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Forti e fragili, deboli mai

La corsa per la parità

di Cristina Penco

Sesso debole a chi? Che sia arrivato il momento di cambiare certi preconcetti e ribaltare credenze ataviche e cristallizzate sul genere femminile, nei primi anni Venti del Terzo Millennio, lo afferma, adesso, anche un medico e ricercatore di fama mondiale. Il professionista in questione si chiama Sharon Moalem, classe 1977, canadese naturalizzato americano, ed è specializzato in neurogenetica e biotecnologie. Il suo lavoro ha portato alla scoperta di due malattie genetiche rare e di un antibiotico usato per trattare le infezioni da superbatteri. I suoi libri sono stati tradotti in più di trentacinque lingue. Di recente è uscito l’ultimo volume di Moalem, La metà migliore. La scienza che spiega la superiorità genetica delle donne (Utet, traduzione di Eleonora Gallitelli).
Prima di addentrarci nell’analisi del testo, diamo uno sguardo all’attuale situazione politica in Europa, che ha eletto una donna, Ursula Von der Leyen, alla guida della Commissione Ue. Nel Vecchio Continente, relativamente alla leadership rosa, sul podio ci sono i Paesi del Nord: Norvegia, Finlandia, Islanda, Danimarca, Lituania e Germania. A inizio 2021, in Estonia, ha prestato giuramento Kaja Kallas, che è diventata la prima donna premier a guidare un governo nel suo Paese, a sua volta il primo e il solo al mondo ad avere due donne nelle due principali posizioni di capo dello Stato e capo del governo (l’altra è il presidente del Paese baltico dal 2016, Kersti Kaljulaid). I tedeschi si sentono già persi al pensiero che quest’anno sarà l’ultimo di cancellierato per Angela Merkel, in carica dal 2006 e più volte inserita da Forbes nella lista delle “100 women” più potenti del pianeta.

Samantha Cristoforetti

Se poi pensiamo alla monarchia inglese, Elisabetta II è la regina più longeva del Regno Unito – ha superato persino la sua gloriosa trisavola Vittoria – e, sempre per durata sul trono, è quarta nella storia. Lo scorso novembre, con la vittoria di Joe Biden alle presidenziali americane, Kamala Harris ha segnato ben due primati col fiocco rosa, dal momento che è stata la prima donna, e, più nello specifico, la prima donna afroamericana, a diventare vicepresidente degli Stati Uniti. E ancora. La fisica Fabiola Gianotti è la prima donna in assoluto a dirigere il Cern di Ginevra, che guida dal 2016. Nel 2019 il suo mandato è stato rinnovato: un fatto mai successo in precedenza presso il centro di ricerca. La bernese di origini congolesi Mujinga Kambundji è campionessa di atletica leggera e prima velocista svizzera. Samantha Cristoforetti è stata la prima donna italiana ad aver viaggiato nello spazio. Chiara Giamundo, poco più che ventenne, si è affermata come prima palombara nella storia della marina militare tricolore. Insomma, non mancano casi di ieri e di oggi in cui il genere femminile si è distinto, talvolta senza precedenti.

Leadership, determinazione, talento: il dottor Moalem, però, afferma qualcosa di più. Che va oltre e ha un fondamento biologico. È proprio quando si parla di salute e sopravvivenza sul lungo periodo, sottolinea il genetista, che le donne sono il sesso più forte. Basti pensare, nell’ultimo anno, alle differenze di genere legate al Covid-19. Come è emerso da un rapporto di Nature, gli uomini hanno mostrato livelli più elevati di citochine – ovvero alcune delle prime molecole di segnalazione che aiutano le cellule immunitarie a rispondere ai patogeni – che innescano l’infiammazione. La presenza di quantità maggiori delle citochine è collegata a malattie più gravi. Ma oltre alla disparità nei livelli di quelle molecole, il rapporto ha anche messo in luce altre divergenze, tra uomini e donne, per quanto riguarda la funzione delle cellule immunitarie. Rispetto ai maschi, le femmine hanno un numero maggiore di cellule T, essenziali per eliminare il virus, e che vengono attivate, innescate e pronte a rispondere all’infezione da SARS-CoV-2. Dunque, nel genere femminile la risposta immunitaria alla Sars-CoV-2 è più marcata, così come accade anche per altre patologie. Sempre dall’autore de La metà migliore sappiamo che le donne sono più brave a sopravvivere al cancro. Reagiscono meglio alle vaccinazioni. Hanno meno probabilità di soffrire di disabilità dello sviluppo. Sono “tetracromatiche”, ovvero hanno la capacità di vedere il mondo in uno spettro di colori più ampio rispetto a quello a disposizione del genere maschile. E vivono più a lungo: statisticamente sembrano superare di almeno quattro anni le aspettative di vita di un uomo. Negli Stati Uniti tredici cause di letalità su quindici riguardano gli uomini, se si considera una serie di patologie come malattie del cuore, del fegato e dei reni, cancro e diabete. Un elenco in cui le donne risultano in maggioranza solo nel caso del morbo di Alzheimer. I due sessi sono equamente rappresentati, invece, nelle malattie cerebrovascolari.

La più alta longevità delle donne, però, non è un fenomeno limitato agli Usa. In una recente ricerca internazionale sull’aspettativa di vita alla nascita, in ottantacinque Paesi, si è riscontrato che in ognuno degli Stati analizzati il dato è più alto nel target femminile. «Il divario di longevità diventa ancora più netto se ci si avvicina all’ultimo stadio del ciclo di vita umano», aggiunge Moalem. «Superati gli ottantacinque anni, le donne diventano il doppio degli uomini. Tra i centenari, poi, il vantaggio delle donne e ancora più smaccato: su cento centenari attualmente in vita, ottantasono donne e solo venti uomini».

Kane Tanaka 118 anni

Si pensi a Kane Tanaka, giapponese da Guinness dei Primati, venuta al mondo il 2 gennaio 1903 (l’anno del primo volo dei fratelli Wright): all’inizio del 2021 ha spento 118 candeline.

Nel suo libro Moalem fa luce su un punto innovativo rispetto al passato: la verità – scientifica – è che tutto dipende dai cromosomi sessuali ereditari, da cui discendono differenze decisive. La maggior parte delle donne, infatti, ha due cromosomi X “belli robusti”. I geni presenti sul cromosoma X sono essenziali per la vita e rivestono un ruolo fondamentale nello sviluppo e nella conservazione del cervello, oltre che del sistema immunitario. Per contro, nelle patologie genetiche legate all’X, per esempio le disabilità intellettive e il daltonismo, un cromosoma X di riserva si rivela una risorsa molto preziosa. Ecco, dunque, il segreto del vantaggio genetico sui maschi della specie per il corpo femminile lungo due binari: la diversità genetica e la cooperazione cellulare.

La maggior parte degli uomini, invece, ha un singolo X e uno Y. E questo fa la differenza. Pertanto, commenta ancora lo studioso, quando si tratta di far fronte ai traumi della vita, le femmine possono scegliere fra diverse alternative, i maschi no. «Il costo che le donne sembrano pagare per il loro sistema immunitario più aggressivo e più efficace nel combattere le invasioni microbiche e le cellule maligne è una sorta di autolesionismo immunologico», rimarca ancora l’esperto. Il sistema immunitario delle femmine, cioè, tende più facilmente ad attaccare sé stesso, come succede in patologie come il lupus e la sclerosi multipla.

Moalem argomenta la sua tesi per cui le donne sono geneticamente superiori agli uomini attraverso l’analisi di pubblicazioni specialistiche ed esperienze personali – maturate nei reparti di neonatologia, tra bambini sieropositivi o attraverso l’attività di ricerca neurologica sugli anziani – fino a individuarne il fondamento scientifico nel nostro codice genetico. Sono alcuni dei geni presenti sul cromosoma X ad attivare i processi di guarigione e a garantire alla donna maggiore resilienza, a renderla flessibile ed elastica agli urti, senza mai spezzarsi: come afferma l’autore de La metà migliore, infatti, «quasi tutto ciò che è difficile da fare, dal punto di vista biologico, è fatto meglio dalle donne». In nome di uno stereotipo legato alla forza fisica, invece, per secoli “lei” è stata confinata nell’angolo del focolare domestico, ne è stata esaltata la fragilità e la delicatezza, le è stata destinata una posizione ancillare rispetto a “lui”. Un luogo comune a cui ha aderito anche la scienza medica. Tuttora le differenze genetiche sono ignorate in nome della visione dominante che continua a mettere il maschio al centro. E le donne? Vengono inquadrate e messe a fuoco attraverso le lenti degli uomini: per esempio, come è specificato dall’autore del volume analizzato, molti degli studi preliminari sulle malattie sono compiuti esclusivamente su campioni di sesso maschile, contribuendo alla costruzione di una dottrina parziale, incapace di tenere conto delle specificità del nostro patrimonio genetico. A fronte di queste spiegazioni e dissertazioni, sembra comunque altrettanto opportuna e rilevante la conclusione a cui giungono i lettori, accompagnati da Moalem: naturalmente abbiamo bisogno di entrambi i sessi genetici per riprodurci e per vivere bene. Ma sono le femmine, durante l’evoluzione umana, a essere diventate “la metà migliore” in termini genetici. Prima accetteremo questo fatto e modificheremo il nostro modo di intendere la ricerca e la pratica medica, meglio sarà per tutti, conclude l’autore. Ne beneficeranno le une e gli altri.

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