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Esiste davvero il progresso?

Le “magnifiche sorti e progressive” di Leopardi, evocate nel Satyricon Minimum #5, ripropongono la consueta domanda: esiste davvero il progresso? È una realtà nella dimensione lineare del tempo, oppure un’illusione umana nella dimensione del tempo circolare? Sì, perché la comune nozione di progresso, come miglioramento graduale da una condizione di partenza ad altre successive via via migliori, è legata a quella del tempo.

“Il tempo ha i suoi tempi”, titolo di una satira di Crozza/Rovelli dimostra come l’argomento non sia più rinchiuso tra gli accoliti della fisica quantistica, ma sia anche diventato motivo d’intrattenimento. E quando all’amico Roberto Scaramella, astrofisico dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, chiedo: “Ma secondo te il tempo va all’infinito, finisce o torna indietro?”, lui mi guarda con indulgenza, come Carlo Rovelli potrebbe guardare il mago Otelma.

Al di là della canzonatura, la domanda se la sono posta filosofi e scienziati, fin dalla notte dei tempi. Non è questo il luogo per snocciolare tutte le varie teorie al riguardo, ma ovviamente di questi tempi la difficoltà “dell’umana gente” nell’affrontare la grave pandemia richiede un’accelerazione della ricerca di un vaccino. È vero, il tempo è relativo, ma ora sembra lunghissimo, e lentissimi i progressi per una soluzione.

Se poco influisce su di noi il fatto che il tempo, misurato sulla veranda della trattoria preferita di Montalbano, Enzo a mare a Punta Secca, sia diverso da quello sulla terrazza del Crystal sul Jungfraujoch, è evidente che il progresso della biologia può grandemente influire sulla possibilità che l’estate prossima ci si possa recare a pranzo in buona salute e che i due ristoratori possano continuare il loro lavoro.

La biologa Barbara Gallavotti qualche giorno fa raccontava sul canale televisivo italiano La7 che alcuni studiosi del MIT di Boston hanno scoperto che il suono prodotto dalla tosse di un asintomatico è diverso da quello di una persona non infettata. La differenza, non avvertibile a orecchio, potrebbe essere invece percepita ed elaborata da un computer e così produrre una APP che, installata sui nostri smartphone, ci consentirebbe di stabilire se siamo contagiati o meno. Questo sarebbe un segno tangibile (come Immuni?) di umano progresso, concetto che nell’età moderna ha posto le sua fondamenta ideologiche e filosofiche nell’Illuminismo del Settecento e nei suoi prodromi seicenteschi.

Leopardi ebbe un atteggiamento apparentemente contraddittorio verso la filosofia dei lumi e la sua fede nel progresso. Pur essendo insieme al sensismo e all’empirismo, fondamentale per la sua formazione, egli tuttavia la reinterpreta in modo così radicale fino quasi a capovolgerla, concependo una sorta di progresso a ritroso. Il che equivaleva a negarlo. 

Sebbene riconoscesse che il “progresso dei lumi e dello spirito filosofico e ragionatore che accresce i lumi e calma le passioni” (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, 1824) avesse ai suoi tempi favorito la tolleranza fra le nazioni, Leopardi concepì sempre la storia del mondo come un continuo decadere: dalla perfezione originaria dei secoli omerici, attraverso la decadenza di Roma e l’orrore del Medioevo, fino al Rinascimento, ultimo tentativo di restaurare la civiltà degli antichi e di rifondare un mondo delle illusioni. Poi la scienza di Galileo e di Newton relegò questo sogno nel freddo lume della filosofia settecentesca. 

L’apparir del vero”, ha distrutto per sempre le illusioni, svelando la necessaria infelicità dell’uomo e il tragico destino del mondo.

Per Leopardi dunque, il progresso coincide con la progressiva corruzione dello stato naturale dell’uomo. Era questa la preliminare constatazione di Rousseau che portava alla necessità di un nuovo contratto sociale. Negli stessi anni leopardiani, Schopenhauer proponeva la visione del mondo dominato da una oscura indifferente Volontà cosmica (der Wille) che tutto travolge e tutti annienta. Leopardi si domanda se in realtà il progresso non solo fosse “inutile per gli uomini, ma addirittura dannoso” (Zib. 3973-5). In un pensiero del 1828 sosteneva che “col perfezionamento della società, col progresso dell’incivilimento le masse guadagnano, ma l’individualità perde: perde di forza, di valore, di perfezione, e quindi di felicità: e questo è  il caso de’ moderni considerati rispetto agli antichi […]. Or dunque il perfezionamento dell’uomo è quello de’ cappuccini, la via della penitenza” (Zib. 4368). In una pagina del 1829, egli giunge a dubitare “non solo della ragione, ma anche del sapere, della dottrina, della erudizione, delle cognizioni umane […] se facciano progressi reali,  perché nel progresso della ragione ciò che si guadagna da una parte, lo si perda da un’altra (Zib.4507). Il che equivale a pensare che non si va né avanti né indietro, e dunque il progresso è illusorio e il tempo con lui.

Leopardi non avrebbe mai immaginato che molti traguardi del progresso umano avrebbero invece creato danni tali alla Natura da pensare di emigrare in altri mondi. 

Quanti gravi errori ha commesso la scienza? Per rimanere nel campo della medicina, basti vedere come il salasso fosse considerato una panacea per gran parte delle malattie. O come sia stata osteggiata dal mondo accademico l’intuizione del medico ungherese Ignác Semmelweis che riteneva necessario disinfettarsi le mani per far diminuire drasticamente le morti per febbre puerperale. Semmelweis fu licenziato dall’ospedale di Vienna e cadde in una depressione che lo portò in manicomio. Ma l’imbecillità umana non fu sufficiente. Ci si mise anche il destino che nel 1865 lo portò a morire di setticemia mentre era sottoposto ad un intervento chirurgico. Un anno prima Pasteur aveva dimostrato che aveva ragione.

In questi tempi difficili, un po’ tutti siamo portati a ritrovare nel passato qualcosa che poteva essere per noi un avvertimento e non solo per gli scienziati che spesso sono inascoltati, ma per tutti noi semplici fruitori di cultura pop.

In linea con lo spirito crossover di questo spazio, ricordiamo il film Andromeda diretto nel 1971 da Robert Wise, tratto da un romanzo di Michael Crichton del 1969, dove alcuni scienziati indagano su un virus sconosciuto di origine extraterrestre che semina morte in un villaggio del New Messico. Oppure L’Esercito delle 12 scimmie, girato nel 1995 da Terry Gilliam, dove si immagina che nel 2035 la popolazione venga decimata da un virus e costretta a vivere sottoterra. Si decide così di inviare indietro nel tempo il detenuto Cole (Bruce Willis) con la speranza di trovare un vaccino. Arrivato nel 1995 viene rinchiuso in manicomio dove incontra Jeffrey (Brad Pitt) che, a proposto di questi microrganismi, dice: “Nel XVIII secolo non esistevano! Nessuno aveva nemmeno immaginato una cosa simile – nessuno sano di mente, almeno. Poi arriva questo dottore… Semmelweis, mi pare, che cerca di convincere la gente… […] che esistono queste piccole ‘cose cattive’ invisibili che possono entrare nel tuo corpo e ti fanno ammalare!”. In realtà, rivela Jeffrey, “i germi non esistono, sono soltanto un’invenzione creata apposta per vendere disinfettanti e saponi”.

Nel 2011, ispirandosi all’epidemia di SARS del 2002-2004 e alla pandemia influenzale del 2009-2010, il film Contagion di Steven Soderberg dipingeva lo scenario apocalittico generato dalla diffusione pandemica di un virus letale con le drammatiche conseguenze di ordine sociale. Anche qui, come per l’ebola, i colpevoli sono i pipistrelli che, costretti a vivere vicino all’uomo a causa della progressiva distruzione del loro ambiente naturale, hanno permesso il salto di specie.

Tutto questo non induce all’ottimismo, tanto che, in omaggio a un grande della recente cultura italiana come Gigi Proietti appena scomparso, converrebbe fare nostra la morale della famosa barzelletta del Cavaliere Nero, e convincerci che alla Natura nu je devi… rompere le scatole!

Al di là della scienza e dei progressi tecnologici che ci consentono una vita più confortevole, lunga e in salute, c’è da chiedersi se davvero ci sia un progresso reale e con reali prospettive, senza realisticamente pensare che, se andasse male, potremmo andare a vivere su Marte (e magari far danni anche lì).

Per il momento conviene consolarci sperando, come gli antichi, in un andamento circolare del tempo. Ma senza gli stessi errori.

L’universo si espanderà – dice K-Pax al dottor Lowel nell’omonimo film del 2001 – poi tornerà a collassare su se stesso e poi si espanderà di nuovo, ripetendo questo processo all’infinito… quando l’universo si espanderà di nuovo, tutto quanto sarà come adesso. Qualunque errore commetterai in questa vita, lo ripeterai nel tuo prossimo passaggio. Ogni errore che commetterai sopravvivrà ancora e ancora, per sempre. Quindi il consiglio che ti do è di fare le scelte giuste questa volta, perché questa volta è tutto ciò che hai”. Insomma… Ancora una volta Kant ci aveva visto giusto: è una questione di etica e moralità. 

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