coalizioni molto sottili (47,3 contro 45,3) – di quanto si potesse ragionevolmente pensare in una Regione che non ha mai conosciuto l’alternanza dal 1970.

Eppure, la vittoria di Stefano Bonaccini è stata schiacciante, molto più di quanto non inducano a credere i dati sul risultato delle rispettive liste.

Lo scarto tra i due candidati presidenti si è attestato infatti attorno agli otto punti percentuali (51 a 43), merito del voto disgiunto che in Emilia-Romagna ha largamente premiato il governatore uscente.

E allora una prima analisi la si può anche azzardare: chi ha cercato di “nazionalizzare” le elezioni regionali ha perso. Ha invece vinto chi ha puntato sulla competenza e sullo storico dell’attività del presidente uscente, anche a costo di mettere in secondo piano il partito che lo rappresentava.

Ha vinto il Pd che con il 31,7% ha superato di pochissimo la Lega (31,5%). Ma ha vinto soprattutto Bonaccini con il suo verde senza simboli di partito sui manifesti.

Eppure l’effetto trainante della sua vittoria – c’è da scommetterlo – avrà riflessi positivi anche per il partito di Nicola Zingaretti. Il quale, meno di due ore dopo la chiusura dei seggi, dichiarava, come riporta il Corsera: “Oggi Matteo Salvini ha perso le elezioni. Un immenso grazie al movimento delle Sardine: è evidente che la crescita dei partecipanti al voto è figlia della scossa democratica positiva che le sardine hanno portato, rispondendo ad una destra estremista che porta avanti la cultura dell’odio”.

Odio e gentilezza a parte, la vittoria del centrosinistra riproporrà con forza il tema dell’alternanza bipolare sul fronte nazionale, compiutasi la parabola storica del terzo polo: il Movimento 5Stelle, addirittura sotto il 5% come da stime più pessimistiche (alle Politiche del 2018 in Emilia collezionava qualcosa come il 27,5%), è la rappresentazione plastica della fine dell’anti-politica, o meglio dell’evidenza che il populismo funziona bene fintantoché si sta all’opposizione. Ma poi, una volta al Governo, o la marcia cambia, o si rischia di rimanere in panne. Gli elettori dei 5Stelle non hanno perdonato al Movimento l’alleanza con il Pd, ma alla fine poi hanno votato Pd. Tanto quanto, mesi prima, vista la progressiva cannibalizzazione di consensi da parte della Lega, hanno poi preferito la Lega. Lega che, se nella coalizione di centro-destra continua a fare la voce grossa (31,5%), si ritrova meno soddisfatta degli alleati di Fratelli d’Italia, passati dall’1,92% delle scorse regionali al 9,8% attuale, mentre l’alternativa liberale di Forza Italia – sempre alle prese con la difficile transizione del post-Berlusconi – prosegue in un declino che sembra inarrestabile, attestandosi al 2,5%.

Un’ultima considerazione riguardo la sinistra radicale. Tra Potere al Popolo, L’altra Emilia e il Partito Comunista, il fronte a sinistra del Pd non colleziona nemmeno il 2%. Tanto basterebbe a suggerire che nell’ex roccaforte rossa, stavolta ha vinto il verde. Solo che non era quello di Salvini.

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Pier Paolo Tassi

33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrive ... Vedi profilo completo

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