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Il gender gap comincia nella culla

L’8 marzo. Essere donna oggi: ci vogliono più di 135 anni di cammino per raggiungere i maschi

di Giovanna Guzzetti

Quando si parla di gender gap il pensiero corre subito, inevitabilmente, alle differenze che esistono tra uomini e donne a livello di posizionamento sociale (soprattutto lavorativo) ed economico (gender pay gap). Le cifre e le prospettive non sono confortanti. Per azzerare il divario ci vorranno 135 anni, secondo il Gender Gap Report 2021 del World Economic Forum, con una aggiunta quasi disperante: “…quello strettamente economico richiederà ancora di più”. Alle donne di oggi, e parliamo di quelle dei Paesi industrializzati/evoluti dove si sono ridotte al minimo le differenze nell’accesso all’istruzione, non rimane altro che continuare ad impegnarsi e sperare in un avvenire più inclusivo ed equo per le generazioni a venire (bis bis bis nipotine). Magari attraverso selezioni al buio, come è avvenuto per la scelta di musicisti: solo sulla base dell’ascolto sono state ritenute idonee in maggioranza le candidate donne.

Il mondo del lavoro attuale, che si parli di aziende e/o di amministrazione pubbliche, a partire dalle università, vede una ridotta partecipazione femminile nei ruoli apicali. Nelle imprese le manager italiane ammontano al 29% contro il 31% della media mondiale; con Paesi omogenei, come Francia e Germania, il dato si attesta, rispettivamente, al 33 ed al 38%. Tra i docenti universitari le cose non vanno meglio. A fronte di una forte (e talvolta maggioritaria) presenza femminile a livello di iscrizioni ai corsi universitari (dottorati compresi) e conclusione dei percorsi, in tempi più brevi e con migliori punteggi, tutta questa conoscenza e ricerca in rosa si perde nel tempo. Non a caso un rapporto ufficiale, elaborato dalla Gestione Patrimonio Informativo e Statistica del Ministero per la Università e la Ricerca, evidenzia non solo la cosiddetta segregazione verticale delle donne in ambito accademico (poche ai vertici) ma il preoccupante dato della leaky pipeline, ovvero la progressiva uscita delle donne dal percorso delle carriere accademiche una volta concluso il periodo di formazione universitaria.

Un fenomeno che presenta anche un forte risvolto (anti) economico a danno dei conti pubblici: lo Stato investe su risorse, valide, che non restituiranno alla collettività. Con pregiudizio della loro stessa crescita, del Pil (come ci ha ricordato più volte Christine Lagarde a proposito dell’ occupazione femminile) e dello sviluppo demografico perché, ed è solo una contraddizione apparente, sono più prolifiche le società dove le donne hanno maggiori occupazioni extra domestiche.

La fotografia, fin qui, potrebbe indurre a conclusioni parzialmente errate o fuorvianti. Come a dire, finché le bambine stanno in casa non vi sono discriminazioni, i “brutti e cattivi” sono solo fuori, nella società (che è poi la somma di tutti noi ma, spesso, renderla estranea e terza fa buon gioco…). Nulla di più falso! Studi condotti negli anni hanno certificato che le famiglie sono dispari, per non dire inique, già nel momento dell’ erogazione della paghetta.

Paese che vai usanza che trovi… In Gran Bretagna sul tema è intervenuto perfino il paludato Financial Times, riportando una ricerca di Banca Halifax da cui emerge un gap del 12 per cento a parità di età, ovviamente a svantaggio delle bambine. Divario destinato ad ampliarsi dal momento che i maschi presentano una maggiore propensione alle richieste di aumento. Un trend, questo, destinato a radicarsi in tutta la vita lavorativa, come ben testimonia lo studio “Women don’t Ask” di Linda Babcock e Sara Laschever: al punto che, secondo le autrici, non negoziando il proprio salario fin dall’inizio della vita lavorativa, le donne arrivano a rinunciare, a fine carriera, fino a mezzo milione di dollari…e scusate se è poco.

Quanto a paghette, è stata realizzata addirittura una piattaforma online, BusyKid, che suggerisce una tariffa per ogni lavoretto svolto dai figli.  E nonostante la remunerazione consigliata si basi sull’età del bambino (l’intervallo di riferimento è 5-17 anni) e non sul sesso, i risultati dell’analisi di milioni di transazioni di 10.000 famiglie evidenziano che i genitori danno ai figli maschi più del doppio di quanto non diano alle figlie, sia in termini di denaro sia in termini di bonus. Ai figli viene erogata in media una paghetta settimanale di 13,80 $ a fronte dei 6,71 $ delle bambine. Numeri che si commentano da soli, oltre alla profonda differenza qualitativa. Per i bambini il denaro diventa un flusso continuo, mentre per le bambine prevalentemente un regalo o un premio (quindi non solo Women dont’t ask ma, sembrerebbe, anche don’t deserve…).

In Italia (fonte Istat e www.quellocheconta.gov.it ) sono i ragazzi a ricevere prevalentemente somme di denaro dalle famiglie, anche se lo svantaggio delle ragazze si sta riducendo. Sempre prevalente la logica del “premio” (discrezionale) rispetto alla regolarità della erogazione. Ma mai ci saremmo aspettati che le differenze economiche cominciassero ben prima…dalla nascita o addirittura dalla gravidanza, vista la possibilità di conoscere il sesso del nascituro in anticipo. Questa realtà è stata debitamente analizzata ed illustrata da tre docenti universitarie italiane, Francesca Arnaboldi, Elena Beccalli, Francesca Gioia, autrici di “Is it a boy or a girl? Newborn gender and household portfolio decisions”.
Tutte le famiglie, con l’arrivo di un figlio, si trovano a fare i conti con i conti. Al di là del gioco di parole l’allargamento del nucleo comporta aumenti e rimodulazione delle spese il che, porta necessariamente con sé, anche la rimodulazione dei risparmi e di dove allocarli. Fin qui, in apparenza, tutto logico, consequenziale. Ma il sesso del figlio non determinerà solo scelte cromatiche per corredino e cameretta, bensì anche come la famiglia investirà (sulle modalità peserà il livello di educazione finanziaria dei genitori, un patrimonio non diffuso in modo omogeneo presso la popolazione). E nelle famiglie con più di un figlio, sembra essere il sesso del primo a guidare le scelte finanziarie successive. Un dato, quello comportamentale, che appare trasversale rispetto alla popolazione analizzata.

I nuclei meno avvantaggiati, dove in genere lo stipendio prevalente, quando non l’unico, è quello paterno, vedono i padri impegnarsi di più per la famiglia se il primo è un figlio maschio cui viene in qualche modo spianata la strada per il futuro; minore l’impegno se il primo erede è una ragazza. Insomma, nascere donna potrebbe condannarti ad una relativa maggior povertà sin dai tuoi primi giorni e anni di vita. Laddove vi siano maggiori disponibilità di mezzi e di conoscenza, l’attenzione dei genitori riguarda i figli di entrambi i sessi. Con una differenza rilevante: in presenza di una (prima) erede femmina la quota destinata all’investimento è inferiore e si indirizza verso asset più rischiosi, con una proiezione temporale più lunga. Papà e mamma di un maschietto, invece, si orientano verso investimenti meno volatili, o più garantiti, perché, sin dall’inizio, si preoccupano (maggiormente) del futuro del figlio, sicuramente in termini di istruzione e carriera. Quando non anche della casa in cui il nuovo arrivato vivrà, vista la propensione degli Italiani, al 70 per cento proprietari della casa dove abitano, ad affidare i propri risparmi ad asset fisici (beni immobiliari in primis). Con la crisi finanziaria del 2008 e quella dell’Euro del 2011, uno sguardo è stato rivolto da parte di questi nuclei a prevalenza azzurra ai cosiddetti retirement benefits, la previdenza complementare che, mettendo i genitori in sicurezza, consente loro di fungere da ulteriore sostegno alle più giovani generazioni, alimentando e sostenendo il pilastro, fondamentale, del welfare familiare.

Le autrici vanno oltre e sottolineano come il genere dei figli orienti anche il comportamento professionale dei genitori, con focus sui padri. Non solo nel business (a livello di amministratori delegati…) ma anche nei settori della politica e in quello, teoricamente imparziale, della giustizia dove chi ha figlie femmine mostra una diversa e maggior apertura nei confronti di temi come diritti umani o norme sulla fecondazione. Quando la donna è però una controparte l’atteggiamento cambia, e molto. Coloro che si avvicinano alle lending platform ottengono, a parità di profilo, prestiti a condizioni meno favorevoli di un maschio il che spinge poi le imprenditrici, con un moto di autocensura, a rivolgersi meno dei loro colleghi al mercato del credito, nella convinzione che la loro richiesta incontrerà maggiori difficoltà nell’iter e nell’accettazione. Molta, quindi, la strada da fare. Più di 135 anni di cammino per raggiungere i maschi. Mission impossible se dei divari esistenti ci si ricorda un giorno l’anno porgendo un anonimo rametto di mimosa.

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