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Il coraggio di restare

Di Giorgio Marini

Il termine “restanza” è stato introdotto o, perlomeno, utilizzato in una nuova accezione da Vito Teti, professore ordinario di Antropologia culturale all’Università della Calabria, dove ha fondato e dirige il Centro di iniziative e ricerche Antropologie e Letterature del Mediterraneo

Lo studioso ha proposto il termine – come ha spiegato nel magazine Atlante dell’Istituto Enciclopedia Italiana – “in continuità e per assonanza con termini come erranza e lontananza”. E ancora: “Restanza denota non un pigro e inconsapevole stare fermi, un attendere muti e rassegnati. Indica, al contrario, un movimento, una tensione, un’attenzione. Richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione”.  

RITORNO ALLE ORIGINI

Nell’ultimo anno l’associazione Riabitare l’Italia ha svolto una ricerca, intitolata “Giovani dentro”, con l’obiettivo di capire quali sono le ambizioni, e i progetti, dei giovani residenti nelle aree interne. L’indagine è stata finanziata dalla Fondazione Peppino Vismara e Coopfond, realizzata in partnership con il Crea per la Rete Rurale Nazionale, il Gssi dell’Aquila, Eurac Research, Università di Torino – Dcps e l’Osservatorio Giovani dell’Università di Salerno. Lo studio è stato condotto su 1.000 giovani tra i 18 e i 39 anni, sia su base campionaria con la partecipazione della società Swg, sia con approfondimenti qualitativi e focus group. Il 70% di loro ha terminato gli studi, il 65% è entrato già nel mondo del lavoro e più della metà ha trascorso o trascorre tempo fuori dal proprio comune di residenza. Quasi due su tre dichiarano che pensano di rimanere a vivere nelle aree interne, anche se esse si trovano a significativa distanza dai centri di offerta di servizi essenziali. Più della metà – dalla catena alpina del Piemonte alle Madonie siciliane – vuole costruirsi il proprio futuro dove è nato. Dunque non è vero che tutti vogliono andarsene, anzi.

RECUPERO MODERNO DELL’ANTICO

La scelta di rimanere a riabitare le aree marginali, interne e montane, investendo nel loro territorio, e non altrove, il proprio capitale culturale, è certamente funzionale a far sì che le figure decisionali nelle istituzioni e negli enti possano avviare strategie di sviluppo che investano su questi territori. Ma non bastano incentivi, microcredito, finanziamenti a fondo perduto se costituiscono misure isolate e saltuarie, fini a sé stesse: occorre un mix virtuoso di assistenza gratuita ai piani di impresa, formazione specialistica e professionale d’eccellenza per i mestieri, in particolare quelli in agricoltura, silvicoltura e pesca. È altrettanto chiaro che serva il supporto concreto del sistema pubblico, a partire, per esempio, dalla disponibilità e dal lavoro degli operatori telefonici a portare la fibra necessaria per lavorare in quei luoghi secondo le modalità digitali e “remote” dei nostri tempi, come è stato evidenziato dai curatori della ricerca. Affinché i giovani restino in territori che sembrano – irragionevolmente e immeritatamente – dimenticati, inoltre, occorre sinergia tra idee e azioni e la relazione fra città e aree interne, da cui peraltro passano la sostenibilità e la riduzione delle emissioni nocive per tutto il Paese. L’attivismo giovanile, in questi contesti, è prevalentemente legato al recupero delle tradizioni e delle colture tipiche: grani antichi, pastorizia, allevamenti di specie animali locali che utilizzano le nuove tecnologie e l’innovazione anche nelle forme di commercio. Al centro del nuovo modello imprenditoriale c’è il senso di appartenenza alla comunità, che sviluppa relazionalità e scambi.

GLI IMPRENDITORI CHE RESTANO

La crisi economica di lungo corso, la burocrazia farraginosa, la pressione fiscale soffocante. Ci sono tanti motivi che possono spingere un imprenditore a lasciare l’Italia, a delocalizzare la produzione in Paesi dove la forza lavoro ha un costo nettamente inferiore. Molti lo hanno fatto, malgrado non sia mai una decisione affrontata a cuor leggero, anzi. Per tanti continua a rappresentare una ferita aperta. Altri, al contrario, resistono. E lo fanno perché credono profondamente che la scelta di restare in Italia, nonostante le molte difficoltà, possa fare la differenza e, nel lungo periodo, ripagare gli sforzi. Basti pensare a famiglie imprenditoriali come gli Amarelli, che possiedono l’omonima azienda calabrese che realizza prodotti a base di liquirizia, destinati anche al mercato estero e che hanno strettamente legato lo sviluppo delle loro imprese alla tutela del territorio; come i Damiani, che con i loro gioielli hanno fatto conoscere in tutto il mondo la maestria del distretto orafo di Valenza. Di loro, e non solo, ha parlato Grazia Lissi nel libro pubblicato da Longanesi (2015) e che si intitola proprio “Il coraggio di restare: Storie di imprenditori italiani che ancora scommettono sul nostro paese”. Non mancano i riferimenti a figure ad alto tasso di innovazione quali i Biancheri, floricoltori, che a suon di fare ricerca, sperimentare e ibridare hanno rilanciato la “Riviera dei Fiori” ligure sul mercato internazionale; Paolo Fazioli, che ha trasformato un’azienda di mobili a Sacile (Pordenone) in una che produce pianoforti tra i migliori al mondo; il vicentino Antonio Zamperla, che costruisce giostre per i grandi parchi di divertimento dei cinque continenti, fra cui il celebre luna park di Coney Island, location di molti film hollywoodiani  Quest’estate si è parlato molto, a ragion veduta, di Giuseppe Condorelli, titolare del marchio siciliano di torroncini noti e amati ovunque, con sede e stabilimento storici a Belpasso (Catania) e che nei mesi scorsi, come aveva già fatto oltre trent’anni fa, ha denunciato la mafia locale che “chiedeva il pizzo”, ovvero pretendeva il versamento di una somma di denaro proveniente dai guadagni. Un gesto coraggioso, dettato dal senso civico e dall’amore per il suo lavoro e il suo stesso territorio.

IL FUTURO RIPARTE DAL PASSATO

“Restanza” è riscoperta: è una scelta consapevole ed etica che permette di rispolverare un’antica bellezza sempre attuale, la storia, la cultura, il concetto di appartenenza e comunità. Aiuta a riappropriarsi di ritmi più lenti, a misura di essere umano e dei suoi affetti, accanto alla sfera lavorativa. In questa filosofia di vita – una visione esistenziale che, come abbiamo visto, diventa anche una missione condivisa – non c’è la nostalgia del passato o, almeno, non solo. C’è soprattutto il tentativo di vivere pienamente il presente, ponendo le basi per un futuro più sano e sereno, secondo nuove modalità di incontro, di presenza, di convivialità. Molto al di là della contrapposizione tra “chi va e chi resta”, per citare un celebre verso di Eugenio Montale, poeta genovese, Premio Nobel per la letteratura nel 1975: l’idea è che tra i due mondi non ci sia una netta divisione, piuttosto una fluida commistione che porti benessere e ricchezza, in tante forme possibili.

LA POESIA DI EUGENIO MONTALE

La casa dei doganieri, composta da Montale nel 1930, appartiene alla raccolta Occasioni.

Tu non ricordi la casa dei doganieri

sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:

desolata t’attende dalla sera

in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri

e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura

e il suono del tuo riso non è più lieto:

la bussola va impazzita all’avventura.

e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna

la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana

la casa e in cima al tetto la banderuola

affumicata gira senza pietà.

Ne tengo un capo; ma tu resti sola

né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? (Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende …)

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

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