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Giuseppe Zamberletti, un testimone d’eccezione

Il 26 Gennaio del 2019 si spegneva a ottantacinque anni il padre fondatore della protezione civile italiana, Giuseppe Zamberletti. I funerali di stato, tenutisi nella basilica di Varese, con cui si è voluto tributare l’estremo saluto a un protagonista della politica italiana del dopoguerra, hanno visto la partecipazione del Presidente della Repubblica Mattarella, del Premier Conte, del capo del Dipartimento della Protezione Civile Borelli – uno dei suoi successori – e altre illustri figure istituzionali e non solo.

Nato nel 1933 a Varese, Zamberletti crebbe nella località di Santa Maria del Monte – uno dei siti UNESCO della provincia – da cui inizierà ad avvicinarsi al mondo della politica e affacciarsi al suo panorama tra le fila della Democrazia Cristiana. Fu eletto la prima volta nel 1968 alla Camera dei Deputati, grazie ai voti conquistati nella sua circoscrizione di Como, Sondrio e Varese.

Il suo ruolo di fondatore e di coordinatore del Dipartimento della Protezione Civile è fin troppo noto, ma il Senatore Zamberletti ricoprì anche molteplici e svariate funzioni in più governi nel tempo del pentapartitismo italiano, risalente alla così detta “prima repubblica”. 
La sua carriera è ricca di attestati delle sue capacità di governo, infatti fu sottosegretario agli Interni in due governi Moro e nel terzo governo Andreotti, per poi raggiungere il sottosegretariato al Ministero degli Esteri durante la presidenza dell’intimo amico Cossiga. Proprio in questa veste parteciperà come uno degli attori protagonisti in una delle iniziative italiane più ardite nello scenario mediterraneo: la neutralità della vicina Repubblica di Malta. L’accordo di neutralità verrà firmato il 15 settembre del 1980; accordo in cui l’Italia si impegna come garante della neutralità della piccola isola, un tempo parte dell’impero britannico, permettendo così alla stessa di iniziare quel processo, che poi la condurrà a divenire uno degli stati membri dell’Unione Europea. Malta alla fine degli anni settanta è un porto ambiguo nel Mediterraneo. Da una parte è legata alla produzione petrolifera della vicina Libia e, al tempo stesso, è sovvenzionata dalle riparazioni della flotta sovietica, che giungeva nei suoi cantieri di frequente prima di far rotta verso il Mar Nero. Dall’altra si professa occidentale, attirando l’attenzione della NATO, che cerca, spinta dalla volontà americana, di renderla più indipendente dall’ingombrante ombra del blocco avverso. 
Alla fine del decennio Dom Mintoff, presidente socialista della piccola isola, Malta si accorse che l’avvicinamento al regime di Gheddafi, avvenuto anni prima, stava trasformando il Paese in una nuova colonia libica. Tra le sue forze armate e nel suo traffico aereo, infatti, si era imposto un folto numero di libici che avevano assunto ruoli strategici. Forti erano i sospetti che alcuni membri del governo fossero prezzolati in barili di greggio dallo stesso Colonnello (presumibilmente comprati da Gheddafi con il petrolio poi rivenduto al mercato di Rottherdham).

In questo preoccupante quadro interno si giunse alla prima proposta di neutralità. Due Paesi garanti per sponda del Mediterraneo: la Francia e l’Italia per gli europei, l’Algeria e la Libia per il Nord Africa. Con l’abbandono del tavolo delle trattative da parte dell’ex colonia italiana, a causa di controversie riguardanti l’estrazione dell’oro nero, in un braccio di mare rivendicato sia dai maltesi sia dai libici, si ritirò anche l’Algeria, incapace di restare come unica interlocutrice. Anche la Francia, che aveva degli attriti con Gheddafi riguardo alla politica interna del Chad, optò per non acuirli e conseguentemente decise di abbandonare il progetto, lasciando la Repubblica Italiana come unica promotrice dell’iniziativa. 
Giuseppe Zamberletti, sottosegretario agli Esteri al tempo, manifestando un chiaro orientamento goullista, decise di incentivare l’impresa recandosi personalmente a Malta.

Nel suo libro La Minaccia e la vendetta racconta in prima persona il difficile processo che porta alla firma del trattato del 15 settembre, ma lascia intravvedere anche le azioni future dei tre stati protagonisti – Libia, Italia e Malta – con un’ottica esperta e competente.
La lettura risalta chiaramente l’esperienza del Senatore, arricchendo il lettore con aneddoti e descrizioni impossibili da conoscere, se non attraverso l’occhio arguto di un individuo che ha giocato un ruolo di primo piano in molte vicende riguardanti la politica italiana.

Due volte ha assunto la carica di Commissario del Governo incaricato per il coordinamento dei salvataggi e aiuti durante i terremoti in Irpinia 1976 e Friuli 1980. In queste circostanze drammatiche Zamberletti seppe perfezionare l’apparato operativo di quanto poi sarebbe divenuto, per sua stessa iniziativa, la Protezione Civile nazionale. Nel 1982 Zamberletti sarà nominato Ministro per il coordinamento della Protezione Civile, carica di cui fu il primo rappresentante.

Quando ho conosciuto Zamberletti durante un pranzo varesino, rimasi piacevolmente colpito dall’affabilità dell’uomo e dalla sua voglia di trasmettere un po’ della sua esperienza attraverso una testimonianza d’eccezione in merito alla storia del Paese. 
Zamberletti era un narratore accattivante e arguto ed era altresì persona capace di restituire analiticamente i fatti ai quali faceva riferimento, senza alcuna pedanteria. Da allora ci siamo incontrati più volte e ogni incontro era, per me, occasione per qualche approfondimento in merito a fatti nodali della recente storia italiana. Il nostro prediletto, trattato anche nel suo libro, era il giallo di Ustica, l’abbattimento il 27 giugno 1980 di un areo di linea italiano diretto a Palermo, una vicenda tutt’oggi non risolta e che propone molteplici ambiguità. Ebbene Zamberletti presentava la sua versione dei fatti in termini schietti, contraddicendo così l’ambiguità e le censure dell’ufficialità. 
Parlammo anche dei suoi rapporti continuativi con la vicina Svizzera, ma questa è tutta un’altra storia.

 

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