Giappone in giallo | Corriere dell'Italianità

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Cultura

Giappone in giallo

Siamo in Giappone, nel periodo di poco successivo alla fine della Seconda guerra mondiale. Il paese porta ancora le profonde ferite del conflitto e la vita è complessa: le persone si arrangiano con commerci più o meno leciti, il mercato nero è fiorente. Ai margini di una Tokyo ancora parzialmente in rovina, c’è un piccolo ristorante con alloggi, la “Locanda del Gatto Nero”. La locanda è in ristrutturazione, perché è stata di recente venduta a un nuovo proprietario. In una notte di pattuglia, un poliziotto locale vede un monaco del vicino tempio scavare nel giardino del “Gatto Nero”: dalla terra compare il corpo di una donna, dal viso completamente irriconoscibile.

Inizia così “La locanda del Gatto nero” di Yokomizo Seishi, Sellerio, una storia che utilizza molti degli artifici del romanzo di investigazione: colpi di scena, inversioni di ruoli, travestimenti, complicità e doppi giochi. A sciogliere i nodi di questo intricato mistero non sarà però la polizia, bensì un personaggio singolare: il detective Kindaichi. Questo bizzarro soggetto, una sorta di Sherlock Holmes giapponese, sarà colui che, nonostante le sue stranezze, il suo aspetto dimesso e trasandato, la sua parlata affetta da balbuzie e il suo modo di fare irrispettoso verso le autorità, riuscirà a risolvere l’intrigo (o forse gli intrighi; o forse ancora l’intrigo nell’intrigo).

L’autore, Yokomizo Seishi, è uno dei grandi maestri del romanzo di investigazione giapponese. Formatosi grazie alle letture di Edgar Allan Poe, Arthur Conan Doyle, Agatha Christie e John Dickson Carr, Yokomizo è riuscito a trasporre perfettamente i canoni della mystery novel in Giappone. Kindaichi è l’investigatore “letterario” più famoso del paese, e il ruolo di Yokomizo nella creazione del genere è talmente importante che esiste un premio a lui intitolato per la migliore storia di investigazioni inedita: chi lo vince, riceve persino una statuetta di Kindaichi!

Nel 2019 è stato tradotto in italiano per Sellerio Editore Honjin satsujin jiken, con il titolo “Il Detective Kindaichi”. Nel 2020 lo stesso editore palermitano ha pubblicato “La Locanda del Gatto Nero”. In entrambi i casi, Sellerio si è affidato alla pregevole traduzione dello studioso Francesco Vitucci, docente di lingua giapponese all’Università di Bologna, al quale abbiamo avuto l’occasione di fare qualche domanda.

Cosa ti ha fatto venir voglia di imparare proprio il giapponese? 

Il giapponese è un incontro che si incastona nel mio percorso di formazione universitario presso l’università di Bologna negli anni Novanta. In precedenza, avevo completato un percorso superiore dove avevo studiato inglese e tedesco, ma avevo sempre avuto il desiderio inconscio di confrontarmi con il giapponese. Non saprei spiegarne il motivo. Poi – una volta essere entrato all’università e aver incontrato il docente giusto – ho capito che il mio istinto non si sbagliava. Da lì in poi ho decisamente VOLUTO studiarlo. Prima di tutto, perché ne amavo la fonetica e la scrittura. In seconda battuta, perché ero affascinato dalle tecniche didattiche poste in campo per poterlo insegnare agli italiani. All’epoca si sperimentava davvero molto in aula.

Cosa ti ha attratto della traduzione letteraria?

Per ciò che concerne la traduzione, dovrei parlare innanzitutto degli autori che ho tradotto, ovvero: Yokomizo Seishi, Hamao Shirō e Edogawa Ranpo. Li accomuna tutti il fatto di essere vissuti nella prima metà del Novecento, un periodo di grandi cambiamenti e sconvolgimenti in Giappone. Tradurli ha posto svariate sfide. Prima di tutto, il doversi confrontare con dei testi non contemporanei e – quindi – con un lessico a volte obsoleto, se non proprio inesistente nel giapponese moderno – per non parlare del numero  di sinogrammi esagerato rispetto ai testi contemporanei! Unitamente al lessico, la traduzione richiede studi e approfondimenti del periodo storico, delle mode, e dei luoghi in cui sono ambientate le storie perché aiutano a contestualizzare meglio le trame e a tratteggiare con maggior precisione i caratteri dei protagonisti. Direi che questo tipo di indagine è l’elemento che maggiormente mi attrae quando traduco un’opera dal giapponese.

Quali sono state le sfide che hai affrontato traducendo questo libro?

Le sfide con Yokomizo sono moltissime. Non solo linguistiche, intendo. Intanto la traduzione dei suoi gialli richiede un’attenzione estrema ai singoli dettagli (è lì che l’autore consegna spesso informazioni salienti!) e soprattutto alla descrizione dei luoghi. È fondamentale fotografarli nella mente per poter ambientare ogni singola scena e far muovere i personaggi all’interno. Non ci si può accontentare di menzionare una camera da letto, un giardino, un tempio se non si è capito esattamente come sono dislocati nello spazio. Questo aspetto – secondo me – è fondamentale per ricreare la coerenza narrativa che l’autore infonde nella storia e per raccontare con precisione le scene dei delitti. Altra sfida è rappresentata dalle mode e dai costumi. Nella Locanda, ad esempio, è fondamentale conoscere i trucchi utilizzati dalle donne giapponesi negli anni Venti unitamente al loro abbigliamento, altrimenti si rischia di perdere un tassello importante della storia.

Quando hai “incontrato” per la prima volta Yokomizo Seishi?

Nonostante Yokomizo Seishi sia uno dei giallisti più conosciuti in Giappone, la mia scoperta – devo ammettere – avviene attraverso la visione dei film per la televisione che sono stati realizzati in Giappone a cominciare dagli anni Settanta. Da lì, ho cominciato a leggerne i romanzi e poi ho deciso di tradurli in italiano. Mi sembrava davvero strano che l’intestatario di uno dei due premi più prestigiosi della letteratura gialla in Giappone, non avesse ancora delle traduzioni nella nostra lingua!

Immagino che trovare il giusto equilibrio tra traduzione fedele del testo e comprensibilità nella lingua di arrivo, ancor più quando si tratta di una lingua e di una cultura come quella giapponese sia complicato. Come hai gestito questa complessità?

Nel caso di Yokomizo l’equilibrio è quasi un atto dovuto. Nel senso che – come ho accennato prima – i testi risalgono ormai a circa ottanta anni fa. Tengo a precisare che lui non scrive negli anni Settanta, ma già negli anni Quaranta e anche la Locanda è di questo periodo. Capire ciò è fondamentale, perché significa entrare nel testo e scandagliarlo in tutti i suoi sostrati. Attualizzarlo in toto non sarà mai possibile, come nemmeno storicizzarlo completamente. Questo perché Kindaichi parla un linguaggio abbastanza contemporaneo nonostante sia un personaggio di metà Novecento che si muove in un ambiente ormai lontano da quello attuale. Pensiamo anche alla lingua che utilizza, profondamente diversa da quella dei detective di oggi, eppure sempre efficace e pungente. Interessanti sono anche i rapporti linguistici che scaturiscono dall’interazione dei vari personaggi: ricalibrarli in italiano non è sempre facile poiché la società giapponese risente spesso di alcuni schemi sociolinguistici e gerarchici che poco si adattano alla nostra lingua. Tuttavia, non è nemmeno corretto eliminarli in toto, perché altrimenti finiremmo per raccontare storie diverse ed eccessivamente “orizzontali”. Non credo che i lettori apprezzerebbero se si andasse ad eliminare quella patina di esotico – e quindi quell’orizzonte potenziale di scoperta – che l’opera contiene in sé.

Senti qualche tipo di pressione nel rappresentare il Giappone al pubblico italiano?

Sicuramente sì. Però sento che è più importante “raccontare” ai lettori. Instaurare attraverso la scrittura un dialogo comune che possa essere coinvolgente e intrigante per entrambi. Non mi sento di rappresentare IL GIAPPONE, quanto piuttosto un angolo di Giappone circoscritto all’opera che traduco. Sicuramente chi traduce romanzi contemporanei utilizza un linguaggio e delle immagini diverse dalle mie, supportate anche dalla diffusione dei nuovi media (Internet, in primis). Però trovo sia affascinante salire sulla macchina del tempo e andare alla scoperta col lettore di un Giappone che non c’è più o che – almeno – può essere inteso come il precedente storico di quello che vediamo e viviamo adesso. Dal punto di vista traduttologico, invece, cerco di essere sempre onesto e coerente. Non amo alterare molto i testi, perché sento che farei un torto all’autore prima ancora che ai lettori. Quando Yokomizo descrive con estrema minuzia i boschi, le piante, i quartieri oppure le linee ferroviarie che si intrufolano nel dedalo delle città giapponesi, so che devo seguirlo con attenzione e riportarne fedelmente tutti i dettagli. Se li ha inseriti un motivo c’è. Anche se si tratta di una ragione essenzialmente estetica. Però la letteratura è così, anche nell’ambito dei gialli. E bisogna rispettarla mantenendo sempre un certo rigore etico.

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Francesca Scotti

Nata a Milano, diplomata al Conservatorio e laureata in legge, è autrice di romanzi e racconti. Dal 2012 collabora con la regista Alessandra Pescetta nella stesura di soggetti e sceneggiature. I suoi ... Vedi profilo completo

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