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Il contratto di apprendistato tra Italia e Svizzera: storia di un istituto che non convince il bel Paese

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Partiamo da un dato: in Italia l’apprendistato è, ancora oggi, poco utilizzato dalle imprese, eppure l’istituto gode di incentivi normativi, economici e fiscali che dovrebbero renderlo particolarmente appetibile per i datori di lavoro. Questo trattamento di favore è dovuto alla convinzione che l’apprendistato sia il più efficace strumento per favorire l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, attraverso un percorso formativo di qualità e la stabilità di un rapporto che, fin dal suo nascere, è a tempo indeterminato. Tuttavia, nel 2018 (ultimo dato disponibile, fornito dall’INPS), i contratti d’apprendistato stipulati sono stati meno di 1/4 rispetto a quelli a tempo indeterminato e meno di 1/10 rispetto quelli a tempo determinato (più di tre milioni). E a dimostrazione che il sistema (valido e perfettamente funzionante in Svizzera) non è stato compreso, la maggior parte di questi contratti sono professionalizzanti (il c.d. secondo livello), una tipologia di apprendistato anomala, con ridotta componente formativa, erede delle finalità più occupazionali che di crescita del vecchio “contratto di formazione e lavoro” (ora abrogato).

Perchè dunque non si ricorre all’apprendistato nonostante gli incentivi ecomici e i rimaneggiamenti normativi?

Il problema è culturale e informativo: a una scarsa conoscenza dell’istituto si associa il pregiudizio per il quale l’apprendistato sia destinato solamente a operai o, comunque, a basse qualifiche. Questo equivoco impedisce la sottoscrizione di contratti d’apprendistato anche per figure impiegatizie e per profili professionali medio-alti, che pure avrebbero assai bisogno di formazione per competere nella “società della conoscenza” e del continuo cambiamento tecnologico.

E a nulla valgono i meccanismi di sotto-inquadramento e di percentualizzazione della retribuzione (con cui l’impresa ottiene un risparmio di almeno il 20% del costo del lavoro) o i vantaggi previdenziali (l’IVS – contributo di Invalidità, Vecchiaia, Superstiti – a carico del datore di lavoro passa da 23,81 nel caso del contratto a tempo determinato, a 9,01 dell’apprendistato, ma anche l’IVS del lavoratore passa dal 9,19 nel contratto a tempo determinato a 5,84).

Il problema è che non si riesce a convincere il mondo dell’impresa che è possibile assumere un giovane con contratto d’apprendistato senza decurtarne la retribuzione e ottenendo comunque un significativo abbattimento del costo del lavoro. Senza contare che la specifica natura formativa del contratto d’apprendistato lo rende un utile strumento per colmare quel gap tante volte lamentato tra le competenze, che i giovani possiedono in uscita dai percorsi di studio, e quelle richieste dal mercato del lavoro.

E di tutto questo è invece testimone la Svizzera ove la bassa disoccupazione dipende soprattutto dalla qualità del sistema di formazione professionale, orientato al mercato del lavoro e ben integrato nel sistema scolastico.

Alla fine della scuola dell’obbligo, i giovani possono scegliere di proseguire gli studi o di intraprendere una formazione professionale, nella maggior parte dei casi secondo il cosiddetto «sistema duale». Si tratta di una formula che mette insieme scuola e pratica. La base è costituita da un apprendistato in azienda tre o quattro giorni alla settimana, abbinato a corsi in una scuola professionale. La formazione, durante la quale l’apprendista riceve un salario dal datore di lavoro, può durare dai due ai quattro anni e si conclude con il conseguimento di un attestato federale di capacità (AFC) o un certificato federale di formazione pratica (CFP). A questo punto, l’oramai ex apprendista può decidere di avventurarsi nel mondo del lavoro o di iniziare una formazione superiore. Molte persone a capo di piccole e medie imprese svizzere hanno fatto un percorso simile. E che il sistema sia efficace lo dimostrano i numeri: i cinque Paesi europei che hanno introdotto un sistema di formazione duale (Svizzera, Germania, Austria, Paesi Bassi e Danimarca) sono anche quelli in cui il tasso di disoccupazione è tra i più bassi del continente.

Il successo del modello svizzero è indubbio, tanto da suscitare la curiosità del presidente cinese Xi Jimping che vorrebbe esportare il sistema nel suo Paese.

Per esperienza direi che l’operazione è tutt’altro che automatica e giocano vari componenti tra cui la struttura amministrativa, la composizione sociale e l’aspetto culturale. Il modello elvetico, infatti, si inserisce in un contesto complesso che include il dialogo sociale, la cultura dell’apprendistato e i tre livelli del federalismo e che affonda le sue radici in epoche antiche. Talmente risalenti da aver plasmato l’atteggiamento che un intero popolo ha verso l’apprendistato. In Italia viene ancora percepito alla stregua di uno stage, non ha quasi dignità di lavoro. In Svizzera viene vissuto come una tappa quasi obbligata nel percorso di crescita di ciascuno. La scuola, il lavoro e la vita si intersecano per creare un lavoratore formato e pienamente consapevole dei suoi talenti e dei suoi limiti.

E’ chiaro che anche in Svizzera il sistema non è perfetto, soprattutto riguardo alle alte professioni, disincentivate da un mercato del lavoro che funziona perfettamente soprattutto ad un livello medio, e tuttavia in una logica di “economia viva” non posso che guardare con ammirazione ad un complesso di regole e fattori che consentendo l’occupazione permette ai giovani di realizzarsi compiutamente.

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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