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Il coronavirus insegna che non esistono le frontiere e le nazioni

Quanto successo in queste settimane e negli ultimi giorni ci ha dimostrato che non esistono le frontiere e che le nostre paure sono alimentate, in maniera spregiudicata, dagli untori di turno. Improvvisamente, bisogna aprire, chiudere, continuare a lavorare, bloccare voli, controllare passaporti, permessi. Non vogliamo prima gli africani, poi i cinesi, gli italiani, gli europei per scoprire alla fine dei conti che siamo noi stessi i potenziali portatori del virus. E ancora, vi ricorderete non meno di una settimana fa si diceva: “Ah l’Italia, solita disorganizzazione, soliti confusionari!”. Alla fine, mezzo mondo sta adottando le misure italiane, Svizzera compresa.

Ed è proprio la Svizzera – il Paese nel quale viviamo, lavoriamo, del quale molti di noi hanno acquisito la nazionalità – che oggi si interroga sul come affrontare l’enorme problema di un mondo interconnesso. Chiudere le scuole, le università, finanche i ristoranti, i bar, significa non farsi prendere dalla paura o dal panico, ma adottare misure, o meglio, protocolli universalmente riconosciuti. Nelle ultime settimane, ogni nazione ha cercato di adottare le proprie misure, di diversificarle, di adeguarle al proprio contesto socio-economico, ma alla fine, eccezion fatta per l’ultimo degli untori, Boris Johnson, tutta la comunità internazionale si sta adeguando. Eppure le difficoltà non mancano. Blocchiamo o meno i frontalieri, quasi 400mila persone che tutti i giorni entrano ed escono dalla Svizzera? E come si fa? Qualcuno già la settimana scorsa aveva proposto di lasciare entrare solo chi lavora nel settore sanitario, infermieri, medici e paramedici. Le cure ci servono e quindi non ne possiamo fare a meno. E ancora, il settore primario, l’agricoltura, la sua produzione e la sua filiera devono continuare; altrimenti come ci nutriamo? Anche qui, i frontalieri, ovvero gli immigrati, ci servono e debbono continuare a lavorare, nonostante siano italiani, albanesi, polacchi (aggiungete la nazionalità che più vi aggrada!). Potremmo continuare all’infinito, con altri esempi, con altri interrogativi, ma non è questo il punto. E non ci sogniamo nemmeno lontanamente di esprimere giudizi sulle misure adottate. Sono talmente tante le variabili da prendere in considerazione che non possiamo fare altro che attenerci rigorosamente alle indicazioni che ci arrivano.

Ciò che interessa in questa sede è immaginare, quando finirà questa situazione – perché finirà e ritorneremo alla normalità –, quali saranno gli insegnamenti che ne trarremo, o almeno dovremmo trarne.

Il primo. Questa emergenza, non dissimile dalle epidemie e dalle pandemie che hanno segnato la storia dell’umanità, dall’antichità ai giorni nostri, ci dimostra come il nostro quotidiano dipenda inevitabilmente da tante altre persone e che le barriere non servono a niente, e che nessuno può fare a meno dell’altro. Non possiamo fare a meno delle mascherine che si producono dall’altra parte del mondo; non possiamo fare a meno delle braccia che coltivano i nostri campi per produrre cibo; non possiamo fare a meno dalle sperimentazioni scientifiche in atto per trovare una soluzione, un vaccino, una cura a questa pandemia.

Il secondo, che è strettamente legato al primo, e n’è diretta conseguenza, è che non esiste il concetto “prima i nostri”, di qualsiasi nazionalità o territorio essi siano. O ci salviamo tutti insieme o periremo tutti insieme, senza alcuna distinzione.

Terzo, non esistono territori migliori o nazioni migliori. Esiste l’umanità. D’altronde, l’Italia e la Germania, ivi compresa la Svizzera, ci dimostrano proprio che il Covid-19 non si è manifestato prima tra la misera e la presunta (e inventata) sporcizia, come molte volte crediamo. Infatti, i primi casi e i primi focolai sono emersi nelle aree più produttive e performanti dei singoli Paesi. Volendo fare una digressione “stupida” e nazionalpopolare: non è un napoletano che ha infettato il Ticino, ma qualcuno che è andato nella civilissima e progredita Lombardia. E a sua volta, la Lombardia, probabilmente, l’ha importato dalla civilissima Baviera, e potremmo continuare all’infinito.

A questo punto cosa facciamo? Chiudiamo le frontiere? Torniamo all’epoca del protezionismo? Ce la prendiamo con la globalizzazione e con i poteri forti e meno forti? Scegliamo la strada dell’autarchia? Ognuno produce per sé, consuma per sé, solo quello che è in grado di produrre? E ancora, ognuno mette a punto un suo internet, una sua sanità? Anche in questo caso potremmo continuare all’infinito.

È bene ricordarlo, viviamo in un mondo che è globalizzato (mondializzato) da più di 500 anni, e l’Europa rappresenta in questo mondo una stringata minoranza. E da sempre, nonostante ancora qualcuno pensi che la sua nazione o il suo continente siano il centro del mondo, non lo siamo e non lo siamo mai stati. E anche quando, grosso modo per meno di tre secoli, abbiamo prevalso rispetto ad altri continenti, non siamo mai stati autosufficienti. Siamo stati quello che siamo stati perché abbiamo attinto risorse, conoscenze, persone da altri luoghi e altri luoghi hanno fatto lo stesso con noi.

Questo momento di legittima paura deve insegnarci che è finito il tempo delle differenze. Non si può innalzare il vessillo comunitario e poi volerlo adottare a proprio piacimento. Sentiamo di appartenere alla nostra comunità, con i nostri usi e costumi, con le nostre credenze, con il nostro modo d’essere. Questo è vero, nella misura in cui comprendiamo che la nostra comunità è l’umanità. Perché qui non è in gioco la civiltà dell’uno rispetto all’altro, perché di civiltà e di razza ne esiste una sola: quella umana.

 

 

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Toni Ricciardi

Storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra. Codirettore della collana  «Gegenwart und Geschichte-Présent et Histoire»  (Seismo), è tra i coautori del Rapporto italiani nel  mondo della Fo ... Vedi profilo completo

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