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Il lavoro a distanza riafferma gli stereotipi di genere

La crisi di COVID-19 non solo colpisce in modo diverso i vari settori del mercato del lavoro, ma ha anche un’influenza significativa sulla quantità di lavoro di assistenza che le famiglie devono fornire.

Svizzera. La crisi del coronavirus con l’implementazione dell’home-office, lavoro da casa o a distanza, ha esacerbato annose questioni come la disuguaglianza salariale fra generi, il sessismo e la violenza. In Svizzera lo ha sottolineato con forza il collettivo Sciopero delle donne, che ha recentemente invitato donne e uomini “a farsi sentire” anche quest’anno il 14 giugno. In questa data, nel 2019, il secondo sciopero delle donne a livello nazionale della storia svizzera aveva riempito le piazze, portando centinaia di migliaia di donne e uomini a manifestare. Raduni, dimostrazioni e discorsi si erano svolti praticamente in ogni città, invadendole di viola.

A fronte della peggiorata situazione femminile nelle settimane della pandemia, l’organizzazione femminista, sollecita le donne ad attivarsi anche questa volta. Il Covid-19 ha accentuato varie problematiche, come il fatto che il lavoro di madre – già di per sé non retribuito o sottopagato – si sia trasformato in un’occupazione 24 ore su 24, tra home office, lezioni dei figli a distanza e assistenza ai genitori.

Inoltre, chi esercita professioni infermieristiche fondamentali per il sistema sanitaria ha svolto turni fino a 13 ore, senza aumenti di stipendio o indennità di rischio. Nel campo del commercio al dettaglio le dipendenti non solo hanno dovuto confrontarsi con redditi più bassi, ma sono state esposte a pericoli aggiuntivi in condizioni di scarsa sicurezza.

Inoltre, il confinamento ha provocato un aumento dei casi di violenza domestica e a perdurare sono anche i casi di molestie e mobbing “da ufficio”. “È vero che a prima vista si potrebbe dire che le misure di distanziamento sociale che sono state adottate potrebbero aver attenuato la violenza sul lavoro o, in ogni caso, aver reso per esempio più difficili episodi quali i “toccamenti in ufficio”, afferma Karine Lempen, professoressa di diritto del lavoro all’Università di Ginevra, in un’intervista diffusa stamani dalla radio romanda RTS. “Ma a ben guardare ci si rende conto che è molto facile molestare una persona a distanza”, ad esempio ricorrendo a parole umilianti o denigranti veicolati dallo schermo di un computer. Sempre Lempen sottolinea anche l’importanza di un telelavoro che sia effettuato all’interno di un quadro chiaro. “Pretendere una disponibilità permanente del dipendente potrebbe effettivamente costituire un’altra forma di violenza”.

Dunque, le ragioni dello sciopero del 2019 rimangono – precisa in una nota il collettivo Sciopero delle donne, che invita le donne a far rumore ed esprimere le proprie rivendicazioni simbolicamente alle 15.24 quando, stando alle statistiche sul divario di stipendio con gli uomini, terminerebbe il tempo di lavoro retribuito su una giornata di 8 ore.

Il prezioso ed essenziale lavoro quotidiano delle donne, scrive l’associazione, è estenuante e non concede pause. La pandemia è stata fonte di ulteriore stress e ha reso difficile organizzare la vita famigliare. Pertanto, pur se quest’anno non sarà possibile invadere le strade a migliaia come dodici mesi fa, l’appello è di farsi sentire lo stesso, tramite azioni in piccoli gruppi.

Unione Europea. Nonostante alcune tendenze positive, le differenze e le disuguaglianze di genere rimangono una questione importante in Europa così com’è ben descritto nella Strategia per la parità di genere 2020-2025 della Commissione europea. Mentre l’incidenza del lavoro temporaneo nell’UE è simile tra gli uomini (14,8%) e le donne (16,1%), queste sono molto più propense a lavorare a tempo parziale (30,2%) rispetto agli uomini (8,5%). Il lavoro a tempo parziale è particolarmente diffuso tra le donne nei Paesi Bassi (75,8%) ma è frequente (oltre il 40%) anche in Germania, Austria e Belgio. Il divario medio di retribuzione tra donne e uomini è pari al 14,8% in tutta l’UE-8 così come nella maggior parte delle famiglie con coppie: il partner maschio ha un reddito più elevato. Nel 2010, il 21% delle famiglie europee si è basato esclusivamente sul reddito del partner maschile, e in un altro 37%, la donna ha contribuito per meno del 40% al reddito familiare totale. La quota delle famiglie con un basso contributo femminile è stato di oltre il 50% nei Paesi Bassi e quasi del 50% in Austria, ma ha anche  superato il 40% in Germania e Svezia.

Con il Covid-19, il contributo femminile si è ulteriormente ridotto. In Germania, ad esempio, madri che prima del COVID lavoravano fuori casa hanno finito per ridurre il loro impiego retribuito per occuparsi dei figli e lo fanno più spesso dei padri. A metterlo in evidenza è un recente rapporto dell’Istituto tedesco di ricerca economica e sociale (WSI). L’indagine di aprile dell’istituto, condotta su 7.677 dipendenti, ha rilevato che il 27% delle mamme salariate ha ridotto le ore di lavoro per i datori di lavoro, mentre solo il 16% dei padri lo ha fatto. Dunque l’assistenza all’infanzia per i minori di 14 anni è stata affidata alle mamme, che già in media guadagnavano meno. Anche a livello di percezione, permangono gli stereotipi di genere: il 54% delle donne intervistate (contro solo il 12% degli uomini intervistati) ha dichiarato di essere responsabile della cura dei bambini. Particolarmente difficile è la condizione delle madri sole (single mother), tra compiti di assistenza familiari e doveri occupazionali. Questa problematica riguarda un elevato numero di persone, in Europa, dove nel 2018 il 15% di tutte le famiglie con figli erano famiglie monoparentali – un totale di 7 milioni 893 mila famiglie in tutta Europa.

Per quanto riguarda le violenze domestiche nel periodo di lockdown, in una recente comunicazione, il Parlamento europeo ha dichiarato che i casi di violenza domestica sono aumentati addirittura di un terzo in alcuni paesi dell’UE. A Cipro, le linee di assistenza hanno registrato un aumento del 30% delle chiamate e in Francia si segnala un simile aumento.

Una nota particolare merita il “caso italiano”: secondo una recente pubblicazione del Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea, nella Penisola il numero di richieste di aiuto pervenuto agli istituti di accoglienza è sceso del 55% durante la prima settimana di isolamento, mentre la polizia ha confermato che il numero di denunce di violenza domestica è diminuito del 44%. Gli esperti escludono che il calo delle richieste di aiuto per la violenza domestica sia il segnale di un’effettiva diminuzione delle violenze domestiche. Piuttosto, la preoccupazione è che il fenomeno rimanga “coperto” e che le istituzioni designate non riescano a intervenire nei casi critici.

Un ulteriore aspetto del gender gap messo in ulteriore evidenza dal Coronavirus riguarda la presenza (anzi assenza) delle donne nei processi decisionali. Il problema è precedente la pandemia: secondo l’indice delle Nazioni Unite sulle norme sociali di genere, oltre il 50% degli uomini e delle donne di tutto il mondo crede che gli uomini siano leader politici migliori delle donne ma nelle istituzioni la presenza femminile rimane inferiore a quella maschile. Nell’Unione Europea, inoltre, i dati recenti dell’EIGE mostrano che all’inizio del 2020 solo il 32,3% dei seggi nei parlamenti nazionali erano occupati da donne. E a livello mondiale, i dati raccolti dal World Economic Forum indicano che il 70% del personale sanitario mondiale è costituito da donne, ma solo il 25% dei leader mondiali sono donne. In Svizzera, un gruppo di giornaliste nel Canton Ticino e il gruppo “Gender_Covid19” hanno firmato una “Lettera aperta” alla Politica per sottolineare proprio la mancanza di donne nelle posizioni decisionali ma anche per sostenere un cambio di paradigma verso una vera parità di genere e un nuova pagina di Storia scritta insieme da donne e uomini.

Nel mondo. Il direttore esecutivo di UN Women, Phumzile Mlambo-Ngcuka, ha affermato che la pandemia “ha causato una crisi che va ben oltre la salute, mettendo in discussione aspetti fondamentali del modo in cui abbiamo precedentemente organizzato le nostre strutture sociali ed economiche”. Le donne guadagnano meno, risparmiano meno, hanno lavori meno sicuri e hanno maggiori probabilità di essere impiegate nell’economia informale, con un minore accesso alle tutele sociali”. Invito i leader del vertice virtuale del G7 a riconoscere esplicitamente questo fatto e ad assicurare che la loro risposta COVID-19 ponga intenzionalmente, con forza e in modo permanente rimedio a queste disuguaglianze di lunga data, al fine di creare società inclusive, uguali e più resistenti”.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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