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Gino Bartali, eroe silenzioso nel silenzio degli sterri toscani

di Alessandro Sandrini, Preside Liceo Vermigli Zurigo

Il 26 febbraio al Teatro Karl der Grosse di Zurigo, grazie all’organizzazione dell’Istituto Italiano di Cultura, è stato presentato lo spettacolo Gino Bartali, eroe silenzioso che ha visto l’attrice Federica Molteni, per la regia di Carmen Pellegrinelli, vestire con energia e passione i panni di Gino Bartali. Gli studenti del 3° e del 2° anno del Vermigli hanno partecipato con curiosità ad una rievocazione preannunciata con nostalgia dai loro insegnanti. Di Gino Bartali non avevano mai sentito parlare prima della traccia dell’esame di maturità dell’anno scorso, quando attraverso la figura di questo campione s’invitava il maturando a riflettere sul rapporto sport, storia e società.

“Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare”.

Quando i’ Ginettaccio brontolava in questo modo voleva dire che per lui il mondo non andava per il verso giusto. Fu il tormentone, e aggiunse risonanza mitica alle sue vittorie.

Nel 1979, Paolo Conte, tessitore di miti, gli dedicò una canzone: Oh, quanta strada nei miei sandali / Quanta ne avrà fatta Bartali / Quel naso triste come una salita / Quegli occhi allegri da italiano in gita / E i francesi ci rispettano / Che le balle ancora gli girano… Si riferiva al Tour del ‘48. Gino Bartali, classe 1914, professionista dal 1934 al 1954, vinse tutto, prima e dopo la guerra: tre Giri d’Italia (1936, 1937, e soprattutto due Tour de France, nel 1938 e nel 1948). Di famiglia povera, per andare a scuola da Ponte a Ema a Firenze gli fu comprata una bicicletta, “il cancello” come la chiamava lui, un pesantissimo mucchio di ferraglia. Dai 13 anni in poi, quei 30 chilometri tutti i giorni e, soprattutto, quelli dell’ultima ripida salita per arrivare a casa, furono i primi allenamenti di Gino, che gli consentirono di cominciare la carriera già ad alti livelli.

Era alto 171 cm, con un peso forma di 64 kg. Era bradicardico: il suo cuore batteva ad un ritmo di 32/34 pulsazioni al minuto, così paradossalmente, alla visita militare fu riformato.

La consacrazione come fuoriclasse arrivò con il trionfo al Tour de France nel 1938: alla premiazione rifiutò di rispondere con il saluto romano. Mussolini se la prese.

Nel 1940 sorse la stella dell’amico rivale Fausto Coppi: “Gli volevo bene – disse una volta – perché era stato più povero di me”.

Ma cominciò anche la guerra e le gare s’interruppero. Durante questi anni Bartali rimase in Toscana lavorando come riparatore e continuando ad allenarsi. Furono gli anni di un’altra vittoria, con un altro genere di premio.

Fingendo di allenarsi, nei tubi della bicicletta trasportava da Firenze ad Assisi il materiale necessario per falsificare i documenti che avrebbero consentito a molti ebrei di scappare dall’Italia nazi-fascista. 334 chilometri ogni giorno, sulle strade impossibili dell’Italia in guerra. Il traguardo era il convento di clausura di San Quirico, dove ad attenderlo non c’erano le miss, ma le suore.

Rischiò parecchie volte la pelle, smentendo in prima persona una sua stessa frase che diceva: “Gli italiani sono un popolo di sedentari. Chi fa carriera ottiene una poltrona”.

Erano salite diverse, dove era necessario tirar fuori tutto il suo coraggio e tutto il suo cuore di uomo per bene. Fu mitragliato, bombardato, fu bersaglio dei cecchini. Fortunatamente, la celebrità conquistata per meriti sportivi gli valse una sorta di immunità diplomatica: ai posti di blocco, dove chiunque altro avrebbe rischiato l’arresto, veniva riconosciuto, gli chiedevano particolari su una certa tappa del tour e del giro. Sembra di sentirlo: “Lasciatemi andare che mi si raffreddano i muscoli!”. 800 persone salvate dai lager.

Col pretesto degli allenamenti, Bartali girò tutta la Toscana, per procurarsi cibo e medicinali per la curia fiorentina che doveva sfamare migliaia di persone rifugiate nei suoi conventi. Bartali stesso nascose un paio di famiglie nella cantina di casa sua.

Ingenuamente il Vaticano gli mandò una lettera: «Caro Bartali ti ringraziamo per i 20 chili di pane, per i 5 chili di formaggio, ecc.» I fascisti la intercettarono e pensarono a una lettera cifrata, che i 20 kg di patate fossero 20 mitra, che i 5 kg di cacio fossero 5 bombe.

Gino fu allora chiamato a Villa Triste, così soprannominata perché si trovava in via Trieste a Firenze, una specie di Lubianka fascista, dove la “banda carità” torturava e assassinava. Chi entrava lì dentro la maggior parte delle volte non usciva. Bartali finì nelle mani del famigerato fascista Mario Carità: lo trattennero due o tre giorni, rischiando la tortura e una condanna per diserzione. Alcuni militari intercedettero per lui, garantendo che Bartali non poteva essere un corriere di armi. Fu liberato, ma aveva rischiato la fucilazione.

Questa impresa non gli bastò. Poco prima della liberazione di Firenze dai nazifascisti, 49 inglesi erano tenuti prigionieri una villa vicino al Ponte a Ema. I partigiani avevano cercato di liberarli, ma senza successo. Gino si vestì da nazista e con un moschetto scarico ingannò le guardie, facendo uscire i prigionieri ad uno ad uno e guidandoli poi lungo le stradine di campagna, dove riuscì a consegnarli ai partigiani.

Di tutte quelle storie impossibili, di tutti quei momenti vissuti pericolosamente, quasi come nell’infernale discesa dal Col d’Izoard, di quell’eroismo in solitudine, alla stregua della salita del Col du Galibier, Ginettaccio non ne ha mai parlato. «Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca. Non voglio apparire di essere un eroe. Lo sono, per conto mio, quelli che sono morti, che sono stati feriti, che hanno fatto tanti mesi di prigionia».

La vittoria al Tour del 1948 contribuì ad allentare il clima di tensione sociale da guerra civile sorto in Italia dopo l’attentato a Palmiro Togliatti nel luglio 1948. Dopo questa vittoria, dove Bartali apparve solo contro la Francia tutta, la storia d’Italia si è intrecciata ancora una volta alla sua.

La rivalità con Fausto Coppi fu leggendaria e divise l’Italia nell’immediato dopoguerra, anche per le presunte diverse posizioni politiche dei due. La stessa rivalità che univa Don Camillo e Peppone nei coevi romanzi di Guareschi, dove il parroco e il sindaco comunista fieramente si contrastano, ma poi, nel momento in cui l’umanità deve riemergere, proseguono insieme in uno spirito solidale che risorge nel bisogno.

La fotografia dove i due sono immortalati durante l’ascesa al Col du Galibier al Tour del 1952 mentre si passano la borraccia dell’acqua, è una delle più celebri immagini della storia dello sport, e testimonia la presenza di qualcosa che è nello spirito degli italiani, perché “Se lo sport non è scuola di vita e non è solidarietà, non serve a niente”.

Gino Bartali era simbolo di un’Italia contadina proletaria e religiosa, capace di soffrire con dignità e di unirsi in un grande spirito di solidarietà. La gente lo ha sempre amato, anche quando perdeva.

Per tutto quello che ha fatto, oltre il ciclismo, nel maggio 2005, a cinque anni dalla sua morte, il Presidente Carlo Azeglio Ciampi ha consegnato alla moglie Adriana la medaglia d’oro al valor civile. Dal 2011 è inserito tra i Giusti dell’Olocausto nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova. Nel settembre 2013 lo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto, lo ha dichiarato Giusto tra le nazioni.

Gino Bartali aveva un cuore lento, ma grande e generoso.

Bartali e coppi. Disegno di Vantino A., 1a Liceo

 

 

 

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