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Emergenza climatica: le parole per dirlo

Il riscaldamento climatico e la conseguente emergenza ambientale sono dati di fatto quasi universalmente condivisi dalla comunità scientifica e da buona parte dell’opinione pubblica di tutto il mondo.

Tuttavia, neanche negli ultimi anni, nonostante qualche segnale positivo, si è realizzata una mobilitazione adeguata alla gravità del fenomeno tale da indurre i singoli stati e le organizzazioni internazionali a reagire con la necessaria risolutezza. Ora che stiamo tentando di uscire dalla fase più acuta della bufera del coronavirus, l’emergenza ambientale tornerà a essere il problema centrale per tutta l’umanità, per nulla estraneo oltretutto alle cause profonde della diffusione del virus.

La responsabilità dell’insufficiente mobilitazione per gestire la questione climatica va probabilmente attribuita, in parte, a una comunicazione poco coinvolgente.

Recentemente l’IPCC, il comitato scientifico dell’ONU per lo studio del riscaldamento globale, ha preso coscienza della difficoltà di far recepire al comune cittadino le tematiche legate al clima come aspetto fondamentale e concreto della propria vita di tutti i giorni. Questa esigenza si è tradotta nella redazione, da parte di un apposito gruppo di lavoro, di un prontuario che fissa le linee guida alle quali i vari esperti del Comitato dovrebbero attenersi nel divulgare in modo accessibile, ma rigorosamente scientifico e persuasivo, i risultati dei loro complessi studi.

Prima di tutto è indispensabile che lo scienziato riesca a comunicare “il volto umano che sta dietro la scienza”, a partire dalle motivazioni personali che l’hanno indotto a questa particolare scelta di vita e di ricerca.

Le informazioni specifiche andranno poi presentate al grande pubblico in forma narrativa adatta ad enunciare il problema, mostrandone le conseguenze ma individuando anche possibili vie di uscita.

Quest’ultimo aspetto risulta importante per non indurre nell’ascoltatore un senso di impotenza di fronte a problemi complessi e rispetto ai quali l’impegno personale può apparire del tutto inutile.

Il rapporto fra sforzo individuale e azione collettiva risulta centrale in una mobilitazione sui temi ambientali.

Il rapporto fra sforzo individuale e azione collettiva risulta centrale in una mobilitazione sui temi ambientali: ognuno di noi deve essere consapevole che l’impegno individuale è necessario anche se non sufficiente per agire in modo incisivo.

Sarà inoltre importante, sempre in tema di concretezza, far riferimento a eventi climatici estremi in cui risulti evidente e, per quanto possibile, dimostrabile, l’influenza del riscaldamento globale.

La comprensione di questo legame è fondamentale perché spesso, anche chi è sensibile alle tematiche ambientali tende a raffigurare l’esito della crisi climatica come un unico evento traumatico, collocato in un luogo e in uno spazio indefiniti, anziché come un lento processo già in atto, di cui bisogna cogliere i segni negli eventi che avvengono sotto i nostri occhi.

Al tempo stesso la comunicazione dovrà sollecitare una riflessione su come tentare di agire in modo che eventi analoghi non rischino di ripetersi in modo altrettanto violento, anche nel luogo dove vive ciascuno di noi.

Greta Thunberg offre un chiaro esempio di una comunicazione che si muove nella direzione auspicata dall’IPCC. All’inizio, con la sua protesta solitaria e silenziosa, ha dimostrato un’intima convinzione nelle sue idee, facendo anche del proprio corpo un elemento attivo della protesta. Inoltre, ha saputo indicare ai suoi coetanei di tutto il mondo che il futuro in gioco non è una lontana astrazione ma proprio il futuro di ognuno di loro, la loro esistenza nei prossimi decenni.

Il linguaggio ricco di metafore appropriate da lei utilizzato, come quella della casa in fiamme per indicare il riscaldamento globale, è in grado di trasmettere, come sottolinea lo psicologo John Antonakis, messaggi simbolici di straordinaria vivacità e concretezza. Se le sue analisi della situazione attuale, peraltro basate su precisi dati scientifici, possono generare panico, la sua stessa giovinezza e l’indicazione di precisi obiettivi, creano speranza e inducono all’azione.

Papa Francesco offre un esempio di comunicazione emotivamente coinvolgente.

L’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco ha naturalmente un grande valoro religioso ma costituisce anche una tappa fondamentale nella riflessione sulla crisi climatica nelle sue varie implicazioni.

I contenuti essenziali dell’enciclica, già di per sé notevoli anche sul piano divulgativo, sono stati più volte ripresi e sintetizzati in modo efficace. Il 27 marzo scorso, ad esempio, Francesco, nel suggestivo e già di per sé evocativo scenario di una Piazza San Pietro drammaticamente vuota, ha rivolto ai fedeli e agli uomini di buona volontà di tutto il mondo la sua benedizione Urbi et Orbi, pronunciando, fra l’altro, le seguenti parole (…)”non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sani in un mondo malato”.

In queste parole non solo è espressa la necessità che il contrasto ai cambiamenti climatici sia al tempo stesso lotta per la giustizia sociale, ma appare anche evidente il legame fra crisi ambientale ed emergenza coronavirus.

Questi esempi così diversi fra loro hanno in comune il fatto evidente che una comunicazione corretta e motivante deve muovere da solide basi scientifiche ma implica anche da parte di chi comunica una profonda convinzione e una grande capacità empatica nei confronti dell’interlocutore. Le più raffinate tecniche comunicative non producono nessun effetto se non muovono da questa componente emotiva, frutto di una profonda convinzione interiore.

 

 

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