Essere donna, empowerment oltre i confini geografici | Corriere dell'Italianità

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Società

Essere donna, empowerment oltre i confini geografici

di Clara Cappelletti – NINA AP

Sono una donna. Ho trent’anni. Vivo sola in un appartamento in affitto che mi posso permettere a fatica. Lavoro, troppo. Mangio, quando ho tempo. Scrivo ottimamente discorsi per gli altri, di cui gli altri si prendono assoluto merito. Uomini, soprattutto. Io, lavoro. Stato civile: nubile, dice la mia carta d’identità. Dipende dai giorni, dico io ironizzando quando qualcuno mi chiede se sono fidanzata. Me lo chiedono tanti, troppi, tutti, sempre. Ecco perché non amo le cene di famiglia e incontrare per strada conoscenze di vecchia data. Devo sempre giustificarmi del perché viva sola con un gatto. Caspita, hai trent’anni. Sei così carina, possibile che non trovi nessuno? L’orologio biologico esiste davvero sai?
(Maria, trent’anni, italiana)

Sono una donna. Ho trent’anni. Vivo con i miei tre figli e mio marito in una casina di due stanze, un po’ piccola ma accogliente. Lavoro, troppo. Mangio, mentre lavoro. Mi alzo la mattina prima che sorga il sole e vado al campo, dove mi aspetta il raccolto del giorno. Prendo l’autobus e vado al mercato in città, il raccolto sulle spalle e il mio bimbo più piccolo legato al petto. Gli altri due figli rimangono nella nostra comunità, vanno a scuola e aiutano i nonni nel lavoro nei campi. Mio marito fa il fabbro in città, ma l’attività non è molto redditizia. Ogni giorno ringrazio Dio della mia terra, dei miei campi, del cibo con cui posso nutrire i miei figli. Mi chiamano cholita, per i miei abiti e i loro colori accesi. Per qualcuno, è quasi un insulto. Io a queste cose non ho tempo di pensare.
(Maria, trent’anni, ecuadoriana)

Le vite di Maria e Maria, per quanto apparentemente diametralmente opposte, sono entrambe perfettamente delineate. In qualche modo, anche allineate. A cambiarne e offuscarne i contorni sono piuttosto i punti di vista da cui le due vite vengono guardate. I punti di vista stessi di Maria e Maria, talvolta, offuscano le loro vite perfettamente delineate. 

Maria e Maria sono forti. Loro non sempre lo sanno. Gli altri, quasi mai se ne accorgono.
Maria e Maria sono determinate. Sanno dove vogliono arrivare. Solo, non hanno il tempo di pensarci.
Maria e Maria hanno delle responsabilità. Loro e gli altri, troppo spesso, vedono le responsabilità come un peso che schiaccia. Qualcuno ogni tanto fa loro notare che delle proprie responsabilità si può essere orgogliosi e fieri.
Di Maria e Maria spesso non si parla, perché di vite spettacolari è pieno il mondo, e le vite normali passano quasi sempre dalla porta sul retro. Eppure di Maria e Maria è ancora più pieno il mondo, e nel loro vivere normalmente – termine che assume significati diversi a seconda dell’appezzamento di Terra su cui si sta, a seconda dell’epoca in cui si è – Maria e Maria hanno un unico vizio comune, nonostante l’oceano in mezzo e la longitudine diversa: la mancanza di autoaffermazione.

Perché Maria, anche se ha una vita normale fatta di cose normali, dovrebbe urlare sì, sono sola, ho trent’anni, sono sola e sto bene, perché dopo essermi persa e cercata per una vita nelle relazioni con gli altri, ho provato faticosamente a trovarmi senza salvagenti e ci sto riuscendo nella fatica delle mie emozioni, a trovarmi e crederci, che valgo qualcosa, crederci che io sono io, sono una donna, e lo sono a prescindere da un compagno, e lo sono a prescindere da dei figli, io sono io, e non è il medico a prescrivermi un parto, una strada, una carriera, una direzione: io sono io, e la direzione la scopro, la scelgo, la cambio da sola, anche se sono carina, anche se l’orologio biologico, anche se…

Perché Maria, anche se ha una vita normale fatta di cose normali, dovrebbe urlare sì, sono stanca morta, ho trent’anni e sono stanca morta, odoro di chicha e sono ingobbita dal peso del raccolto, perché ho dei bimbi che amo più della mia stessa vita e che voglio nutrire e far studiare a costo di spaccarmi la schiena, ma io sono io, sono una donna, e lo sono a prescindere dai vestiti sporchi di terra e dalle rughe tracciate dal sole, e questa è la mia vita, e anche se è una vita di fatiche, anche se ho trent’anni ma a volte mi guardo allo specchio e mi sembra di averne almeno dieci in più, questa è la mia vita, io sono una cholitas e sono fiera di me, delle mie radici, anche se…

NINA APS nasce per questo. Perché Maria e Maria abbiano voce. Perché Maria e Maria imparino a urlare la forza che sono, la Vita che sono, in un mondo che troppo poco spesso trova un microfono per amplificare la loro voce. NINA APS nasce per l’autoaffermazione delle donne come Maria e Maria, per accompagnare loro in un percorso di coscientizzazione e consapevolezza, affinché Maria e Maria si accorgano che le loro vite, nei loro infiniti drammi, nelle loro continue fatiche, nel loro ripetersi di errori e fallimenti, possono essere dei perfetti capolavori. Anzi, forse, in qualche modo lo sono già: basta guardarle da un’altra prospettiva.

 

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