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Economia

Il divieto di licenziamento, una norma destinata a scadere presto

di Sara Botti, avvocato

Non v’è dubbio che stiamo vivendo una situazione straordinaria. Una crisi sanitaria, economica e sociale che tocca davvero tutti e che minaccia di colpire ancora per lungo tempo e a livello planetario. Da febbraio ad oggi abbiamo osservato numerosi interventi di natura legislativa che, spesso, anziché risolvere un problema ne hanno solo spostato un poco più in là il termine ultimo per farlo. È la normazione di emergenza, ovvero il tentativo dello Stato di dare risposte immediate ad una difficoltà nuova ed inaspettata.

Il blocco dei licenziamenti  attuato in Italia ne è un esempio tangibile, un’azione rapida che ha mal mitigato la questione e che si appresta, per sua stessa natura, a terminare. I lavoratori italiani sono ovviamente preoccupati per le nubi che non accennano a sparire all’orizzonte e chiedono di sapere in termini comprensibili cosa accadrà a breve e perché.

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Michela Bani, milanese, partner dello studio legale Lablaw, primario studio italiano di diritto del lavoro e chiamato a rispondere in questi mesi ferventi alle domande degli imprenditori, appesantiti da una crisi senza precedenti e aggravata dall’oggettiva macchinosità della normazione nazionale.

È stato il decreto Cura Italia” ad introdurre il divieto di licenziamento in piena crisi COVID, a cosa è dedicata esattamente questa normativa?

Come è noto, il governo italiano con il decreto Cura Italia ha introdotto il divieto di licenziamento per motivo economico e ciò con effetto retroattivo. Tale divieto, esteso dapprima sino al 17 agosto 2020, è stato ulteriormente prorogato ancorandolo ad un termine mobile , ovvero la cessazione della fruizione del trattamento di cassa integrazione per Covid ovvero dell’esonero contributivo, e con alcune eccezioni come ad esempio il fallimento dell‘azienda o la liquidazione della stessa senza previsione di una prosecuzione provvisoria dell’attività o di un accordo collettivo con i sindacati.

Già da questa introduzione si capisce che la questione è complicata e implica lintervento di più soggetti e di diverse scadenze. Di fatto, fino a quanto le aziende italiane saranno assoggettate a questo particolare divieto di licenziamento e, parimenti, fino a quando ne potranno godere i lavoratori?

La risposta, purtroppo, non può essere univoca e sul punto è intervenuto l‘Ispettorato Nazionale del Lavoro, che è l’ente governativo con funzioni di vigilanza sul lavoro, previdenza sociale, assicurativa e per la salute e sicurezza negli ambienti di lavoro. Il 16 settembre 2020 è stato specificato che – fatta eccezione per le aziende che hanno fruito del trattamento di cassa per Covid o dell‘esonero contributivo – il divieto di licenziamento opererà  sino al 31 dicembre 2020.

E per le altre, per le aziende cha hanno usufruito del trattamento di cassa integrazione o lesonero contributivo?

Permane un termine mobile, quindi non è possibile dare una indicazione generica.

Cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane, un nuovo intervento sul punto è possibile?

Quanto descritto è quanto dovrebbe accadere, ma va segnalato da ultimo che lo scorso 22 ottobre è intervenuta  la proposta dei ministeri di Economia e lavoro di prorogare il divieto di licenziamento sino al 31 gennaio 2020.

Insomma, vige grande incertezza che andrà certamente a gravare sulla programmazione economica delle aziende nellimmediato futuro. Come si giustifica questo ricorso massivo alla legislazione di urgenza? In altri termini, è pensabile usare strumenti diversi e tentare di dare stabilità al sistema portante dello stato italiano? Perché, ricordiamolo, lItalia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, lo dice il primo articolo della Carta Costituzionale.

Il punto è proprio questo, l’aderenza al dettato costituzionale. La situazione prospettata è a mio parere inficiata da evidenti profili di illegittimità costituzionale del divieto di licenziamento, il quale limita fortemente l’iniziativa economica dell’imprenditore tutelata dall‘articolo 41 della Carta Costituzionale, e che poteva forse trovare giustificazione nell’immediato, data la temporaneità − o quantomeno così appariva − della misura,  ma che sulla lunga durata non appare ulteriormente giustificabile.

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Sara Botti

Avvocato italiano. Nata sul lago di Iseo, si è laureata a Milano e ha fondato nel 2012 il suo studio legale a Brescia. Vive a Zurigo, dove si occupa di consulenza legale per gli italiani all’estero. M ... Vedi profilo completo

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