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Evitata la Brexit svizzera, resta aperta la questione Ticino

Il risultato è stato inequivocabile. Il 61,7% delle svizzere e degli svizzeri ha detto No all’iniziativa dell’UDC volta all’abolizione della libera circolazione. Parimenti, la Brexit svizzera è stata rigettata da quasi tutti i cantoni, ad eccezione di Svitto, dove ha registrato il favore del 53,4%; di quello di Glarona, dove è passata con il 50,5%; dell’Appenzello Interno, dove il 54,3% ha votato a favore nonostante sia il cantone offshore dell’autonoleggio e, quindi, della libera circolazione automobilistica. Infine, come prevedibile, il Ticino ha accolto favorevolmente l’iniziativa con il 53,1% dei voti. È ancora presto per comprendere, in profondità, l’andamento ed i flussi elettorali, ma indubbiamente la questione in questa parte della Svizzera italiana deve farci riflettere a lungo.

È evidente che la narrazione secondo la quale il voto ticinese, parimenti a quanto accaduto nel 2014, si sia indirizzato verso una chiusura delle relazioni con l’Unione europea a causa frontalieri da sola non regge più. Infatti, tutte le altre realtà che quotidianamente sono attraversate da percentuali di frontalieri, in alcuni casi ben più alte, hanno respinto nettamente l’iniziativa, nessuna esclusa (Basilea città, 74,6%; Sciaffusa, 56,6%; Turgovia, 55,7%; San Gallo, 56,7%; Grigioni, 59,1%; Vallese, 62,1%; Ginevra 69%; Vaud, 70,9%; Neuchâtel, 71,1%). Con questi risultati, le possibili ragioni vanno evidentemente ricercate altrove.

La prima è indubbiamente di natura economica e le motivazioni arrivano da lontano: da un lato, il Ticino non è riuscito a tenere il passo della ridefinizione del sistema economico, mutata in maniera profonda e radicale tra la fine degli anni Settanta e gli inizi del decennio successivo; dall’altro, il Cantone ha subito, nell’ultimo decennio, la cancellazione del suo ruolo di “deposito a cassetta” dei capitali italiani. Se questi due elementi da soli giustificherebbero, in parte, un orientamento, tuttavia non sono sufficienti.

La collocazione geografica è la seconda motivazione alla base di una simile espressione del voto. Il Ticino è la parte Sud della Confederazione o la periferia dell’area vasta dell’unica metropoli europea italiana, Milano? Quanto questo territorio della Svizzera ha risentito della mutazione della sua frontiera? È innegabile che, almeno da due decenni, la convenienza competitiva quotidiana della frontiera si sia trasferita oltreconfine. Lo shopping, la spesa alimentare, le sigarette e tanto altro ancora, nonostante l’iva sia più alta in Italia, sono più convenienti nel Belpaese. Questo fattore ha prodotto malessere, nonché difficoltà immediate e quotidianamente tangibili. Infatti, sarà per un caso, per l’alta presenza di pensionati della svizzera tedesca o per il semplice fatto che rappresentano ancora luoghi del turismo, ma Ascona e Locarno hanno respinto l’iniziativa, mentre al contrario Bellinzona, Lugano e Chiasso l’hanno accolta.

Infine, un terzo fattore, probabilmente il più importante, il meno visibile, ma allo stesso tempo il più profondo, è quello culturale. Questo elemento ci riporta alla collocazione geografica, connessa all’imprinting (apprendimento e/o substrato) culturale, che inevitabilmente, per vicinanza e per abitudini, ha risentito degli ultimi 40 anni di storia politica oltreconfine. La narrazione “prima i nostri” è figlia della stagione Schwarzenbach, ma allo stesso tempo si è unita naturalmente alla narrazione della Lega Nord. Le parole chiave, il modo di pensare e vedere il mondo, inevitabilmente, hanno fatto il resto. 

Come ci ha insegnato il COVID-19, le frontiere servono a ben poco e, come ci insegna la storia, esiste sempre qualcuno che vive più a Sud o più a Nord di noi.

L’aver cavalcato senza remore, e a tratti in maniera irresponsabile, la paura dell’altro, identificando questo “altro” come l’unico responsabile del malessere e dell’insicurezza in cui vivono molti cittadini, ha nascosto sotto il tappeto l’inadeguatezza delle classi dirigenti di un dato territorio e allo stesso tempo ha distolto l’attenzione dalla condizione economica strutturale e dal ruolo che il prossimo futuro riserverà, salvo inversioni di tendenza, a questo territorio.

Sembra un paradosso della Storia. Il Ticino divenne una regione centrale dell’Europa alla fine dell’Ottocento, grazie ai trafori e al loro ruolo di connettori, di luoghi di collegamento nel cuore del continente. Oggi, i nuovi trafori, se non interpretati correttamente, se non integrati a pieno nel tessuto socioeconomico di questi luoghi, rischiano di trasformali, in maniera definitiva, in luoghi di mero e semplice attraversamento e transito.

In definitiva, più che alimentare le paure, occorrerebbe analizzare gli ultimi 40 anni di storia del Ticino, al fine di aiutarlo a trovare una nuova dimensione, facendolo uscire dalla sua atavica condizione del “non più e non ancora”.

Fonte: swissinfo.ch

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Toni Ricciardi

Storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra. Codirettore della collana  «Gegenwart und Geschichte-Présent et Histoire»  (Seismo), è tra i coautori del Rapporto italiani nel  mondo della Fo ... Vedi profilo completo

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