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Società

Gli studenti italiani e svizzeri sanno contare, ma non leggere

Allarmanti i dati dell’indagine Ocse-PISA. In Italia aumenta il divario Nord-Sud

La scorsa settimana sono stati resi noti i dati dell’ultima indagine dell’Ocse rispetto al Pisa, che non si riferisce alla famosa città toscana dalla torre pendente, bensì è il programma internazionale di valutazione delle competenze degli studenti delle scuole superiori (Programme
for International Student Assessment). I risultati, di cui avrete sentito parlare, hanno scatenato l’ennesimo allarme, più che giustificato, sulla qualità della scuola italiana.

I dati sono frutto di un’indagine condotta in 79 paesi (600mila studenti su 32 milioni) alla quale hanno partecipato anche 11.785 studenti italiani di 550 scuole superiori e 6000 studenti della Confederazioni distribuiti in oltre 200 scuole. Il dato generale ci consegna le performance degli studenti cinesi, di Singapore e di Hong Kong che si classificano nei primi 3 posti rispetto alle 3 valutazioni: lettura (comprensione del testo), matematica e scienze. Non osiamo immaginare se tra le prove ci fosse stata anche quella in storia, ma questa è appunto un’altra storia. Analizziamo i risultati.

Per quanto riguarda la lettura purtroppo si confermano i dati negativi della rilevazione precedente con dei peggioramenti allarmanti. Infatti, sia gli studenti italiani che quelli svizzeri sono al di sotto della media Ocse (487): 476 gli italiani, 484 gli svizzeri. Insieme a loro croati, lettoni, russi e ungheresi. Raggiungono risultati migliori, nel senso che sanno leggere e comprendere meglio di italiani e svizzeri, portoghesi (492), francesi (493), belgi (493) e tedeschi (498). Per quanto riguarda l’Italia, anche in questi dati si confermano, inesorabilmente, le differenze tra Nord e Sud. Infatti, gli studenti del Nord Ovest (498) e del Nord Est (501) leggono e comprendono molto meglio, addirittura al di sopra della media Ocse, rispetto a quelli del Sud (453) per non parlare delle Isole (439). Nei licei, come prevedibile, si ottengono i risultati migliori, mentre negli istituti professionali i peggiori con quelli tecnici che fanno da mediana. L’insieme di questi risultati ci consegna un’amara verità: da più di un decennio la scuola italiana non rappresenta più un ascensore sociale. Le narrazioni delle precedenti generazioni avevano in comune il principio così declinato: «Se studi, indipendentemente dal contesto familiare di provenienza, potrai ambire a qualsiasi professione e mestiere». Purtroppo, quest’ascensore si è ormai rotto e l’Italia ne è lo specchio fedele: il figlio del dottore sarà dottore, quello dell’avvocato sarà avvocato, così per il professore universitario, finanche per l’allenatore. A dire il vero, questa condizione è ormai diffusa in gran parte d’Europa.

A colpire sono anche le diverse Weltanschauungen tra italiani e svizzeri. Se la stampa italiana si concentra con forza sul primo punto, lettura e comprensione, che è indubbiamente quello più pericoloso – alla luce di un mondo che sempre più si informa e forma su internet –, il Consiglio federale, in una nota stampa ufficiale (3.12.19), plaude esclusivamente al buon risultato in matematica, senza interrogarsi sull’emergenza comprensione. Se la media Ocse nel far di conto è al 489, l’Italia si ferma poco al di sotto (487), mentre la Svizzera raggiunge 515, posizionandosi tra i primi posti. Infine, per quanto riguarda le scienze, la Svizzera è leggermente al di sopra della media Ocse (495 rispetto ai 489 di media), mentre l’Italia sprofonda a 468.

Questi risultati trovano una certa corrispondenza con fenomeni di lungo corso rilevabili nella società contemporanea. In primis, un’importanza gerarchia della conoscenza. Fa specie, anche se è un trend ben consolidato da decenni, il fatto che venga reputato più pericoloso non saper contare rispetto al non capire. D’altronde, se ancora oggi qualcuno pensa che con la cultura non si mangia, figuriamoci l’opinione che può nutrire verso le scienze umane. Conoscere la storia o l’italiano e/o l’inglese è ritenuto meno importante della matematica o della fisica. Sia chiaro, è un abominio anche pensare il contrario. È evidente che ogni scienza, “dura” o “umanistica”, ha la sua importanza, tuttavia, il non riconoscere il fatto che sempre più persone non sono in grado di distinguere l’autorevolezza di una fonte mette a serio rischio non la formazione delle persone, bensì, la stessa democrazia. Non sono gli scarsi risultati in scienze a determinare, ad esempio, la crescente propensione contro i vaccini, ma il non comprendere cosa si stia leggendo o la non conoscenza della storia. Altrimenti, i risultati ben più incoraggianti in matematica dovrebbero farci ritenere che ci sia una più diffusa comprensione e conoscenza dell’economia, cosa che non è.

Di esempi provocatori se ne potrebbero fare tanti, anche se occorrerebbe riflettere su alcune analisi dei dati fatte negli ultimi giorni. Se da un alto le performance sono migliori in contesti territoriali dove si vive meglio e dai parametri socio-economici più alti, questo almeno per quanto riguarda l’Italia, allora non si comprendono le medesime difficoltà degli studenti svizzeri in materia di lettura e comprensione. E parimenti, se i risultati sono peggiori al Sud, quelli migliori nel Nord sono per la stragrande maggioranza figli di docenti del Sud formatisi nel Sud. Probabilmente, al netto delle strutture scolastiche, delle diverse risorse, tra i bilanci svizzeri e italiani, tra gli stipendi decenti da un lato e indecenti dall’altro, la somma non fa il totale. Le difficoltà nella lettura non sono solo risultato di problemi del mondo scolastico o della scarsa qualità del corpo docente (in alcuni), ma del cambio progressivo e inesorabile di paradigma. Se in Svizzera, nonostante tutte le risorse, gli investimenti e la qualità del personale docente, avanza un modello di società che ha sostituito la profondità della conoscenza con una conoscenza da “zucchero a velo”, in Italia a questo fattore si aggiunge la perdita, da qualche decennio, del ruolo sociale e civile del docente. Chi ha memoria della provincia italiana del secondo dopoguerra ricorda che tre erano le figure di riferimento dei minuscoli paesini, da Nord a Sud: il sindaco, il maresciallo dei carabinieri e il maestro. Immaginare, in modalità diverse, di ricostruire questo tessuto valoriale è più un segno nostalgico per il mondo di Don Camillo e Peppone che non esiste più. Resta e diventa una necessità, ai fini “comprensivi”, sia inteso.

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Toni Ricciardi

Storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra. Codirettore della collana  «Gegenwart und Geschichte-Présent et Histoire»  (Seismo), è tra i coautori del Rapporto italiani nel  mondo della Fo ... Vedi profilo completo

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