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Scienza e innovazione

GIOVANI SEMPRE

La sfida della longevità

Di Rossana Cacace 


Era il 1890 quando Oscar Wilde editava “Il ritratto di Dorian Gray”, il romanzo che racconta il desiderio dell’eterna giovinezza. Un tema molto attuale. In un laboratorio di Stanford – al California Institute for Regenerative Medicine-, il ricercatore italiano Vittorio Sebastiano – professore alla Stanford University e co-direttore del programma di dottorato in biologia delle cellule staminali e medicina rigenerativa, da più di 10 anni negli Stati Uniti- lavora giorno dopo giorno con il suo team perché le nostre cellule siano sempre giovani. E non si tratta solo di una questione estetica- che sicuramente ne trae benefici, ma di contrastare una serie di patologie dovute al danneggiamento e all’invecchiamento delle cellule. Solo un anno fa il suo studio viene pubblicato sulla prestigiosa rivista scientificaNature Communications. Scopriamo con il professore- che ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali tra cui il “Woods Family Faculty Scholar in Pediatric Translational Medicine” nel 2019 e l’AFAR (American Federation for Aging Research) Junior Investigator Awardee nel 2014- i passi in avanti fatti dalla ricerca. 

Professore, con il suo team si dedica alla ricerca per il ringiovanimento delle cellule. Vivere senza invecchiare è un sogno che ha radici antichissime. Quando ha capito che la scienza poteva fare qualcosa in tal senso? Da dove arriva lo spunto?

“La scienza è un continuo divenire e nella maggior parte dei casi ogni nuova scoperta si fonda su osservazioni fatte in precedenza, estendendone o ampliandone la portata in contesti diversi. Nel nostro caso l’idea del ringiovanimento cellulare ha le sue origini da decenni di studi fatti nell’ambito della riprogrammazione nucleare e della clonazione. Anni fa la notizia della clonazione della pecora Dolly ha fatto il giro del mondo e ha dimostrato che le cellule di un mammifero adulto possono essere riprogrammate e riportate a uno stadio embrionale rendendo possibile la creazione di individuo “nuovo” a partire da una qualsiasi cellula del corpo. Questa scoperta (a sua volta fondata sulle osservazioni di John Gurdon negli anfibi) è stata dirompente. Da un lato perché ha permesso di mettere a punto la tecnica delle iPSCs del dottor Yamanaka (Gurdon e Yamanka hanno vinto insieme il Nobel per i loro studi nel 2012). Dall’altra ha portato più recentemente alla riflessione che la stessa tecnica potesse usata semplicemente per ringiovanire le cellule. Ho studiato il processo di riprogrammazione e di clonazione per quasi 20 anni ormai a partire dagli studi che ho fatto da giovane studente e dottorando all’Università di Pavia, e qualche anno fa ho pensato che questo potesse essere applicato nella prevenzione dell’invecchiamento cellulare”.

Nel suo laboratorio alcune cellule umane sono ringiovanite di anni. Come accade tutto ciò?

“Quello che facciamo è esprimere all’interno delle cellule un cocktail di fattori detti di “riprogrammazione”. Questi fattori, una volta espressi nelle cellule, vanno nel nucleo e riorganizzano la cromatina, ridandole un ordine, una organizzazione, e delle caratteristiche che sono tipiche di una cromatina più giovane. Con l’invecchiamento quello che succede nelle cellule è che queste accumulano degli errori nel codice epigenetico della cromatina che lentamente portano a una progressiva perdita di funzionalità. I fattori di riprogrammazione in qualche modo cancellano questi errori e riportano le cellule a uno stadio in cui la loro cromatina è più giovane e più funzionale”.


La possibilità di riportare indietro le lancette dell’orologio vale indistintamente per tutte le cellule del corpo umano? Ci sono degli organi più “difficili” da trattare?

“In teoria vale per tutte le cellule, indistintamente. La difficoltà è più pratica. Alcuni tessuti sono più facilmente accessibili e sono più studiati. Altri, come il sistema nervoso centrale, sono molto meno studiati e molto meno accessibili. Cominceremo con i tessuti e le cellule che sono più facili e pratici da un punto di vista medico e pian piano avanzeremo verso altri tessuti e organi”.

Una volta ringiovanite, le cellule ricominceranno a invecchiare? Insomma, il processo di invecchiamento può essere fermato? Potrà mai essere invertito?

“Il processo di invecchiamento è in qualche modo fisiologico. Esiste cioè una sorta di deriva di invecchiamento che continua. Questo però non significa che non si possa fermare o invertire. È un po’ come trovarsi in una barca in un fiume.  La corrente è l’invecchiamento e continua lenta in una direzione. Dipendentemente dalla forza con cui remiamo possiamo continuare a muoverci nella direzione della corrente ma meno velocemente (invecchiamento lento), stare fermi in mezzo al fiume (interruzione dell’invecchiamento) o andare controcorrente (reversione dell’invecchiamento). Tutto sta nel capire quale e quanta forza applicare. Stiamo cercando di capire proprio questo. Ma in linea teorica l’inversione dell’invecchiamento non è impossibile. Restando nella metafora, vuol dire forse che potremmo risalire il fiume fino alla sorgente e ritornare bambini? Per quanto teoricamente non impossibile non è certo questo che vogliamo fare”.

Ringiovanire le cellule vuol dire anche ridurre fortemente la possibilità di ammalarsi di alcune malattie specifiche della terza età?

“Sì, questo è il primum movens che guida la nostra ricerca. Fermare o invertire l’invecchiamento in alcuni tessuti vuol dire rallentare o impedire l’insorgenza delle malattie che in quel tessuto sono provocate dall’invecchiamento stesso. Mantenendo il tessuto in bilico e prevenendone (o revertendone) l’invecchiamento, la nostra ipotesi e che la malattia non si manifesti semplicemente perché quel tessuto non invecchia”.


A quale target di età si riferiscono i suoi studi? È possibile definire di quanti anni si ringiovanisce o dipende anche dalle cellule trattate?


“Dipende dal tipo cellulare, dal suo contesto tissutale ma anche da tantissimi altri fattori esterni come le abitudini alimentari. Al momento ci stiamo focalizzando su malattie che insorgono con l’invecchiamento in modo da revertirle. Un giorno si potrà pensare ad una sorta di approccio preventive per prevenirle. I nostri dati al momento suggeriscono che in alcuni tipi cellule possiamo ringiovanire le cellule di 5-10 anni, ma sono sicuro che presto si riuscirà a fare molto meglio di così”.


A che punto siete della vostra ricerca? Quali obiettivi vi ponete?
“Stiamo lavorando alacremente per testare la nostra idea in diversi contesti e per confermarne la sicurezza. Nel mio laboratorio stiamo facendo molto lavoro, ad esempio per capire come funziona questo processo. Nella start-up che abbiamo creato stiamo sviluppando un approccio più mirato per testarne l’efficacia in ambito dermatologico, oftalmologico e muscolare”.


L’emergenza Covid ha “fagocitato” le attenzioni di tutti e spesso anche i finanziamenti. La pandemia ha rallentato il vostro lavoro?
“No, per quanto ovviamente e giustamente molte delle risorse siano andate in quella direzione la situazione non è cambiata molto. Anzi il Covid ha mostrato una volta in più’ che esiste una grossa fetta della popolazione che è molto più fragile proprio perché più anziana. Ci sarà sempre più attenzione alla ricerca sull’invecchiamento perché è una questione che riguarda tutti prima o poi e riguarda miliardi di persone sul pianeta”.


Secondo lei grazie alla pandemia i potenti hanno imparato la lezione e investiranno più soldi nella ricerca? 

“Assolutamente sì, si stanno già muovendo in molti in tal senso. La nostra società cambia in continuazione e quindi dobbiamo fare i conti con le esigenze contingenti. Anni fa esisteva un altissimo tasso di mortalità di bimbi e di mamme legato al parto. Abbiamo risolto quel problema. Adesso il “problema” è una società che per forza di cose sta invecchiando. Quindi dobbiamo fare i conti con questo e adoperarci per questa nuova sfida”.

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