Giovani, donne e pensioni: parla Elsa Fornero | Corriere dell'Italianità

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Giovani, donne e pensioni: parla Elsa Fornero

Di Giovanna Guzzetti

Foto: Elsa Fornero, crediti di Niccolò Caranti

L’Ocse ha lanciato un nuovo campanello dell’allarme sulle pensioni italiane. No, questa volta non stiamo parlando delle cifre della spesa previdenziale -che rimane comunque elevata, in percentuale sul Pil, anche dopo la riforma del 2011 che porta il nome del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali dell’epoca, l’economista Elsa Fornero– né di ipotesi, severe quando non estreme, che considerino ulteriori revisioni, al ribasso, della normativa vigente. No, la preoccupazione che viene dall’Ocse, questa volta, è relativa al divario di genere (leggi differenza) tra le pensioni attualmente percepite dagli uomini e dalle donne italiani.
Abbiamo parlato di welfare proprio con la Fornero, che invita la politica a rovesciare il suo approccio verso la questione e sottolinea l’importanza dell’educazione finanziaria.

Si parla spesso di gender pay gap, il differenziale retributivo, che viene stimato nel 16%: non poco a parità di collocazione professionale. E già sappiamo, sulla base di dati ed elaborazioni, che ci vorranno tempi biblici per colmare il gap.
Ma stiamo parlando di donne in (piena) attività che, ad una situazione lavorativa “insoddisfacente”, possono (anzi dovrebbero…) provare a mettere rimedio, rimettendosi in gioco in un mercato del lavoro sempre piuttosto rigido, oggi ancora di più a seguito delle espulsioni legate alla pandemia che, come abbiamo visto, hanno colpito le donne in modo massiccio.
Ma questo divario è molto più profondo quando si parla di pensioni. Secondo i dati Ocse, in media nei Paesi industrializzati le donne a 65 anni ricevono un assegno pensionistico che è del 26% inferiore a quello medio degli uomini. Chiaro che, parlando di medie, ci sono situazioni peggiori e migliori. E che, in parte, fotografano, con fredde cifre, la situazione e la struttura sociale dei paesi. In Giappone il divario raggiunge il 47%, in Estonia, Repubblica Slovacca e Danimarca le differenze negli assegni sono rispettivamente del 3,3; 7,6 e 10,6%. Economie e sistemi politici, in passato, con marcate differenze eppure… Nessuno pensi a chissà quali generosità dall’alto: in questi paesi sono le donne il primo motore dei loro assegni “più ricchi” attraverso la loro partecipazione attiva al mondo del lavoro, unico strumento (peraltro sano a tutti i fini) per poter contare su un reddito adeguato, dalla fine delle proprie attività e per tutto il resto della vita (la cui speranza, come noto, è più elevata per le donne).

In Italia siamo, quanto a pension gender gap, al 32%: in soldoni, a fronte di 1000 euro riscosse da un uomo, solo 680 vanno ad una donna (in Svizzera il divario, sempre stando ai dati Ocse, è del 31%).

 E allora che fare? Si dice che “in vecchiaia si pagano i debiti contratti in gioventù”. Per analogia dovremmo dire che in vecchiaia non si gode dei risparmi non fatti in gioventù… e la pensione possiamo farla rientrare in questa più ampia categoria. Un discorso che è maggiormente valido per chi andrà in pensione in futuro, con un calcolo interamente contributivo del proprio assegno (sulla sola base dei contributivi effettivamente versati e soggetti a rivalutazione), rispetto a chi gode oggi di un assegno il cui calcolo si fonda su altri criteri (retributivo o misto retributivo/contributivo).

Un arcipelago di tecnicismi che ai più possono anche sfuggire, all’inizio e/o in itinere, ma che presentano tutti i loro effetti al momento in cui l’assegno viene calcolato ed erogato.

Nessun pregiudizio, parlano i numeri. I pensionati in Italia sono 16 milioni, un numero in calo ma che resta comunque alto: su 3,77 residenti uno è pensionato. L’importo della pensione, considerando la media mensile, è pari a 1.410 euro.

Il Settimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano (febbraio 2020) fotografa la situazione delle pensioni, facendo emergere luci e ombre: al di là degli importi medi citati, 6,4 milioni di cittadini non raggiungono i 1.000 euro mensili ed è in questa fascia che sono maggiormente vistose le differenze tra uomini e donne. Rimane aperta la questione: che cosa fare per ridurre il gap pensionistico di cui sono vittime le donne?

I cosiddetti consigli per gli acquisti li chiediamo a Elsa Fornero, autrice – con il governo Monti di cui faceva parte – della riforma italiana delle pensioni a fine 2011, dopo una vita accademica, all’Università di Torino, trascorsa a studiare questi temi e dove è tornata, fino al pensionamento, archiviata l’esperienza con l’esecutivo tecnico, rimasto in carica fino alle elezioni del febbraio 2013.

Dobbiamo partire dal tasso di partecipazione femminile al mercato al lavoro. Oggi, in Italia, siamo intorno ad un 50% medio. Un dato che raggruppa squilibri anche sensibili fra le diverse aree del Paese (a Milano, si raggiunge senza difficoltà il 70%, ndr) ma che deve trovare soluzione se non si vuole, in futuro, dover riaffrontare il tema del divario pensionistico”, ci dice.

Oggi, da quel che ci spiega la docente torinese con ricchezza di dettaglio, le donne in pensione raccolgono i frutti di carriere lavorative più brevi e spesso interrotte; di minori contributi versati sul cui monte pesano spesso anche versamenti volontari di ridotto valore; di un’età pensionabile anticipata rispetto a quella maschile. A ciò va aggiunto, ed è davvero un carico da undici, che il criterio retributivo con cui si conteggia l’assegno, previlegiando gli ultimi anni di retribuzione (tendenzialmente più elevata) o i migliori, favorisce di fatto gli uomini che, per ragioni storiche, lavorano più a lungo e con migliori progressioni di carriera.

La sperequazione nasce qui e, come sintetizza Elsa Fornero, “sugli assegni si riflettono le disparità della vita lavorativa”. Per le generazioni più anziane, verrebbe da dire anche in modo semplicistico, c’è poco da fare: la fragilità economica delle anziane e come tentare di contenerla/combatterla, con particolare riguardo a Italia, Francia, Spagna e Portogallo, è stata, tra le altre cose, al centro di un progetto coordinato dalla stessa Elsa Fornero “Finkit – Non è mai troppo tardi“, realizzato dal Cerp (Center for research on pensions and welfare policies), insieme con il Collegio Carlo Alberto di Torino di cui la docente è Senior Honorary Fellow.

L’obiettivo di una (maggiore) educazione finanziaria volta al potenziamento delle competenze “risulterebbe cruciale, in particolare nei gruppi di persone a basso reddito, per evitare lo scivolamento verso la povertà”, spiega la Fornero. Un occhio di riguardo particolarmente rivolto alle donne, molte delle quali oggi (soprav)vivono con la pensione di riversibilità, vale a dire una quota (legata alla disponibilità di altri redditi) dell’assegno percepito in vita dal marito. Un assegno, quello di reversibilità, spesso messo nel mirino ma che, afferma Elsa Fornero, non è assolutamente “iniquo”. Riconosce il ruolo sociale svolto dalle donne fuori dal mondo del lavoro, quelle attività di cura, accudimento, a favore di membri familiari di età diverse, che hanno consentito più agevoli carriere maschili, non vincolate da carichi di famiglia che, ancora oggi, anno Domini 2021, non appaiono equamente suddivisi.

Donne che hanno fatto quello che, in altri paesi più avanzati e/o in un mondo ideale a misura anche femminile, viene svolto da una serie di istituzioni pubbliche: basti pensare agli asili nido, carentissimi in Italia, la cui presenza invece è un fattore chiave per il lavoro femminile. Non è un caso che oggi, alla nascita di un figlio (e stiamo parlando del primo…) una donna su tre lasci il posto di lavoro proprio per la carenza di adeguate strutture di cura. Un tema caro anche a Mario Draghi che in sede di insediamento a Palazzo Chigi ha espresso la sua piena convinzione sul ruolo centrale della donna (anche) in economia. “Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge, richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”, ha dichiarato il Premier.

Se queste parole si tradurranno in azioni concrete e risultati il punto dolente dello squilibrio pensionistico sarà risolto alle radici. “La politica ha posto le sue attenzioni sul welfare nell’ultima parte della vita, il pensionamento”, dice la Fornero, rispetto al quale è evidente che siano state fatte scelte generose anche (o soprattutto?) in chiave elettorale, senza troppa attenzione ai debiti contratti a carico delle generazioni future. Ma l’approccio, sottolinea Elsa Fornero, va rovesciato: “va prestata attenzione alle fasi iniziali della vita, con la disponibilità di asili nido, scuole per l’infanzia fino a percorsi universitari che preparino ed agevolino la partecipazione attiva nella società”.

Tutto da sottoscrivere, soprattutto ora che la pandemia ci ha posto di fronte ad una rivoluzione, rapida ed inattesa, da non subire ma che si può superare (e vincere) proprio con quella resilienza che, come ha ricordato il premier Draghi, è un punto chiave anche nella versione italiana (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) del Recovery Plan. La chiacchierata con Elsa Fornero, cui spetta una menzione direi globale per garbo e inossidabile aplomb, vira in finale su una attualità, triste e diversa. L’abbandono da parte della Turchia della Convenzione di Istanbul (!!) contro la violenza sulle donne, che Elsa Fornero aveva firmato per il nostro paese, all’epoca, come ministro per le Pari Opportunità. E che incrina la voce di una donna che ci ha già mostrato il lato delle sue emozioni quando si tocca la vita, e in questo caso il corpo, delle persone più fragili. 

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