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Evasione fiscale: la vicenda UBS per l’Italia e l’amnistia fiscale in Svizzera

Dal 2015, ovvero da quando il Trattato contro le doppie imposizioni è stato modificato i rapporti tra la Svizzera e l’Italia si sono intensificati: dal lato italiano la Voluntary Disclosure per agevolare il rientro dei capitali detenuti in Svizzera da parte dei residenti nel bel Paese e dal lato elvetico con il ricorso all’amnistia fiscale per i residenti in Svizzera con patrimonio in Italia.
Inutile dire che le misure da tempo esistenti sono state attivate con l’accelleratore da quando le amministrazioni dei due Paesi ricorrono allo scambio di informazioni. Misura valida per quanto riguarda il danaro.
Negli ultimi 3 anni la Svizzera ha incassato diversi milioni di franchi dalle autodenuncie degli Italiani qui residenti e non è un caso: la rigida divisione tra legge federale, cantonale e comunale rende estremamente rischioso decidere di non dichiarare al fisco svizzero i beni posseduti all’estero.
Se si pensa che la popolazione ammonta a poco più di 8 milioni divisi in 26 cantoni, è evidente che le possibilità di sfuggire ad un controllo sono basse. Tanto più che dal 2015 è stato anche modificato il codice penale con l’introduzione del reato di truffa applicabile a quanti, destinatari di aiuti sociali, hanno dichiarato di non possedere nulla all’estero.
Sul versante italiano, il meccanismo della Voluntary Disclosure o ravvedimento operoso non ha dato i frutti sperati. Con la prima edizione della Voluntary Disclosure, chiusa il 30 novembre 2015, erano emersi circa 60 miliardi di euro, consentendo all’Agenza delle Entrate di registrare 5 miliardi di incasso fra imposte, sanzioni e interessi. La Voluntary Disclosure 2 (secondo fonti non ufficiali) è riuscita a estrarre solo 1 miliardo di masse emerse.
Tuttavia, grazie ad un quadro normativo stringente (la legge sulla stabile organizzazione, Il Dlgs 60/2018 sull’accesso da parte delle autorità fiscali ai dati e alle informazioni in materia di antiriciclaggio nell’ambito della cooperazione amministrativa) è stato possibile ottenere un risultato più sostanzioso. In particolare, la Sezione contrasto illeciti internazionali di Milano dell’Agenzia delle Entrate e la Procura di Milano, hanno condotto un’indagine sulle istanze di adesione alla procedura di collaborazione volontaria presentate dai contribuenti che hanno dichiarato il possesso di attività finanziarie detenute all’estero presso istituti di credito non residenti.
A ciò si sono aggiunte le segnalazioni di operazioni sospette ai fini antiriciclaggio e i relativi approfondimenti legati sempre alla Voluntary Disclosure girate dall’Uif (l’Unità di informazione finanziaria) alla procura della Repubblica per le sue valutazioni. Dalle indagini è emerso che in alcuni casi il personale dipendente di banche svizzere (al momento UBS ha patteggiato ma altre indagini su altri istituti bancari sono in corso) si recavano presso gli uffici, abitazioni personali dei clienti e luoghi di ritrovo per offrire consulenza. Il fine era l’investimento di capitali in banche straniere. Naturalmente i prodotti offerti includevano anche la “pianificazione finanziaria” attraverso la creazione di trust, fondazioni, società anonime, create con l’obiettivo di nascondere capitali detenuti all’estero, mantenendo l’anonimato in caso di un’eventuale richiesta di scambio di informazioni fiscali, minimizzare la pressione fiscale e sottrarsi all’euroritenuta, cioè alla tassazione sugli interessi maturati sui depositi di capitali detenuti in Svizzera.
Alla luce di queste evidenze penalmente perseguibili, il colosso svizzero ha patteggiato per 111 milioni e più di altre 200 banche sono nella lista degli investigatori. Il confronto tra i due Paesi è esemplificativo di un approccio differente ad illeciti simili: in Svizzera il sistema dell’autodenuncia ha fatto incassare all’amministrazione elvetica diverse decine di milioni da parte di privati cittadini che mediamente hanno pagato per immobili (seppur indirettamente) e denaro; in Italia, l’azione per il recupero delle imposte su beni detenuti all’estero da residenti italiani, ha richiesto il lavoro congiunto di una super procura e di un Nucleo speciale della Guardia di Finanza.
D’altro canto, si parla di colossi bancari che ora stanno regolarizzando la loro posizione in tutta Europa (UBS e medesima vicenda giudiziaria in Francia) pena l’impossibilità di operare sul mercato europeo.

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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