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Il bilinguismo ci rende più flessibili?

Di Michela Camia, psicologa psicoterapeuta

Il bilinguismo rappresenta un complesso fenomeno linguistico, psicologico e socio-culturale che coinvolge numerosi Paesi ed è in costante crescita. Gli attuali flussi migratori determinano infatti una migrazione linguistica, oltre che culturale, e portano ad un aumento di lingue parlate in una determinata regione. Inoltre, se consideriamo che nel mondo sono parlate circa 7000 lingue in appena 160 Paesi, risulta subito evidente che la maggior parte della popolazione mondiale è bilingue, ovvero usa due o più lingue per comunicare. In America, recenti ricerche mostrano che negli Stati Uniti e in Canada almeno il 20% della popolazione parla nel contesto famigliare una lingua diversa dall’inglese, ciò avviene soprattutto nelle aree urbane (ad esempio il 60% a Los Angeles e il 50% a Toronto). In Europa circa la metà della popolazione, il 56%, usa almeno due lingue nella vita quotidiana e in alcuni Stati, per esempio in Lussemburgo, la percentuale di bilingui si avvicina al 100% (98,5% della popolazione). Va inoltre ricordato come anche i dialetti parlati soprattutto nelle regioni meridionali, sebbene lingue non ufficiali, vengano considerati come seconda lingua se conosciuti e usati nel contesto sociale.

In Svizzera, dei 26 cantoni, quattro sono ufficialmente plurilingui. Tuttavia, secondo recenti dati Istat (2014), il bilinguismo si delinea in modo diverso se si considera la popolazione immigrata o autoctona. Mentre infatti l’80% degli svizzeri parla un solo idioma, il resto della popolazione parla una lingua nazionale e almeno una non-nazionale.

La vastità del fenomeno ha suscitato negli ultimi anni diversi interrogativi riguardanti l’effetto del bilinguismo sullo sviluppo del bambino e in generale sulle competenze linguistiche e comunicative di adulti che hanno appreso più lingue nel corso della loro vita.  In Italia il bilinguismo viene considerato ancora ad oggi un ostacolo circondato da pregiudizi e scarsa informazione.

Per capire meglio il bilinguismo è necessario differenziare i diversi tipi di bilinguismo. La principale definizione fa riferimento alla coordinata temporale dell’acquisizione delle lingue. Si parla quindi di bilinguismo simultaneo se fin dalla nascita la persona è stata esposta a due o più lingue, che tendono a svilupparsi in parallelo. Si definiscono invece bilingui sequenziali precoci quelle persone che sono state esposte a una sola lingua nel primo anno di vita ma che vengono successivamente esposte a una seconda lingua in un periodo compreso tra i 2 e gli 8/9 anni. Infine, il bilinguismo sequenziale tardivo fa riferimento a coloro che sono stati esposti adeguatamente a una seconda lingua solo a partire dagli 8/9 anni.

Una conseguenza interessante del bilinguismo, sebbene ancora oggetto di studio, riguarda l’effetto della conoscenza e utilizzo in parallelo di due o più lingue sulle altre funzioni cognitive, in particolare sulla flessibilità cognitiva e sull’attenzione sostenuta. L’alternanza delle due lingue in modo rapido e contestuale alle richieste ambientali sembrerebbe infatti favorire il consolidamento della capacità di modificare le proprie risposte comportamentali in modo veloce ed efficace. Il bilinguismo favorisce quindi, non solo lo scambio comunicativo aumentando la crescita personale ma consolida anche alcune abilità cognitive di base necessarie per un buon adattamento alla vita quotidiana.

 

Sull’autore: Michela Camia, piacentina di origine, bolognese di adozione. Psicoterapeuta con indirizzo “Neuropsicologia dello sviluppo”, dopo aver praticato la professione di psicologa, attualmente è dottoranda presso il Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell’Università di Reggio Emilia. Si occupa dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento con una particolare attenzione alle diverse manifestazioni del disturbo a seconda della lingua parlata e dei processi linguistici e cognitivi sottostanti le difficoltà.

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