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I nuovi italiani a Zurigo (e in Svizzera)

“Scusatemi vorrei solo un’informazione, lavoro presso un contadino a raccogliere verdura nel Cantone Aargau, le ore di lavoro sono 240 al mese, ciò vuol dire dalle 7:00 alle 12:00 e dalle 13:00 alle 18:00 dal lunedì al venerdì e il sabato dalle 7:00 alle 13:00 per un salario sporco di 3’270 franchi mensili senza pausa, trattenute franchi 600 per una WG in un container; in pratica salario pulito 2640 franchi. Vi prego fatemi sapere qualcosa se è giusto questo stipendio misero che mi danno oppure se posso chiedere un consiglio a qualcuno esperto sul settore. Vi prego aiutatemi! perché lavoriamo come schiavi e siamo stanchissimi”.

Questo post è circolato su una delle pagine facebook create dagli italiani in Svizzera pochi giorni fa e ha ragionevolmente suscitato un grande numero di commenti. Nell’oceano di notizie di ogni genere che quotidianamente invadono i nostri cellulari e tablet, sono rimasto colpito da questo messaggio per due aspetti in particolare: l’invocazione disperata di aiuto (la rete come le “antiche Società di mutuo soccorso”) e la sua quasi contemporaneità con il lungo articolo che Sandro Benini ha dedicato, dalle colonne del Tages Anzeiger, all’effetto calamita che Zurigo sta esercitando per tanti italiani e italiane altamente qualificati, nel settore scientifico, come anche quello economico e finanziario. Un fenomeno che notoriamente riguarda quasi tutte le grandi agglomerazioni urbane svizzere – Basilea, Zurigo, Berna, Ginevra, Losanna, Lucerna, Lugano – che costituiscono le più importanti aree economiche del Paese e attirano tanti cittadini stranieri molto qualificati e in possesso di competenze richieste negli ambiti del mercato del lavoro elvetico avanzati, così come nelle università e nella ricerca.

Dell’articolo di Benini colpisce il livore degli intervistati – medici, giuristi, ricercatori – verso l’Italia e i suoi mali, dall’inefficienza alla pratica delle raccomandazioni, dalle baronie alla mancanza di opportunità professionali. Un paese bollato tout court “in declino”. La Svizzera al confronto sembra il “paradiso terrestre”.

Ma è così, c’è un paese perfetto e uno maledetto? L’appello lanciato dalla cittadina italiana sulle pagine di FB non è una voce fuori dal coro: la mancanza di copertura contrattuale e le situazioni di precarietà in cui vengono a cadere molti cittadini italiani (e stranieri) nel loro impatto con la Svizzera sono in continuo aumento, come testimoniano i sindacati svizzeri e anche la rete di assistenza italiana in Svizzera – Patronati, Missioni Cattoliche e Associazioni. Precarietà accresciuta dall’alto costo della vita, soprattutto delle abitazioni e della sanità, ma anche dalla non dimestichezza o conoscenza della legislazione del lavoro del paese che li ha accolti, le difficoltà di carattere linguistico e la non conoscenza del sistema autoctono di rappresentanza sindacale.

Il continuo aumento del numero d’italiani diplomati o laureati che hanno lasciato l’Italia nell’ultimo decennio è cresciuto rapidamente e ha richiamato l’attenzione di tante parti in causa della società italiana, fino ad occupare uno spazio specifico nel dibattito pubblico. Il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica ha dedicato attenzione ai giovani, invitando il sistema Italia a investire sui giovani, perché “le nuove generazioni avvertono meglio degli adulti l’importanza di una visione globale” e perché “i nostri giovani sono il nostro futuro” e dunque meritano attenzione. E preoccupazione: a fronte di un paese che invecchia rapidamente – l’aspettativa di vita è aumentata a 83 anni, in Europa siamo secondi soltanto alla Spagna – la ripresa e l’aumento considerevole dell’emigrazione non può che destare timore e allarme.

La mobilità transnazionale è una delle caratteristiche sempre più diffuse della società dei nostri giorni, Svizzera inclusa: sono tanti i giovani svizzeri (compresi i doppi cittadini di origine straniera) che per vari anni lavorano all’estero – negli Stati Uniti, in Inghilterra, a Singapore, in Australia e altrove – oppure che si spostano continuamente per brevi periodi. La differenza è tutta in un passaggio fondamentale: i giovani e giovani adulti italiani emigrati – a differenza degli svizzeri – difficilmente ritornano, come dimostra di anno in anno il Rapporto Italiani nel Mondo edito dalla Migrantes e come per altro emerge anche dall’articolo del Tages Anzeiger. Nell’arco di un trentennio l’Italia è passata dal valore delle rimesse degli emigrati, su cui per decenni ha potuto contare, alla dispersione delle risorse per fare studiare i figli a vantaggio di altre società e di altre nazioni.

Negli ultimi dieci anni il Parlamento italiano ha approvato alcune leggi per favorire il rientro dei cosiddetti “cervelli in fuga”, coltivando la speranza più che la certezza. Perché il punto non sono gli incentivi fiscali, bensì le prerogative di sistema, ovvero qualità della ricerca, remunerazioni, trasparenza e valorizzazione delle risorse umane. L’assenza di tali fattori, o la loro scarsa funzionalità, unitamente all’esasperata burocrazia, impedisce in definitiva che studiosi e ricercatori stranieri altamente qualificati vengano in Italia per alimentare quella circolarità che funziona altrove. Circolarità a cui non contribuisce di certo lo spettacolo angoscioso del dibattito sull’immigrazione in Italia, impastato soprattutto di odio e pregiudizi, e del suo sfruttamento come bacino di consenso elettorale.

 

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Franco Narducci

Nato a S. Maria del Molise (IS) nel 1947. Fino al 1981 ha lavorato nel settore dell’ingegneria edile. Ha diretto l’ENAIP del Cantone Argovia e dal 1985 al 1996 l’ENAIP nazionale Svizzera. Nel 1996 è d ... Vedi profilo completo

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