Giovani colpiti da Coronavirus: invalidati a vita? | Corriere dell'Italianità

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Giovani colpiti da Coronavirus: invalidati a vita?

Pur non conducendo a morte i molti soggetti maschi e giovani colpiti, ne invalida per lungo periodo la loro fisicità, lasciando in alcuni casi cicatrici permanenti nel tessuto polmonare colpito. Così produce danni economici inimmaginabili e cambierà totalmente le nostre abitudini di vita.

Per diverse settimane abbiamo vissuto col fiato sospeso, contando le vittime da COVID-19, i nuovi contagi, i guariti. Ora, che la situazione lentamente migliora, è giusto compiere le prime valutazioni sull’accaduto. La parola va innanzitutto a chi ha combattuto in prima linea. Sentiamo l’opinione di Marco Delledonne, Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Azienda Sanitaria di Piacenza, il cui compito è quello di individuare i casi sospetti, effettuare le prove diagnostiche, disporre la quarantena e di riammettere alla vita civile i guariti.   

Marco Delledonne, Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica della Azienda Sanitaria di Piacenza

In questi giorni cominciamo a sperare che il peggio stia passando. Lei come giudica la situazione? 

La situazione è in lento miglioramento. Si osserva una diminuzione degli accessi al pronto soccorso e si stanno liberando posti in terapia intensiva ed in rianimazione. Le misure restrittive prese, che ricordo sono misure di “mitigazione” e non di prevenzione, avevano proprio questa finalità, e cioè quella di ridurre l’accesso alle strutture ospedaliere che avevano raggiunto il massimo della ricettività. Rimane comunque molto alto il numero di persone contagiate che sviluppano forme medio-lievi che non richiedono ospedalizzazione.

Si sentono ipotesi discordanti sull’origine del virus. C’è chi dice sia nato in un laboratorio, chi da certe discutibili abitudini alimentari in Cina. Quale è la sua opinione? Come evitare che tutto questo si ripeta ancora?

L’origine del virus è descritta da prestigiosi Istituti come “naturale”. Non ho elementi oggettivi per contrastare tale versione. Osservo però che il virus ha una altissima contagiosità per via respiratoria ed anche una discreta patogenicità che colpisce prevalentemente il sesso maschile con gravi polmoniti interstiziali ed alveolari anche in soggetti giovani. Pur non conducendo a morte i molti soggetti maschi e giovani colpiti, ne invalida per lungo periodo la loro fisicità, lasciando in alcuni casi cicatrici permanenti nel tessuto polmonare colpito. Diciamo dunque che, anche volendo sostenere la tesi naturale del virus, la natura ha creato “spontaneamente” un ottimo agente da guerra biologica: non distrugge tutto il genere umano, invalida gravemente i giovani maschi, future reclute, produce danni economici inimmaginabili e cambierà totalmente le nostre abitudini di vita.

Pensando alle misure messe in atto, cosa abbiamo imparato dall’esperienza COVID-19? Cosa faremmo diversamente, dovessimo affrontare un’altra volta una simile emergenza?

Il pericolo, nel mondo occidentale, è stato sottovalutato. Avevamo due mesi di tempo per attrezzarci e li abbiamo persi a guardare quello che accadeva in Cina senza adottare da subito misure di contenimento. Da subito si doveva mettere in quarantena chiunque rientrasse da Paesi a rischio (Cina, Corea del Sud, Giappone) e sottoporlo a test diagnostici. Da subito ci si doveva organizzare con scorte di mascherine protettive di vari livelli ed allertare i reparti Ospedalieri, chiedendo di segnalare qualsiasi casistica anomala. Già da dicembre nel nord Italia ed in diversi Ospedali si erano notate polmoniti interstiziali anomale per gravità e per numerosità. Nessuna di queste persone è stata sottoposta a test specifico ed anzi è verosimile che queste persone già infette abbiano esteso il contagio ad altre persone che transitavano nei Pronto Soccorso e nei reparti per altre patologie. Così sono esplosi i casi nel basso Lodigiano, nel Piacentino, nella Bergamasca e nella Provincia di Brescia. Tutte zone a vocazione industriale di alta qualità con notevoli scambi commerciali e di persone con i Paesi Asiatici per primi colpiti. Una misura che avrebbe dovuto essere da subito adottata per ridurre il numero di contagi, consiste nell’adozione delle mascherine chirurgiche sul volto di tutte le persone, cosa che invece, in modo ridicolo, viene indicata solo oggi a 45 giorni dall’esplosione dei casi.

Come cambierà o dovrebbe cambiare la sanità italiana nel post COVID-19?

La Sanità Italiana ha risposto bene ad una emergenza epocale, soprattutto e meno male, nelle Regioni del Nord interessate dal maggior numero di contagi. Alla Sanità Pubblica è arrivata in soccorso anche la Sanità Privata. Il problema è stato quello di dover approntare in tempi brevi nuovi reparti di terapia intensiva e nuovi posti di rianimazione. La media di 3,5 posti letto di rianimazione ogni 1000 abitanti, alla quale ci avevano ridotti i tagli operati in modo sconsiderato da tutti i governanti degli ultimi 20 anni, si è rivelata insufficiente per fronteggiare una simile epidemia. Meglio è andata a Germania e Francia con i loro 6 posti letto ogni mille abitanti.

In alcune nazioni si muore meno. A riguardo sono formulate diverse ipotesi. Lei come interpreta queste differenze?

L’unica nazione Europea in cui si muore meno è la Germania, le altre sono pressappoco allineate con l’Italia col 10% dei contagiati deceduti, verso 13% circa nel nostro paese. Il calcolo di questo dato risente però della veridicità del denominatore e cioè del numero di contagiati verificati con tampone e della corretta attribuzione al CoViD-19 delle cause di morte. Se denominatore e numeratore non sono veritieri la percentuale è un numero senza significato.  In Italia il numero di contagiati dovrebbe essere moltiplicato verosimilmente per 10 e ciò perché non si è stati in grado di fare un tampone a tutti i casi sospetti. Molti di questi casi medio-lievi sono rimasti al loro domicilio, curati dal medico di famiglia senza che venisse effettuato alcun tampone. Anche il numero di morti attribuite al CoViD-19 è sottostimato, in quanto non si è proceduto a fare un tampone dopo ogni decesso. Basta osservare la statistica delle morti dei primi 3 mesi di quest’anno e paragonarla a quella di eguale periodo degli anni precedenti per capire che c’è qualcosa che non torna.

A seconda della nazione in cui si vive, la quarantena dura un numero differente di giorni. Quanto dovrebbe durare la quarantena per essere efficace? Come si devono comportare le persone che vivono sotto lo stesso tetto? Devono sottoporsi anche loro a quarantena?

In base alla nostra esperienza la quarantena di 14 giorni nelle persone positive a CoViD-19 non è sufficiente a garantire l’assenza di virus nelle prime vie aeree. Abbiamo avuto casi di persone clinicamente guarite da 20 giorni ed ancora positive al tampone. La quarantena di 14 giorni è invece sufficiente per l’isolamento di persone entrate a contatto con soggetti positivi o che rientrano da zone a rischio, a condizione che, al termine della quarantena, le stesse vengano sottoposte a tampone di verifica. Infatti, si è visto in più occasioni che molte persone asintomatiche sottoposte a tampone sono poi risultate positive per presenza di CoViD-19. Chi vive sotto lo stesso tetto con soggetti positivi al virus deve utilizzare ambienti separati e soprattutto servizi igienici separati, indossare mascherine protettive FFP2 nei pressi del soggetto positivo e far indossare all’ammalato una mascherina chirurgica. Inoltre, è necessario indossare guanti usa e getta dopo aver manipolato oggetti, abiti, lenzuola di persone infette ed utilizzare, per la disinfezione di oggetti, indumenti ed ambienti, prodotti a base di alcool o a base di cloro. Le persone che vivono sotto lo stesso tetto con un ammalato di CoViD-19 devono ovviamente osservare un periodo di quarantena che inizia dopo l’ultimo contatto con la persona infetta e termina con una verifica di un tampone dopo 14 giorni dall’inizio.

Inizialmente sulle reti sociali ma anche in diverse trasmissioni televisive, c’è stato chi sosteneva che fosse tutto un bluff. La storia smentisce chi ha voluto minimizzare. La comunità scientifica non è stata ascoltata o è stata anche lei colta impreparata?

Penso che nella prima fase anche la Comunità Scientifica dei singoli Paesi Europei sia stata un po’ alla finestra a guardare ciò che accadeva in Cina. Vi è stata poi una assoluta impreparazione ad effettuare terapie efficaci. Bastava copiare dai Cinesi ed invece molti hanno voluto iniziare sperimentazioni in proprio perdendo del tempo prezioso.

Molti giovani continuano a sentirsi in un certo senso immuni al virus. Eppure si possono ammalare anche loro. Ad oggi cosa si può dire?

Molti giovani sottovalutano il problema, ed in effetti il virus li colpisce raramente in modo mortale. Tuttavia farei notare ai giovani che da una polmonite interstiziale o alveolare può originare una fibrosi polmonare che si farà sentire nell’età adulta e anziana con limitazioni funzionali, quindi potrebbero rimanere segnati per sempre.

Mi sembra d’aver capito che il virus necessita di un certo recettore di membrana per poter infettare le cellule. Quanto è distribuito il recettore all’interno della popolazione? In altre parole, siamo soggetti tutti ad infezione oppure no?

I ricercatori cinesi hanno scoperto che le protuberanze del virus, gli antirecettori, denominate glicoproteine S, si legano ai recettori cellulari chiamati Angiotensin-Converting Enzyme 2 (Ace2).  CoViD-19 si lega ai recettori Ace2 tramite le proteine S sulla sua superficie. Durante l’adsorbimento la proteina S si divide in due subunità, chiamate S1 ed S2. S1 contiene i recettori Rbd (Receptor Binding Domain) che permettono al coronavirus di legarsi direttamente al Pd (Peptidase Domain) del recettore Ace2. S2 interviene solo successivamente durante la fusione delle membrane. L’ipotesi Cinese è senz’altro valida, è difficile stabilire chi nella popolazione ne ha di più. Osservando i dati del Nord Italia si scopre che circa il 70% dei morti è maschio ed il 30% è femmina.

 

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