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Economia

Il “day after” dell’economia e della finanza pubblica

di Paolo Balduzzi, Docente di Scienza delle finanze, UNI Cattolica del Sacro Cuore

Siamo sinceri: a volte facciamo già fatica a ricordarci come era la nostra vita “prima del coronavirus”; e probabilmente ci chiediamo, anche per sdrammatizzare un po’, di che cosa parlassimo tra di noi fino a un paio di mesi fa. Ma addirittura quasi impossibile è immaginare come sarà il “dopo”, tanto individualmente, cioè per quanto riguarda la vita di ciascuno di noi, quanto in aggregato, con riferimento alle condizioni economiche e gli scenari politici economici in cui gli stati si troveranno ad agire. Il motivo principale è che, al momento e forse ancora per lungo tempo, ancora nulla si sa sull’evoluzione del virus, sulla sua contagiosità nel lungo periodo, sulla durata della sua vita, sulla data di commercializzazione del vaccino, né tantomeno sulla sua capacità di mutare e adattarsi a quest’ultimo.

Tuttavia, un tentativo bisognerà pur farlo. Scegliamo quindi di essere moderatamente ottimisti, adeguandoci così all’approccio metodologico delle principali stime di riferimento, ben consci tuttavia che tutto ciò che stiamo vivendo in queste settimane potrebbe di nuovo accadere.

Un po’ di stime

Cominciamo a capire quali possono essere le prospettive nel breve ma anche nel medio e lungo termine. Per quanto riguarda l’economia mondiale, le stime più recenti del Fondo monetario internazionale (inizio aprile) delineano nello scenario di base (quello moderatamente ottimista, per intenderci) un andamento a “V” della crescita. In altre parole, a fronte di un crollo dell’attività economica per il 2020 (e, vale la pena di ricordarlo, del crollo delle entrate fiscali conseguenti), un cosiddetto rimbalzo per il 2021, con tassi di crescita elevatissimi. La crescita mondiale, per esempio, dovrebbe subire una contrazione del 3% per quest’anno ma tornare a crescere del 5,8% nel 2021; tuttavia, questa media riflette dinamiche geografiche anche molto diverse tra di loro: alcuni paesi emergenti, infatti, come India e Cina, continueranno a crescere anche nel 2020, all’1,9% e all’1,2% rispettivamente.

Per avere un termine di paragone, il tasso di crescita previsto per il 2020 – prima che scoppiasse l’emergenza Covid-19” – era dello 0,6% per l’Italia e dell’1% per la Germania. Al contrario, altri paesi emergenti come Russia, Brasile e Sudafrica, sperimenteranno recessioni severe, del 5,5%, 5,3% e del 5,8% rispettivamente. Più tristemente uniforme, invece, il quadro delle economie più mature, come quella statunitense (-5,9% nel 2020 e +4,7% nel 2021) e naturalmente quelle europee.

Per quanto riguarda Italia, Germania e Svizzera, le stime del Fondo monetario sono rispettivamente di una recessione del 9,1% (seconda peggiore performance, dopo la Grecia), del 7% e del 6% per il 2020 e di un rimbalzo del 4,8%, del 5,2% e del 3,8% nel 2021. Poco più ottimiste, se così si può dire, le previsioni del Governo italiano, per cui la recessione per quest’anno in Italia sarà dell’8%. Si tratta in ogni caso di numeri drammatici, sia per quanto concerne la loro traduzione pratica in conseguenze per le famiglie (crollo dei redditi da lavoro, disoccupazione, disuguaglianza nell’accesso all’istruzione, per non parlare dei decessi) ma anche per le finanze pubbliche degli Stati.

Le stime del Governo italiano sono di un aumento del rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo (PIL) dal 134,8% nel 2019 fino al 155,7% nel 2020, a causa appunto sia del crollo della produzione, nonché dell’incremento del deficit di bilancio, a sua volta originato dall’aumento delle spese previste per fronteggiare la crisi nonché dal crollo delle entrate fiscali e contributive.

Una risposta comune

Si tratta di dati per certi versi paragonabili a scenari di guerra, come ha anche ricordato l’ex Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi in una sua intervista al Financial Times dello scorso 25 marzo. A differenza di una guerra, tuttavia, per la prima volta nella storia l’umanità ha la possibilità di combattere unita. Se questa unità non è probabilmente possibile trovarla a livello mondiale, è invece imprescindibile che venga raggiunta a livello europeo. Il ricordo del secondo dopoguerra non è infatti evocativo solo per ciò che concerne le politiche di ricostruzione post belliche ma anche per la generosa e lungimirante attività diplomatica che avrebbe portato alla nascita, nel corso degli anni ’50, proprio delle prime istituzioni europee.

Il progetto europeo non si sarebbe mai sviluppato se la politica del tempo si fosse fermata al Processo di Norimberga. Al contrario di allora, oggi non ci sono certo crimini contro l’umanità da giudicare. Ci sono invece tragedie umane e sociali che uniscono i popoli europei come un popolo unico, e ci sono nazioni più esposte di altre non certo per responsabilità loro ma al contrario proprio per onestà, correttezza e trasparenza. Gli strumenti fiscali e monetari a disposizione di ogni singolo paese sarebbero insufficienti a fronteggiare la crisi; ed è per questo che l’Unione monetaria sta, a volte anche faticosamente, cercando di trovare un accordo su degli strumenti condivisi e a tratti anche solidaristici.

Si tratta di un dibattito fondamentale, perché gran parte degli effetti sui conti pubblici per il prossimo futuro dipenderanno anche dalla quantità e dalla tipologia degli interventi europei che in queste settimane si stanno delineando. Senza entrare eccessivamente nei dettagli, si tratta di 4 strumenti fiscali principali, senza dimenticare ovviamente il ruolo della Banca centrale europea: il Mes, Meccanismo Europeo di Stabilità, un prestito agevolato per finanziare spese dirette e indirette legate all’emergenza sanitaria; il Sure, Support to mitigate Unemployment Risks in Emergency, una misura destinata al sostegno dei redditi dei lavoratori; un Recovery Fund, l’arma principale ma ancora tutta da definire; e la Bei, Banca Europea degli Investimenti, che metterà a disposizione un fondo di garanzia per sostenere le imprese europee.

Prospettive per l’Italia

Sarà fondamentale dimostrare che il nostro paese si impegnerà sin da subito su un sentiero di rientro del debito ben più seriamente di quanto fatto nel periodo 2014-2019. Ciò comporterà necessariamente ricomposizioni sul lato della spesa, e un aumento delle entrate. Per quanto riguarda le prime, potrebbero dover aumentare la spesa per pensioni (a causa di prepensionamenti o di anticipi pensionistici) e quella per la sanità, che sarà politicamente più sensibile, mentre la spesa assistenziale dovrebbe tornare lentamente su livelli precedenti la crisi.

Per quanto riguarda le entrate, il governo ha confermato la volontà di sterilizzare per sempre l’aumento dell’IVA. È evidente che aumentare le imposte in un periodo di crisi economica può avere effetti devastanti, come è stato dimostrato nel 2011. Tuttavia, ciò che può essere corretto nel breve periodo potrebbe rivelarsi errato nel medio-lungo e un riequilibrio tra imposte dirette (in particolare l’IRPEF) e quelle indirette (come l’IVA) potrebbe essere necessario L’aumento della pressione fiscale nel medio periodo sarà giustificata con la necessità di ridurre il debito pubblico e forte sarà la tentazione, infine, di ricorrere anche a forme aggiuntive di tassazione patrimoniale.

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